Massimo Morasso

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald.
E facciamo che sono rimasto ubriaco
per almeno una settimana di fila,
e che in un barlume di coscienza felice
ho pensato che sedermi in biblioteca
mi avrebbe reso più sobrio.
E facciamo anche che in biblioteca
può capitare che tu prenda un libro,
che poi il libro ne prenda un altro,
e che infine il libro prenda te.
Così mi è capitato di leggere
tutto d’un fiato Il grande Meaulnes,
e di venire a sapere che Alain-Fournier ci aveva lasciato la pelle
una diecina di anni fa nella battaglia della Marna
(una mattanza memorabile, la Marna, per inciso:
un infernetto trinciagiovanotti da manuale).
Lo lessi mettendoci l’anima,
quell’allucinato, ipersensibile romanzo.
Ne uscii distrutto, neanche fosse un libro mio,
concepito goccia a goccia col mio stesso sangue.
Devo dire che un uomo onesto,
uno che meriti per davvero
di essere definito umano,
non è più lo stesso uomo
dopo aver vissuto una storia
inscritta negli universali del cielo e dell’inferno.
Qualche giorno dopo, mentre me ne stavo lì
steso fra i vimini, in veranda,
a inseguire una piccola luce zigzagante
su uno dei moli dell’altra sponda,
con una strana, tremula fitta nella voce
Zelda mi sussurrò:
«Ho la sensazione che sia accaduto qualcosa
di irreparabile fra di noi. Un’altra
delle nostre piccole morti… Guardandoti,
mi sembra che dentro ai tuoi occhi
stiano passando delle ombre
che non riusciremo più a condividere».
E allora scoppiai in lacrime, a lungo, senza ritegno,
e mia moglie continuava a guardarmi,
a stringermi le mani, avvolta nel suo boa di piume
bianche come in un sudario.
La sbornia e la sua incerta consapevolezza
l’avevano distrutta. Forse per noi
l’inizio del dolore cominciò
al momento della nostra nascita.
«Io non sono sicuro che valga la pena di vivere
senza l’amore», le dissi poco dopo fra i singhiozzi,
accarezzandola, stringendola al mio petto,
prima di alzarmi e di versarmi un doppio scotch.

 

American Dreams (Interno Poesia Editore, 2019)

 

Foto di Stefano Pompei per gCguru

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