Pablo Neruda

Il fiume

Io arrivai a Firenze. Era
notte. Tremai ascoltando
quasi addormentato quel che il dolce fiume
mi narrava. Io non so
quel che dicono i quadri e i libri
(non tutti i quadri né tutti i libri,
solo alcuni),
ma so ciò che dicono
tutti i fiumi.
Hanno la mia stessa lingua.
Nelle terre selvagge
l’Orinoco mi parla
e capisco, capisco
storie che non posso ripetere.
Ci sono segreti miei
che il fiume si è portato,
e quel che mi chiese lo sto facendo
a poco a poco sulla terra.
Riconobbi nella voce dell’Arno allora,
vecchie parole che cercavano la mia bocca,
come colui che mai conobbe il miele
e sente che riconosce la sua delizia.
Così ascoltai le voci
del fiume di Firenze,
come se prima d’essere mi avessero detto
ciò che ora ascoltavo:
sogni e passi che mi univano
alla voce del fiume,
esseri in movimento,
colpi di luce nella storia,
terzine accese come lampade.
Il pane e il sangue cantavano
con la voce notturna dell’acqua.

 

L’uva e il vento – Poesie italiane (Passigli, 2004)

Un pensiero su “Pablo Neruda

  1. Elegiaca e toccante lirica di Neruda. Non la cultura appresa dall’uomo e impartita da uomo a uomo secondo il succedersi delle civiltà storicizzate e la rigidità delle norme, delle discipline praticate, delle metodologie. Quella della quale parla Neruda è una cultura propria, presente in cute, ontologica, primigenia. Prima della cultura catalogata e catalogabile, artistica, letteraria, storica, canonizzata e ‘confessionale’, la cultura dell’uomo che parla col fiume e lo ascolta, ne scorge le increspature e ne registra il bisbiglio, il fragore, il frangersi corrente e lo comprende. Parole, conosciute per intuito e ignote alla ragione, inseguono la bocca del poeta che se ne appropria e le proclama. Il canto, il sogno, il risveglio e l’apparizione, l’agnizione e il riconoscimento in noi di quello che era preesistente, già in essere e oscuramente noto, insediato, crescente in noi e che aspettava soltanto la ragione del manifestarsi e prorompere.
    Gli uomini insieme figli dell’Arno, dell’Orinoco, della fonte, della sorgente una e prima dalla quale devolviamo, forse umani e forse come uomini pensanti, come recettori unici e, per auspicio,fraterni.

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