Antonia Pozzi


La vita sognata

Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.

Perché tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavamo in alto –
e così ti parevo più bella.

O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.

25 settembre 1933

 

Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio (Interno Poesia Editore, 2019)

4 pensieri su “Antonia Pozzi

  1. La struggente nostalgia per una condizione sentimentale, ontologica parallela e già sottratta al controllo presunto della vita da parte dell’essere umano e della sua componente razionale, riaffiora tra picchi e corrispondenze nel presente che riemerge. Sembra che l’amore, la giovinezza, la stessa connaturata condizione di “purità”, che tali immagini suscitano, siano il viatico interpretativo del senso da attribuire alle riflessioni su una “vita sognata”. Gratitudine, benedizione per quanto è stato e per quanto ancora sarà. Il futuro tuttavia non potrà eguagliare il candore della veste della giovinezza. “The rimain of the day” è piuttosto un ramo secco, un ramo morto, la sequela dei giorni destinati al rimpianto.
    Il verso libero è duttile e si estende con l’estendersi, si contrae con il contrarsi delle riflessioni passando a più ampie campiture o coagulandosi intorno a immagini contigue. Un bell’esempio di efficace, lirica semplicità declinata grazie al controllo della forma e degli strumenti poetici.
    Un esercizio di stile che può continuare a essere emblematico per il poeta contemporaneo talvolta in difficoltà nel comunicare davvero concetti e immagini che abbiano un senso profondo, una ragione e un’istanza di dialogo con il lettore e con altri poeti.

  2. Mi sovviene quasi quell’ermo colle tanto caro al nostro Leopardi che da tanta parte lo sguardo esclude, quella tiepidezza giovanile che è pura, “purità mia”, che è acerba e sognante.
    “O velo
    tu – della mia giovinezza,
    mia veste chiara,
    verità svanita –
    o nodo
    lucente – di tutta una vita
    che fu sognata – forse”
    Quel languore che batte in cuore e serba pure tristezza ma non smette di farsi sogno della realtà e rinnova in epoca più matura il suo bagliore.
    Un velo, un nodo lucente, una veste chiara si immortalano nello scandagliarsi dei versi che picchiettano come una nostalgia il passato ma lo ringraziano insieme.
    Come è vera la poesia nelle sue gesta e forte pur in una sensibilità che si sgretola in parole musicate e sinuose.

Rispondi a Monica Baldini Annulla risposta