Corrado Calabrò


Retrogusto

Persistente è l’amaro
che il dolce troppo dolce lascia in bocca

Stordisce più del vino fissare
il cielo estivo dall’alba al tramonto

Sto bene attento a non aprire gli occhi
e a non allungare la gamba:
si risente per anni l’assenza-
-presenza dell’arto amputato

Tutta l’acqua del mare non placa
la sete a chi non la può bere

Lungo è il bisogno d’amore
in chi t’ha amata.

 

La stella promessa (Mondadori, 2011)

Raffaela Fazio


Ho rubato tra le tante
una tua immagine.
Furto lieve
inconsistente

come neve
che esile abbondante
cattura un corrimano
e crede eterno reale
quel possesso
stupita
di essergli infedele
al primo tocco
che la scioglie

così ti tiene
instabile visione
la mia mente

un pensiero
ti copre
un altro fiocco.

L’ultimo quarto del giorno (La vita felice, 2018)

Foto di Dino Ignani

Daniel Samoilovich


Passano volando…

Foglie gialle passano volando
bianche come i volti dei morti.

Passando spaventano gli uccelli.
E si portano anche via le mie cose.

Si portano via le mie valigie,
il mio cervello, il mio senso

d’orientamento.
Mi accorgo all’improvviso

che ho scordato di prendere l’aereo. L’ora
è passata, e così il giorno, l’anno

è scaduto il biglietto,
le dolci colline si son fatte prigione.

Nessuno qui mi conosce, nessuno
conosco: portano vesti assurde

di velluto azzurro e vinaccia
e capelli da clown,

non perché a loro piaccia ma piuttosto
per prendersi gioco degli stranieri.

E siccome le foglie gialle e bianche
come volti di morti

si son prese le mie valigie, prima o poi
dovrò comprarmi e indossare anch’io

quel travestimento orrendo.

Molestando i demoni (Fili d’Aquilone, 2011)

Alfred Douglas


Il fiume verde

Verde sentiero erboso che oltre i campi
come rapido fiume via ti perdi
in fitti boschi senza uccelli in coro
a mezzogiorno, senza voci a offrire

la musica alla luna. Sigillato
è il luogo da sovrani muti canti:
l’inviolato silenzio di un cantore
che si è smarrito o che non si rivela.

Questo luogo silente è la mia anima.
Oh, svegliarsi da questa tetra notte
e sentire una voce, e molti canti.

Che sia effigie di pena, esangue volto,
d’Amore in sonno sciolto, o di delizia
dagli occhi aperti come fior d’arancio.

 

L’amore che non osa. Poesie per Oscar Wilde (Elliot, 2018), a cura di S. Raffo

Giovanni Giudici


La ballata della lingua

Mia lingua – italiana
variante colta milano-romanese
lingua del mio bel paese
cantata in amabili suoni
di ricche clausole
e di elette commozioni

Mia lingua – innocente
a capo chino mia colpa confessata
a denti stretti assennata
polvere dei miei ginocchi
mia contrizione
mie lacrime dentro gli occhi

Mia lingua – puntuale
parola sopra cosa parola fondata
lingua vulnerata
da miei infiniti perdoni
da grazie molte
da pie dissimilazioni

Mia lingua – esitante
bocca per secoli a pronunciare “ti amo”
inerme amore lontano
lingua di meretrice
che mi riposa
liscia lingua guaritrice

Mia lingua – militare
di grida sbràiti per una fioca paura
voce ridicola dura
che predicava onore
tra un machine-gun
e una maschinen-pistole

Mia lingua – elusiva
accomodante complice al non-pensiero
pietoso velo del vero
a nascondere un sì un no
prigione aperta
fanghiglia in cui nuoterò

Mia lingua – ossequiente
sorriso di postulante di debitore
muta senza furore
mia rabbia rinviata
mio eterno ieri
falsa lingua umiliata

Mia lingua – mia vita
dolcezza flatus vocis che m’hai tradito
anch’io perduto per poco
di calda madre
in letto con noi per gioco

Mia lingua – italiana
variante umile tosto-genovese
lingua del mio bel paese
guastata nei futili suoni
di vacue clausole
e perfide commozioni

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Franco La Cecla

San Francisco

Fin troppo brevi per essere dette
sfugge quasi la memoria
sono disteso dalla luce
entra – una immensa finestra
l’oceano appagato, solcato
da navi gialle.

Ancora qui col segno della Baia
come non credevo
l’America – il mal d’America
eppure questi giorni
un lampo di bellezza da non dire.
No – non dire – verrà
verrà da solo come i fiori del mattino:
Fort Mason e le vele
e i fili sottili degli alberi
dove siamo silenziosi
saggi più degli antenati.

Ci sono misteri
ma è meglio non dire,
il sentimento prevalente
è il chiarore
e il presente.

La terra negli occhi (Interno Poesia Editore, 2019)

Rossella Tempesta


Dal finestrino

Ho visto un albero immenso
il padre di tutti gli alberi
ho pensato ecco mio padre.

Ma mio padre è un esile faggio
il suo seme caduto a caso lontano dal filare
cresciuto sfasato, stranito dai venti.

Una volta vi facevano il nido gli uccelli giovani
poi sono volati troppo presto
gelati dalla sua silenziosa solitudine.

L’albero grande forse era il padre anche di mio padre
e aveva perso lontano questo suo figlio strano
cresciuto lungo e sottile
muto.

Avrei voluto che l’albero padre ci adottasse entrambi
me e mio padre
ci riabbracciasse nella sua corteccia di sughero
fino a riassorbirci nel tronco
a non darci più scampo
a riunirci per sempre.

 

Diario pendolare (Pietre vive, 2019)

Ted Hughes


Il rosso era il tuo colore.
Se non il rosso, il bianco. Ma il rosso
era quello di cui ti avvolgevi.
Rosso sangue. Era sangue?
Era ocra rossa, per riscaldare i morti?
Ematite per rendere immortali
le preziose ossa ereditate, le ossa di famiglia.

Quando riuscisti finalmente a fare a modo tuo
la nostra stanza fu rossa. Una camera di giudizio.
Scrigno chiuso per pietre preziose. Il tappeto di sangue
con motivi di oscuramenti, di rapprendimenti.
Le tende – sangue di velluto rubino,
cascate di sangue dal soffitto al pavimento.
I cuscini, lo stesso. Lo stesso
carminio crudo lungo il sedile sotto la finestra.
Una cella pulsante. Altare azteco − tempio.

Solo le librerie sfuggirono nel bianco.

E fuori della finestra
papaveri sottili, rugosi e fragili
come la pelle sul sangue,
salvie, di cui tuo padre ti aveva dato il nome,
come sangue che sprizza ad arco da uno squarcio,
e rose, le ultime gocce del cuore,
catastrofiche, arteriose, condannate.

La tua gonna lunga a ruota di velluto, una fascia di sangue,
un sontuoso bordò.
Le tue labbra un cremisi umido, intenso.
Adoravi il rosso.
Io lo sentivo carne viva − i margini netti come garza
di una ferita che si irrigidisce. Vi toccavo
la vena aperta, il luccichio incrostato.

Tutto quello che dipingevi lo dipingevi di bianco
e poi lo inondavi di rose, lo sconfiggevi,
ti chinavi sopra sgocciolando rose,
piangendo rose, e rose ancora,
poi a volte, tra le rose, un uccellino azzurro.

L’azzurro ti era più benefico. L’azzurro erano ali.
Sete azzurro martin pescatore venute da San Francisco
avvolsero la tua gravidanza
in carezze di crogiolo.
L’azzurro era il tuo spirito benevolo − non un demone predatore
ma elettrizzato, un custode, attento.

Nell’abisso del rosso
ti nascondesti per sfuggire al bianco della clinica d’ossa.

Ma la gemma che perdesti era azzurra.

 

Lettere di compleanno (Mondadori, 1999), trad. it. A. Ravano

Jan Wagner


saggio sul sapone

ce n’era sempre un pezzo lì vicino,
seguiva le sue proprie fasi,
diminuendo come quasi ogni cosa
per poi riapparire pieno, di un bianco
luminescente nella sua vaschetta.

pesava come una pietra nel pugno,
schiumava, rammolliva
lavandoci da caino ad abele.

e se accadeva di dimenticarsene,
si sbriciolava come un asteroide;
ma ora riposa lucido e umettato,
come qualcosa d’emerso dal fondo
delle acque, prezioso per un istante,

sediamo tutti al tavolo:
notte illune, mani profumate.

 

Variazioni sul barile dell’acqua piovana (Einaudi, 2019), a cura di Federico Italiano

Giovanni Giudici

Con lei

Con lei era difficile. Ma non rimpiangere
il giugno lontano, la parola cuore,
i denti come perle duri sul bacio inesperto,
la mano timorosa, il contemplato pudore.

A ripensarci, lei era poco più d’una sciocca,
oggi diresti che la mette giù dura,
e molto meno ti chiede colei che ripete:
cinquemila in albergo e in macchina due, con la bocca.

 

da Tutte le poesie (Mondadori, 2014)