Mariagloria Sears

Eros Beggiora, 2022 carboncino, grafite.

La sete

Tu mi hai scavata
come scava un pozzo colui che ha sete
nel suo ardente andare

Tu mi hai scavata
con le mani tese
e gli occhi intenti al solco:
più profondo era il solco
e più la sete ti consolava.

Tu mi hai scavata
ed hai bevuto l’acqua
chiara fresca segreta acqua fuggita
a spegner la tua sete
e a farmi viva.

Ora tu sei partito
incespicando un poco
le vesti e il volto tutti umidi ancora

e sulla mia ferita brucia il sole.

Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (Vallecchi, 2023), a cura di Isabella Leardini

Paolo Pistoletti

 

[chi da per sempre
torna chi parte
sono]

Io che poi la strada
prende il mio posto.
Tu che poi io
via alberata
sostituisci me.
Che mi fui affidato
da nessuna pietà celeste.
Che chi ho qui ha di nuovo
male alle foglie, alle case
alle mura.
Che da fuori del temporale
ho già l’aria
di chi non c’è.
Dall’incessante giungo.
A lui ritorno.
Fine pena mai.
Si carica un altro mondo
da qualche altra parte
che non so. Così un altro io
che sarò stato
si sottrae dal mio nome.
Mi manchi all’appello mia dispersione
tra gli innumerevoli.
È l’ora
di non esserti più.

È l’ombra di andarsene.
Del mio tempo
verso dentro
una terra liquida
prima di nascere. Postumi dal cielo
amniotico
tra le acque rotte
mi ritrovo ogni volta
nato come dopo una sbronza
di dèi. Ancora un io vuoto
a perdere
un corpo
da ogni mio corpo come un estratto
da ognuno di me.
Mi succedo
dal mio sé.
Dal non ricordo oramai
di quante vite.

Al di qua di noi (Arcipelago Itaca Edizioni, 2023)

Dorothy Parker


Sintomi

Non sopporto il mio stato mentale:
sono scontenta, garrula, asociale.
Odio i miei piedi, odio le mie mani,
non m’interessano lidi lontani.
Temo il mattino, la luce del giorno;
odio, la notte, al letto far ritorno.
Maldico chi agisce onestamente
non tollero lo scherzo più innocente.
Non mi appagano un quadro, una lettura:
per me il mondo è soltanto spazzatura.
Sono cinica, vuota, scombinata.
Non so come non mi abbiano arrestata
per quel che penso. I vecchi sogni andati,
l’anima a pezzi, i sensi torturati.
Non mi è chiaro nemmeno come sto
ma certo non mi piaccio neanche un po’.
E litigo, cavillo, gemendo di paura:
penso alla morte, alla mia sepoltura.
L’idea di un uomo mi lascia sconvolta…
Sto per innamorarmi un’altra volta.

 

 

© Rivista Poesia (N. 302, marzo 2015), trad. it. Silvio Raffo

Juan Vicente Piqueras

Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la fatua speranza.

Mi spolvero le palpebre.
Ho messo all’occhiello
la rosa dei venti.

Tutto è pronto: il mare, l’atlante, l’aria.

Mi manca solo il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ami
come non so amarmi io.

La nave che non c’è, le mani attonite,
lo sguardo intento, le imboscate,
il filo ombelicale dell’orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi…

Tutto è pronto. Sul serio. Invano.

*

Todo está preparado: la maleta,
las camisas, los mapas, la fatua esperanza.

Me estoy quitando el polvo de los párpados.
Me he puesto en la solapa
la rosa de los vientos.

Todo está a punto: el mar, el aire, el atlas.

Sólo me falta el cuándo,
el adónde, un cuaderno de bitácora,
cartas de marear, vientos propicios,
valor y alguien que sepa
quererme como no me quiero yo.

El barco que no existe, la mirada,
los peligros, las manos del asombro,
el hilo umbilical del horizonte
que subraya estos versos suspensivos…

Todo está preparado: en serio, en vano.

Palme (Edizioni Empirìa, 2005), trad. it. M. Canfield, N. Von Prellwitz, L. Blini

Stefano Simoncelli

Ph. Daniele Ferroni

Ogni tanto, specialmente all’alba,
si presenta un distinto signore
con un cappello di feltro

a falde larghe, sciarpa nera di seta
su uno sdrucito cappotto di cammello
forse di ritorno da una bisca o un funerale

e che rimane sempre lì, davanti al cancello,
come se non trovasse il coraggio di entrare.
“Babbo… babbo” mi sento che farfuglio

andandogli incontro nell’attimo esatto
in cui mi volta le spalle, dà un calcio
di sinistro alla ghiaia e scompare.

Sotto falso nome (Pequod, 2023)

Matteo Pelliti


Desiderio di diventare un istruttore di karate

Un amico poeta mi ha suggerito
di non indulgere troppo
nel mettere i figli al centro dei versi
ma in questa estate in secca d’ispirazione
come di acqua piovana è una foto
di mia figlia a farmi riaprire la pagina
con quell’urgenza di scrivere qualcosa
per riuscire a conservarne traccia.

Lei su una canoa, con i compagni
di karate, insieme agli istruttori,
sorride, felice, negli occhi
la piena consapevolezza di sé quattordicenne
che fa di lei se stessa, è una serata
di fine corso, sul lago, al tramonto.

È allora che penso che vorrei essere
il suo istruttore di karate
perché conosce mia figlia
e perché passa con lei un tempo ininterrotto settimanale
– ho calcolato, tre ore –
per me invidiabile e poi perché lei dice
che in qualcosa ci somigliamo, lui e io,
spero sia forse il tentativo mio di praticare
una mitezza che non ho, una gentilezza indiscriminata,
la calma che non ho e che vorrei avere, mostrare,

e vorrei passare con lei il tempo che passa lui,
come quest’anno, che è diventata cintura blu,
come questo cielo senz’acqua,
questa estate in secca d’ispirazione,
questo tempo che continuo a inseguire con lei
meravigliosa e unica ragazza.

Scrivere sul margine (Interno Poesia Editore, 2023)

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Paolo Parrini

foto fatta al Festival della Letteratura Verde 2022

Sono nato tra i tetti e le grondaie
e le voci che chiamavano da sotto
erano gli amici e gli ultimi arrotini.
Per casa avevo stanze strane
intagliate fra spigoli e ritorni,
sui mattoni la calce viva
si era consumata come una candela stanca.
Ogni volta che pioveva era una festa
perché il sole troppo mi feriva
l’occhio, abitavo zone d’ombra
e scale irte fino al cielo.
Lassù in alto, al quarto piano,
arrivavi trafelato e sul terrazzo,
da lontano, per un istante eri padrone
il battito del cuore tra le dita
infinita quiete, esserci in quell’ora.

Quinto tempo (Samuele editore, 2023)

Anne Sexton


For My Lover, Returning To His Wife

She is all there.
She was melted carefully down for you
and cast up from your childhood,
cast up from your one hundred favorite aggies.

She has always been there, my darling.
She is, in fact, exquisite.
Fireworks in the dull middle of February
and as real as a cast-iron pot.

Let’s face it, I have been momentary.
A luxury. A bright red sloop in the harbor.
My hair rising like smoke from the car window.
Littleneck clams out of season.

She is more than that. She is your have to have,
has grown you your practical your tropical growth.
This is not an experiment. She is all harmony.
She sees to oars and oarlocks for the dinghy,

has placed wild flowers at the window at breakfast,
sat by the potter’s wheel at midday,
set forth three children under the moon,
three cherubs drawn by Michelangelo,

done this with her legs spread out
in the terrible months in the chapel.
If you glance up, the children are there
like delicate balloons resting on the ceiling.

She has also carried each one down the hall
after supper, their heads privately bent,
two legs protesting, person to person
her face flushed with a song and their little sleep.

I give you back your heart.
I give you permission—

for the fuse inside her, throbbing
angrily in the dirt, for the bitch in her
and the burying of her wound—
for the burying of her small red wound alive—

for the pale flickering flare under her ribs,
for the drunken sailor who waits in her left pulse,
for the mother’s knee, for the stockings,
for the garter belt, for the call—

the curious call
when you will burrow in arms and breasts
and tug at the orange ribbon in her hair
and answer the call, the curious call.

She is so naked and singular.
She is the sum of yourself and your dream.
Climb her like a monument, step after step.
She is solid.

As for me, I am a watercolor.
I wash off.

*

Al mio amante che torna da sua moglie

Lei è ancora tutta lì.
Fu forgiata per te con attenzione,
e modellata, fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie preferite.

Mio caro, lei è stata sempre lì.
Infatti, come vedi, è deliziosa.
Un fuoco d’artificio di febbraio
e concreta come pentola di ghisa.

Diciamolo, son stata di passaggio.
Un lusso. Scialuppa rosso fuoco nella baia.
Fumo dal finestrino i miei capelli.
Piatto di vongole fuori stagione.

Lei è più di tutto questo. Devi averla,
è il tuo esotismo e la tua normalità.
Non è un esperimento. Lei è armonia.
Mantiene saldi i remi negli scalmi,

a colazione ha messo fiori alla finestra
a mezzogiorno s’è seduta al tornio,
sotto la luna ha esposto tre bambini,
tre cherubini michelangioleschi,

l’ha fatto con le gambe spalancate
nei terribili mesi alla cappella.
Se guardi in alto, ecco i tuoi bambini,
su nella volta, come palloncini.

Li ha anche messi a nanna dopo cena,
che puntavano i piedi a testa bassa,
uno per uno, e ha vinto il loro poco
sonno cantando con il volto acceso.

Ti rendo il cuore indietro. Torna pure –
ti do il permesso – torna a quella sua

miccia che pulsa in lei rabbiosamente
nella sporcizia, alla puttana che c’è in lei,
torna al sepolcro della sua ferita,
la rossa, piccola ferita viva,

alla pallida luce tremolante
sotto il costato, al marinaio brillo
in attesa sul suo polso sinistro,
alle ginocchia da madre, al reggicalze
ed alle calze, e al modo in cui ti chiama;

al modo strano in cui ti chiama quando –
perso tra le sue braccia ed il suo seno –
le strappi il nastro arancione dai capelli
e rispondi al modo strano in cui ti chiama.

Lei è talmente nuda e inimitabile.
La somma di te stesso e dei tuoi sogni.
Montala come se fosse un monumento,
un passo dopo l’altro. Lei è solida.

Per quanto mi riguarda, non temere.
Io sono un acquerello. Mi disciolgo.

Traduzione di Luca Alvino

Konstantinos Kavafis


Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti − finalmente, e con che gioia −
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, piú profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Cinquantacinque poesie (Einaudi, 1968), trad. it. M. Dalmàti, N. Risi