Alessandro Celani


Fatti feroce poesia
quando i tempi sono feroci
Impara dalle bestie nei campi
come uccidono e sono uccise
Impara dal tempo che viene in soccorso
a chi è già morto fra le acque
Non cedere alle lusinghe dei poeti
dicci la verità sulla morte
chi uccise e chi fu ucciso
nome per nome

Apocalisse e altre visioni (Aguaplano libri, 2021)

Lucia Brandoli


E per sopravvivere
mi son fatta tenace.

Ma tu chiedi di cedere,
di rinunciare,

allentare la presa,
sciogliere l’elmo,

separare il morso.

Ma sostieni si possa
il respiro anche senza

intenzione, si possa
abdicare a una morte

violenta. Anche nuda
in un tratto io resto,

convinta di esistere.

Convinta di esistere (Ensemble, 2021)

Charles Bukowski

buk

Il mio fallimento

penso ai diavoli dell’inferno
e fisso un
bel vaso di
fiori
mentre la donna in camera mia
rabbiosa accende e spegne la luce
di continuo.
abbiamo litigato di
brutto
e io me ne sto qui seduto a fumare
sigarette
indiane
e intanto alla radio le
preghiere di un cantante lirico non
sono nella mia
lingua.
fuori, la finestra alla
mia sinistra rivela le luci
notturne della
città e io vorrei solo
avere il coraggio di
spezzare questo semplice orrore
e rimettere le cose
a posto
ma la mia rabbia meschina
me lo
impedisce.

mi rendo conto che l’inferno è solo quello che ci
creiamo noi,
a fumare queste sigarette,
qui ad aspettare,
qui a fantasticare,
mentre nell’altra stanza
lei continua a
starsene lì ad
accendere e spegnere
la luce,
accendere e
spegnere.

I cavalli non scommettono sugli uomini (e neanche io) – Minimum fax, 2004 – trad. it. D. Abeni

Joy Harjo


Put down that bag of potato chips, that white bread, that bottle of pop.
Turn off that cellphone, computer, and remote control.
Open the door, then close it behind you.
Take a breath offered by friendly winds. They travel the earth gathering essences of plants to clean.
Give it back with gratitude.
If you sing it will give your spirit lift to fly to the stars’ ears and back.
Acknowledge this earth who has cared for you since you were a dream planting itself precisely within your parents’ desire.
Let your moccasin feet take you to the encampment of the guardians who have known you before time, who will be there after time. They sit before the fire that has been there without time.
Let the earth stabilize your postcolonial insecure jitters.
Be respectful of the small insects, birds and animal people who accompany you.
Ask their forgiveness for the harm we humans have brought down upon them.
Don’t worry.
The heart knows the way though there may be high-rises, interstates, checkpoints, armed soldiers, massacres, wars, and those who will despise you because they despise themselves.
The journey might take you a few hours, a day, a year, a few years, a hundred, a thousand or even more.
Watch your mind. Without training it might run away and leave your heart for the immense human feast set by the thieves of time.
Do not hold regrets.
When you find your way to the circle, to the fire kept burning by the keepers of your soul, you will be welcomed.
You must clean yourself with cedar, sage, or other healing plant.
Cut the ties you have to failure and shame.
Let go the pain you are holding in your mind, your shoulders, your heart, all the way to your feet. Let go the pain of your ancestors to make way for those who are heading in our direction.
Ask for forgiveness.
Call upon the help of those who love you. These helpers take many forms: animal, element, bird, angel, saint, stone, or ancestor.
Call your spirit back. It may be caught in corners and creases of shame, judgment, and human abuse.
You must call in a way that your spirit will want to return.
Speak to it as you would to a beloved child.
Welcome your spirit back from its wandering. It may return in pieces, in tatters. Gather them together. They will be happy to be found after being lost for so long.
Your spirit will need to sleep awhile after it is bathed and given clean clothes.
Now you can have a party. Invite everyone you know who loves and supports you. Keep room for those who have no place else to go.
Make a giveaway, and remember, keep the speeches short.
Then, you must do this: help the next person find their way through the dark.

For Calling the Spirit Back from Wandering the Earth in Its Human Feet

*

Metti giù quel sacchetto di patatine, quel pane da toast, quella bibita.
Spegni quel cellulare, computer e telecomando.
Apri la porta poi richiudila dietro di te.
Prendi un respiro offerto da venti amichevoli. Viaggiano la terra raccogliendo essenze dalle piante per fare pulizia.
Restituiscilo con gratitudine.
Se canti, questo darà al tuo spirito lo slancio per volare sino alle orecchie delle stelle e tornare.
Saluta questa terra che si è curata di te da quando eri un sogno che si piantava precisamente dentro al desiderio dei tuoi genitori.
Lascia che i piedi ti portino all’accampamento dei guardiani che ti conoscono prima del tempo, che saranno lì dopo il tempo. Siedono davanti al fuoco che è lì senza tempo.
Lascia che la terra tranquillizzi i tuoi insicuri nervosismi postcoloniali.
Sii rispettosa dei piccoli insetti, uccelli, persone animali che ti accompagnano.
Chiedi loro perdono per il male che noi umani abbiamo arrecato.
Non ti preoccupare.
Il cuore sa dove andare nonostante i condomini, le autostrade, i posti di blocco, soldati armati, massacri, guerre, e quelli che ti disprezzeranno perché disprezzano se stessi.
Il viaggio durerà alcune ore, un giorno, un anno, alcuni anni, cento, mille o anche di più.
Fai attenzione alla mente. Senza allenamento potrebbe scappare e lasciare il tuo cuore nell’enorme banchetto umano organizzato dai ladri del tempo.
Non tenere rimpianti.
Quando trovi come arrivare al cerchio, al fuoco tenuto acceso dai custodi della tua anima, sarai la benvenuta.
Devi ripulirti con cedro, salvia o un’altra pianta curativa.
Taglia i legami che hai coi fallimenti e la vergogna.
Lascia andare il dolore che tieni nella mente, nelle spalle, nel cuore, in tutto il corpo sino ai piedi. Lascia andare il dolore dei tuoi antenati per accogliere quelli che stanno venendo nella tua direzione.
Chiedi perdono.
Chiedi l’aiuto di quelli che ti vogliono bene. Questi aiutanti prendono molte forme: animale, elemento, uccello, angelo, santo, pietra o antenato.
Richiama il tuo spirito. Potrebbe essere impigliato in angoli e pieghe di vergogna, giudizio e abuso umano.
Devi chiamare in modo che il tuo spirito abbia voglia di tornare.
Parlagli come faresti con un bambino amatissimo.
Accogli il tuo spirito che torna dal suo vagare. Potrebbe tornare a pezzi, a cocci. Rimettili assieme. Saranno felici di venire ritrovati dopo essere andati perduti per così tanto tempo.
Il tuo spirito avrà bisogno di dormire per un po’ dopo che viene lavato e vestito con abiti puliti.
Adesso puoi fare una festa. Invita tutti quelli che conosci che ti amano e ti sostengono. Fai posto a chi non ha un luogo dove andare.
Rendi omaggio, e ricorda, tieni corti i tuoi discorsi.
Poi, devi fare questo: aiuta la prossima persona a trovare la sua strada nel buio.

Per richiamare lo spirito che vaga sulla terra con piedi umani (traduzione di Stefania Zampiga)

Patrizia Valduga


Donna bambina ma di troppe brame
o donna di dolori e di buriane,
sempre presa da trippe e budellame,
non so uscire dal buio stamane,

dal cavo della mia notte catrame,
tra geli duri e colpi di caldane,
e sollevarmi e via con voglie grame
fingendo quieti, cose lievi e piane,

per i giorni di guerra e bulicame
e per predar le prede piene e vane,
e a vedere come senza esche o trame

poco lega l’amoroso legame…
Oh cuore che mi caschi! Che rimane?
un annientato niente. E ho anche fame.

Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi, 1989)

Foto di Dino Ignani

Niccolò Nisivoccia


Quando il giorno si allunga, trovare te – sulla soglia di ciò che ancora non siamo, di ciò che vogliamo.

*
Dentro una mattina di luce che filtra dalle persiane. Quasi più buio che luce. Fuori, il bosco. È l’età ancora dell’inconsapevolezza, della pura presenza, di un gesto, di un tocco. È l’età in cui la pura presenza, un gesto, un tocco ancora bastano, ancora non hanno bisogno di altro. Avverti una presenza, vieni sfiorato da una carezza. È l’inizio di una memoria, è l’inizio di una storia.
*

Ciò che testimonia la nostra fedeltà al contempo la esige: verità sommerse che il vivere, nel suo traffico quotidiano, dimentica e cela; volti nell’ombra, che la vita ci chiama a cercare – e che prima o poi, nel suo aprirsi alla luce, rivela e disvela.

Quasi una cosmologia (Interno Libri Edizioni, 2021), prefazione di Vittorio Lingiardi

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Gualtiero Santi

Lontano

La mia voce migliore è stata quella strozzata,
nel mare-lungo specchio di un disgusto atroce,
nel mondo ch’esigeva i frammenti d’una pace
che io, invece, vedevo intera quasi fosse irreale.
Ma l’infame solitudine di quel palco m’entrò
nelle ossa mentre sudavo parole, che si facevano
musica e volevano gridare in faccia
agli applausi, in faccia ai sorrisi idioti di chi suona
armonie con lire senza vita e senza corde;
quelle sbiadite su una carta stampata
che s’ammassano in banca come un cumulo
di note senza senso che mai suoneranno la vita.

E come potevo cantare ancora?
Se quella stanza sembrava colare
a picco sulla mia vita come una pioggia
di coriandoli sbiaditi, come una pioggia
di canzoni che non ho potuto cantare
per la fretta di viverle e saperle.
Ora so che la nebbia è quasi un riposo,
un sorriso fatto per caso a un’alba nuova,
un’alba che sorride di rado -questo è vero
Ah ah aaaah!-.
Sì, è vero. È stato anche un rifiuto,
non nascondo le mie idee;
non andavo d’accordo col mondo.
Ma ci credi che non è solo questo?
Semplicemente tutto ha iniziato a languire
in un ritmo calmo, sordido, lento:
il mare, l’applauso, il buio, l’amore…
tutto si stava mescolando ed un gorgo
tremendo m’ingollava pian piano.
Non avevo più scampo perchè tutto
– La vita, il successo, l’amore-
tutto era diventato troppo,
davvero troppo vicino.
Ero Stanco.

Ho pensato, allora, che solo da spenti
i miei occhi avrebbero saputo brillare;
e avrebbero saputo placarsi…
lontano.

da La fragilità del fuoco

Peter Handke


[…]

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno con i baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai –,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

[…]

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Parla di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri primi sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove per il diverso senso del tempo di quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo ad unirci
dopo esserci uniti
giacendo cosí per anni
fianco a fianco, il respiro
nel respiro uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.
I tuoi capelli lisci diventarono ricci,
i tuoi occhi chiari diventarono scuri,
i tuoi denti grandi si fecero piccoli.
Sulle tue labbra tese
apparve un disegno fine e delicato,
sul mento sempre liscio
scoprii al tatto una fossetta che prima non c’era
e i nostri corpi invece di farsi male a vicenda
diventavano giocando uno solo,
mentre sulla parete della stanza
alla luce dei lampioni
si muovevano le ombre dei cespugli dei giardini d’Europa,
le ombre degli alberi d’America,
le ombre degli uccelli notturni di ogni dove.

 

Canto della durata (Einaudi, 2016), trad. it. Hans Kitzmüller

Hermann Hesse


Strano, vagare nella nebbia!
È solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
né gli alberi si scorgono tra loro,
ognuno è solo.
Pieno di amici mi appariva il mondo
quando era la mia vita ancora chiara;
adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno.
Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.
Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l’altro
ognuno è solo.

Poesie (Guanda, 1979), trad. di Mario Specchio

Aldo Ferraris


Il giorno aveva sputato nella ciotola del mattino
il suo sale di meraviglia senza sapore.
Il bambino si guardò intorno, le stanze
erano percorse dal fuoco ma il legno
della memoria era marcio, sfrigolava
solamente di insetti di gelo, zoppicava
sui nomi, non li sapeva pronunciare
e il libro della sua realtà era già cenere.
Il bambino aprì la mano e non ricordò,
stringeva un bianco seme di melograno.

da Il graffio dell’abbandono