Elvio Ceci


Nel mare bianco

Si ritrovano in alcuni giardini
di pescatori,
decorazioni ferme tra gli alberi,
siepi
ed uccellini.
Trainate sulle imbarcazioni
con alghe, polpe e frutti marini.

Anfore romane, intere o a pezzi,
le vedi tra Tripoli, Siracusa,
Gaeta, Salonicco… in luoghi rezzi.
Sono pronti a fornire una scusa i padroni
ai poliziotti avvezzi.

Sono anfore
non più con lezzi forti;
e contengono olio e vino.
Ma anche pietra
e il caldo negli orti sotto il vigneto
e ulivo e pino.
Trasportate dentro dei boccaporti,

avevano il sapore del sangue delle mani
degli agricoltori;
l’odore dei muscoli purosangue degli aiuti,
come cavalli o tori
o gatti che cacciano ogni angue;

il rumore dei latrati dei cani;
o di grandine, salpicanti grilli.
Odorano poi di riti e dei mani
contro la siccità;
o di occhi brilli
per la festa di raccolti immani.

Ansie e speranze per il futuro.
Disperse in questo grande mare bianco;
affollato da barche in cui il tamburo
ritmava l’andare di ogni stanco
schiavo,
temprato dal lavoro duro.

Se accosti l’orecchio alla bocca
dell’anfora,
queste immagini sentirai:
precari echi dalla brocca
ti risucchieranno in voragini
e una nuova umanità ne trabocca.

Cantare del deserto (Pietre Vive Editore, 2020)

2 pensieri su “Elvio Ceci

  1. Scommessa riuscita, strofe comode di ampiezza marina. Dialogo tra immaginazione e cultura classica. Lo trovo rinfrescante, libero da rodimenti personali, con un buon respiro. Finale in Panavision.

  2. Momenti compositi con un costante riferimento al passato. Quel passato non si sa da chi – e per quale motivo- tanto dannato da escludere -quasi del tutto- elementi di positività, lucori sia pure intermittenti. Una posizione – codesta- inerente le nostre Muse sui tornanti del Parnaso – tesa a rinnovare l’essenza del nostro infelice essere-non essere. Vorremmo essere bene accolti – quindi in pace- in un mondo privo d’un pur allucinante equilibrio. Vuoti e buchi neri a destra ed a manca e non una gloriosa roccia bulinata da’ primordiali colori. Infinite lotte fra spasimi e dolori in un fac-simile di perenne ‘schiavitù da cui un ‘ciao’, continuum de’ dolori.

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