Fernando Bandini


Sono qui nell’ombra declinante degli anni
e leggo sui giornali che sta per arrivare
la cometa di Halley.
Pochi la vedono due volte, c’è
chi nasce dopo il suo passaggio e muore
prima del suo ritorno.

Il suo corno è puntato
verso un futuro che precipita subito
in sale di memorie.
Si rituffava in quella sua
intervallata lunga oscurità
e già l’infanzia dei padri sbiadiva
nei deboli contrasti di una pellicola muta.

Gli uccelli e le cicale
non ricordano niente delle stelle:
per becchi per èlitre
il tempo è una borra di primavere morte.
La fuga indecifrabile delle stagioni terrestri
si fissa in rughe umane.

Da ragazzo ho seguito Gordon Pym
fino all’imbuto bianco che lo inghiotte.
Adesso è tutto conosciuto, tutto
già scritto. Solo il cielo resta chiuso
nei suoi sette sigilli.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2018)

Thierry Metz

Je ne cherche
par un homme
ou par une rose
qu’à rejoindre ce que je n’atteindrai jamais,
je n’ai que quelques mots
pour y parvenir et quelques journées,
petits territoires
heures cernées, creusées
mais sans pouvoir ignorer le centre imprévu
jamais au centre.

*

Cerco
tramite un uomo
o una rosa
di raggiungere solo ciò che non otterrò mai,
non ho che poche parole
per riuscirvi e qualche giornata,
piccoli territori
ore accerchiate, scavate
ma senza poter ignorare il centro imprevisto
mai al centro.

 

Dire tutto alle case (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Mia Lecomte

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Roberto Juarroz


Penso che in questo preciso istante
chissà non ci sia nessuno nell’universo che pensi a me,
che io sia il solo a pensarmi,
e se morissi adesso,
nessuno, neppure io, resterebbe a pensarmi.

E questo è l’inizio dell’abisso,
come quando mi addormento.
Sono il mio proprio sostegno e me lo tolgo.
Contribuisco a rivestire tutto d’assenza.

Sarà forse per questo
che pensare a un uomo
sia quasi un modo di salvarlo.

 

Poesía Vertical (Lulu, 2017) trad. it. A. Prusso

Henrik Nordbrandt

henrik-nordbrandt

Da ieri

Sono diventato vecchio da ieri
e la mia stanza non vuole più

lasciarmi. I mobili consunti
e le cose che abbiamo raccolto

in comune mi torturano d’improvviso
come lamette: piccoli barbigli

che avvelenati dalla luce di settembre
non fanno che affondare sempre più

se mi volto a cercarti
o cerco di svincolarmi.

Il nostro amore è come Bisanzio (Donzelli, 2000), a cura Bruno Berni

Luis García Montero

Ricordati che esisti soltanto in questo libro,
la tua vita ringrazia i miei fantasmi,
la passione che pongo in ogni verso
per ricordare l’aria che respiri,
gli indumenti che indossi e a me li togli,
i taxi dove viaggi in ogni notte,
la sirena ed il cuore dei tassisti,
i bicchieri che al bar hai condiviso
con la gente che vive in quei banconi.
Ricorda che dall’altra parte io aspetto
di quei tram quando tu sei in ritardo,
che, sentinella scomoda, il telefono
si trasforma in un ospite ignaro,
che c’è un vacuo fragore d’ascensori
che da soli si litigano e convocano,
in salita o in discesa, nostalgia.
Ricorda che il mio regno sono i dubbi
di questa città che ha solo fretta,
e che la libertà, cigno terribile,
non è l’uccello notturno dei sogni,
bensì complicità, il suo serbarsi
ferita dalla sciabola che fa
il saperci personaggi letterari,
delle vere menzogne, verità menzognere.
Ricordati che esisto se esiste questo libro,
che strappando una pagina posso suicidarci.

 

da Poesia spagnola del secondo novecento (Vallecchi, 2008), trad. it. F. Luti

Milo De Angelis


I treni della Certosa restavano lì,
spirituali. Poveri cristi invocavano
qualcosa, forse un dio
delle rotaie, Mariarosa, un aranceto,
un miracolo davvero
segreto univa migliaia di orologi
al fiore delle origini.

Tutte le poesie (1969-2015), Mondadori, 2017

Foto di Dino Ignani

Giovanna Rosadini

Foto di Dino Ignani

III

A poco a poco il giorno si fissa, diventa un continuum di immagini e presenze, a partire dall’inquadratura che isola, oltre la porta della stanza, una pingue ausiliaria che lava il pavimento del corridoio, con un carrello fornito di secchio e spazzoloni accanto. Piego le gambe, mi guardo la punta delle ginocchia ossute che emerge dalle lenzuola (la gamba sinistra sembra più sottile, ma ci vedo bene?). Ogni parte del corpo duole, le giunture sono come arrugginite e fuori uso, uno strano torpore formicolante si è impadronito degli arti, e la spalla sinistra è in fiamme. Cosa è successo al mio corpo?

Un altro tempo (Interno Poesia Editore, 2021)

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Luigi Sepe Cicala

Scrivere

Scrivere:
dalla mattina
al ricordo,
dalla tristezza
al desiderio.

Scrivere
e non fermarsi.

Alzarsi dal letto, scrivendo.
Camminare, scrivendo.
Passare la giovinezza –
e la vecchiaia –
scrivendo.

Scrivere da tutto il giorno
e da tutta la notte.

E non mollare:
dal dolore alla nostalgia
dalla mattina all’incanto.

E andare a dormire, scrivendo.
Con gli occhi vuoti
e la mano che duole.

Scrivere tutto,
scriverlo bene.

Come se fosse la prima volta
come se fosse l’ultima volta.

Con la mano,
con il cuore.
Avendo già perso ogni speranza.

Perché un giorno tu non possa dire
di non averlo fatto,
perché mai ti sfiori il pensiero
di non averci provato.

 

Inedito

Osip Mandel’štam


Non c’è nulla di cui serva parlare
non c’è nulla di cui occorra insegnare;
bella e ricolma di malinconia
è questa buia anima ferina:

non c’è nulla che lei voglia insegnare,
in nessun modo lei riesce a parlare,
e come un giovane delfino guizza
per l’universo e i suoi canuti abissi.

 

Ottanta poesie (Einaudi, 2009), trad. it. R. Faccani