Kenneth Rexroth


A Dialogue of Watching

Let me celebrate you. I
Have never known anyone
More beautiful than you. I
Walking beside you, watching
You move beside me, watching
That still grace of hand and thigh,
Watching your face change with words
You do not say, watching your
Solemn eyes as they turn to me,
Or turn inward, full of knowing,
Slow or quick, watching your full
Lips part and smile or turn grave,
Watching your narrow waist, your
Proud buttocks in their grace, like
A sailing swan, an animal,
Free, your own, and never
To be subjugated, but
Abandoned, as I am to you,
Overhearing your perfect
Speech of motion, of love and
Trust and security as
You feed or play with our children.
I have never known any
One more beautiful than you.

Sacramental Acts Love Poems (Copper Canyon Press)

 

*

 

Un dialogo di sguardi

Lasciati celebrare. Io non
ho conosciuto mai nessuna
più bella di te. Io cammino
al tuo fianco, ti guardo
muoverti al mio fianco, guardo
la quieta grazia della mano
e della coscia, guardo il tuo viso
cambiare espressione per parole
che non dici, guardo i tuoi occhi
severi rivolti a me o a te stessa,
lesti o lenti, pieni di sapienza,
guardo le tue labbra tumide
aprirsi sorridere o farsi serie,
guardo la tua vita sottile,
le natiche superbe nella loro
grazia, cigno che scivola sull’acqua,
un animale libero, come te,
che non si può sottomettere,
ma solo abbandonare, come io
a te, quando ascolto per caso
l’armonioso discorso d’impulso
e d’amore, fiducia e sicurezza
che pronunci mentre giochi
con le nostre bambine o le fai
mangiare. Io non ho conosciuto
mai una più bella di te.

 

Trad. di Francesco Dalessandro

Paolo Ruffilli


E, poi, in procinto di partire:
il vuoto di ragioni, i futili motivi
di ogni viaggio. Il dubbio e…
il desiderio di restare a casa,
una paura di chissà quali sviluppi,
di non essere capace di ritornare.
Il sogno tante volte già sognato
e un programma che appare il più perfetto:
seguitare a dormire in fondo al letto.

 

Le cose del mondo (Mondadori, 2020)

Vittorio Bodini

I preti di paese
hanno le scarpe sporche
un dente verde e vivono
con la nipote.
Presso cassette vuote
d’elemosina
sanguina Cristo in piaghe
rosso borbonico;
esala un’agonia
dura dai banchi
e dai fiori di campo.
In piazza, accoccolati
sulle ginocchia del Municipio,
stanno i disoccupati
a prender l’oro del sole.

Trotta magro e sicuro
un gatto nel Sud nero.

Tutte le poesie (Besa, 2010)

Gianni Ruscio


I tuoi denti i tuoi denti;
il tuo dente sbarazzino, il tuo dente
memorabile…
accanto ai miei imbarazzi, accanto ai sorrisi,
a queste labbra senza sorrisi
che non siano per te.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
sorrisi infrangibili nel fiore
della fragilità.
Le tue labbra il tuo seno le tue labbra il tuo seno
il tuo seno, le mie labbra e il tuo seno. Sopra e sotto e sotto
e sopra che mi ospitano
e mi riempiono. Di vuoto di luce di vuoto di luce;
di cura di sorpresa di luce di vuoto…
Spegni tutto. Vieni a letto con me. Nella terra con me.
Nel letto di terra che ho preparato per te.
Se vuoi dormiamo. Altrimenti ci seminiamo.
Sennò è il volto stretto nella passione.
L’occhio che avevamo in comune…

 

Respira (Edizioni Ensemble, 2016)

Paul B. Roth


Midnight Blue

After snowy headlights blotch the hotel lobby’s ignored fica, fern and spider plant shadows and its elevator goes up before coming down, noise filled streets are muffled by slush swirling round the mushy hubs of the warm bus ride home at whose last stop you forgot to get off.

Since sight itself’s become a sort of blindness, when let off, you walk as far and as fast as you can without once looking where you’re going. So embarrassed are you for missing what you never had.

Later that night you’re discovered where the aqua tint of snow around your head sunk in a snowbank’s deep bootprint resembles the halo your long walk home had you hoping you would find.

Long Way Back to the End (Rain Mountain Press, 2014)

 

*

 

Blu mezzanotte

Dopo che i fari innevati coprono il ficus dimenticato nell’atrio dell’hotel, la felce e le ombre del cloròfito e l’ascensore sale prima di scendere, le strade piene di rumore sono attutite dal fango che turbina attorno ai copriruote fradici del caldo viaggio in autobus verso casa alla cui ultima fermata ti sei dimenticato di scendere.

Poiché la vista stessa è diventata una sorta di cecità, quando scendi, cammini il più lontano e il più velocemente possibile senza guardare nemmeno una volta dove stai andando. Così imbarazzato di avere perso ciò che non hai mai avuto.

Più tardi quella notte sei ritrovato dove la tonalità d’acqua della neve intorno alla tua testa affondata in un cumulo di neve profondo un’impronta di stivale ricorda l’aureola che la tua lunga camminata verso casa ti aveva fatto sperare di trovare.

 

Traduzione di Franca Mancinelli e John Taylor

Mônica de Aquino


PENÉLOPE MENTIROSA

De noite desfaz, obediente
a fera que a carne abriga
e regressa à partida: a espera indefinida.

De dia, é outro o desejo
tece a mortalha com o silêncio
de ter de casar-se outra vez

(presa entre duas promessas)

Mas Penélope mente: o que quer é a solidão.

A fidelidade é um cão.

 

Da: Fundo Falso. Belo Horizone, Relicário, 2018.

 

*

 

PENELOPE BUGIARDA

Di notte disfa, obbediente
la bestia che ospita la carne
e torna alla partenza: l’attesa indefinita.

Di giorno, è altro il desiderio
tesse il sudario con il silenzio
di doversi sposare di nuovo

(rinchiusa tra due promesse)

ma Penelope mente: ciò che vuole è la solitudine.

La fedeltà è un cane.

 

Traduzione di Prisca Agustoni

Silvia Bre


Lo si sa sempre
che verrà un momento
– è già qui in agguato è sotto è dentro –

in cui il disordine l’avrà avuta
vinta a tutto campo
senza neanche un superstite

un abc, un qualunque fondamento
generale, un solo gesto.

Ma forse anche le cose come stanno
hanno un ordine

tanto più vasto
da uscire dall’inquadratura

da non entrare mai
in nessuna mente

così il massimo di reale combacia
con l’astrazione pura

come quando la notte
essere e non essere
niente
si equivalgono.

La fine di quest’arte (Einaudi, 2015)

Foto di Dino Ignani

Natasha Sardzoska


noccioli

in una terra che non esiste
raccolgo i frutti acerbi
gli devo una spiegazione
comunque
non è colpa loro l’essere
stati germogliati
sotto di noi
così come devo anche a te
un po’ di tenerezza
più crudele dei passi
che lascio dietro di te
più muta delle parole
che inghiotto dopo di te

mentre da te
mi sradico:

come un seme
selvaggio

Osso sacro (Interno Poesia Editore, 2020)

Cristina Alziati

«A mio padre

Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
poi la mente mi slitta ad ogni passo.
Non ho voluto vederti, di certo
ti avranno sdraiato.
Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
che non fu angoscia la tua meticolosa
cura – i documenti posati sulla panca
la sedia che portasti nel giardino, il nodo –
ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
stato. Tutto è con te, segreto.
Forse a spartirne il peso io serbo,
dell’atto tuo, l’altro versante – il tonfo
della sedia sulla pietra, e la tua assenza
e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
del corpo sotto il pergolato».

Come non piangenti (Marcos y Marcos, 2011)

Weldon Kees


THAT WINTER

Cold ground and colder stone
Unearthed in ruined passageways,
The parodies of buildings in the snow –
Snow tossed and raging through a world
It imitates, that drives forever north
To what is rumored to be Spring.

To see the faces you had thought were put away
Forever, swept like leaves among the crowd,
Is to be drawn like them, on winter afternoons,
To avenues you saw demolished years before.
The houses still remain like monuments,
Their windows cracked, For sale signs on the lawns.

Then grass upon those lawns again!-and dogs
In fashion twenty years ago, the streets mysterious
Through summer shade, the marvelous worlds
Within the world, each opening like a hand
And promising a constant course.-You see yourself,
A fool with smiles, one you thought dead.
And snow is raging, raging, in a darker world.

 

*

 

QUELL’INVERNO

Freddo suolo e più fredda pietra
Dissotterrati in passaggi rovinosi,
Parodie di edifici nella neve –
Neve scrollata e furiosa attraverso un mondo
Che imita, che sempre porta a nord
A quel che si mormora sia la Primavera.

Vedere i volti che pensavi segregati
Per sempre, spazzati come foglie tra la folla,
È come loro essere attirati, nei pomeriggi invernali,
In quei viali che vedesti demoliti anni prima.
Stanno ancora lì le case come monumenti,
Rotte le finestre, In Vendita scritto giù nei prati.

E poi su quei prati di nuovo l’erba! – e i cani
Di moda vent’anni fa, le strade misteriose
Attraverso l’ombra estiva, i meravigliosi mondi
Dentro al mondo, ognuno come mano che si apre
A promettere un andamento regolare. Vedi te stesso,
Un folle che sorride, uno che hai pensato morto.
E la neve infuria, infuria, in un più buio mondo.

 

Traduzione di Danni Antonello