Intervista al poeta: Guido Mazzoni

Guido Mazzoni è nato a Firenze nel 1967. Vive a Roma. ha pubblicato i libri di poesia La scomparsa del respiro dopo la caduta (in Poesia contemporanea. Terzo quaderno italiano, a cura di F. Buffoni, Guerini 1992), I mondi (Donzelli 2010) e La pura superficie (Donzelli 2017, Premio Pagliarani 2018) e i saggi Forma e solitudine (Marcos y Marcos 2002), Sulla poesia moderna (Il Mulino 2005), Teoria del romanzo (Il Mulino 2011) e I destini generali (Laterza 2015). È in uscita per Alidades un’antologia francese delle sue poesie (Grammaire. Choix de poèmes 1997-2017).

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Distinguerei fra giudizio di valore e sociologia della letteratura. Ciò che si scrive oggi non è né migliore né peggiore di quello che si scriveva un secolo o mezzo secolo fa, ma la poesia come istituzione, come forma della cultura, ha perso il proprio mandato sociale. È l’arte più praticata e la meno letta: molti hanno provato a scrivere poesie una volta nella vita, pochissimi leggono poesie altrui o sanno distinguere fra bosco e sottobosco, fra autori riconosciuti e puri dilettanti; le persone colte sentono ancora il bisogno di interessarsi ai film, ai romanzi o alle mostre di cui si parla, ma non sanno nulla di poesia contemporanea e non percepiscono questa ignoranza come un problema.
Si tratta di un fenomeno consustanziale alla poesia moderna, necessario e inevitabile. In Italia emerge all’inizio del Novecento («gli uomini non domandano più nulla dai poeti», Palazzeschi, Lasciatemi divertire; «io mi vergogno, sì, mi vergogno di essere un poeta», Gozzano, La signorina Felicita) e si aggrava nel corso degli anni Settanta, quando il prestigio che circondava la letteratura e i libri pubblicati viene meno nell’epoca della scolarizzazione di massa e della presa di parola collettiva. La poesia moderna perde il mandato perché è il più egocentrico dei generi letterari. Nella sua forma più comune, quella lirica, il testo contiene frammenti di esperienze personali scritti in uno stile fortemente personale, e anche gli autori che rifiutano l’io finiscono comunque per usare la forma in modo straniato, cioè distante dal grado zero del senso comune, che non a caso concepisce la poesia come un genere difficile o oscuro. In questo senso la poesia moderna è un sintomo, esprime la logica profonda di un’epoca segnata dall’individualismo. Invece da un punto di vista pratico finisce per soccombere a questa stessa logica, perché il risultato ultimo di un simile processo è la moltiplicazione delle monadi. A tutti interessa esprimere la propria differenza, a pochi interessa leggere la differenza altrui. Il nostro genere ha vissuto questa contraddizione molto prima che la televisione via cavo o internet la rendessero popolare fra le masse e oggi paga il proprio radicalismo e la propria lungimiranza con l’emarginazione dalla vita collettiva.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Una forma d’arte, una delle tante, l’unica che mi riesce praticare decorosamente.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Fra i grandi poeti del canone moderno, Leopardi, T.S. Eliot, Wallace Stevens, Montale. Fra i poeti italiani del secondo Novecento soprattutto Sereni e Fortini, ma in un’altra fase della vita, oggi non più. Fra i poeti delle generazioni che precedono la mia le influenze sono state molteplici e sono cambiate nel corso del tempo. Negli ultimi anni il poeta da cui ho imparato di più è Carlo Bordini. Ma gran parte degli autori che mi hanno influenzato non hanno scritto poesie.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

La posta di ingresso è bassissima. Basta saper scrivere, e neanche tanto bene. Da questo punto di vista è molto più difficile suonare in un gruppo, disegnare fumetti e persino dedicarsi al romanzo.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

È un fenomeno che riguarda tutti i paesi occidentali avanzati, fa parte della logica della poesia moderna ed è inevitabile (vedi punto 1).

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

È inevitabile che la poesia venga letta poco. O almeno: è inevitabile che la poesia seria, lontana dal senso comune, venga letta poco (vedi punti 1 e 8).

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Bisogna soprattutto dire che cosa non bisogna fare. Bisogna evitare le scorciatoie divulgative. Ce ne sono due, entrambe sbagliate. La prima pretende di dare subito, al lettore ingenuo, la poesia che il lettore ingenuo può capire, con la scusa che si tratta comunque di poesia, e che in questo modo alcuni dei lettori ingenui si appassioneranno a scritture più complesse. Non accadrà mai: l’educazione estetica non funziona così, e quando è condotta in questo modo educa solo al midcult, che è l’antimateria dell’arte autentica, il suo nemico peggiore. La seconda, che si lega spessissimo alla prima, pretende di divulgare poesia attraverso lo stereotipo della poesia: il sentimentalismo, le metafore topiche, le anafore topiche, tutto il bric-à-brac del poetese. Anche in questo caso il risultato è tremendo. E infine, oltre a evitare le scorciatoie divulgative, bisogna evitare di credere che l’impopolarità della poesia dipenda dal fatto che finora la poesia moderna è circolata sotto forma di testo scritto destinato alla lettura solitaria e silenziosa, mentre oggi lo sviluppo dei media ha reso possibile riscoprire la dimensione della performance, potenzialmente più popolare. Non ho nulla contro chi recupera l’aspetto teatrale e musicale che la poesia ha avuto in altre epoche, ma mi pare evidente che il pubblico che segue queste tendenze sia di nicchia esattamente come quello della poesia destinata alla lettura silenziosa. Una nicchia diversa, un po’ più grande forse e un po’ più distratta, ma nulla di paragonabile a ciò che può ancora succedere nel romanzo.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Gli instapoets sono un fenomeno molto interessante da un punto di vista sociologico. Finora la poesia aveva perso il mandato sociale e proprio per questo ignorava il masscult e conosceva il midcult solo in forma marginale (Neruda, Gibran, Hikmet, Merini). La perdita del mandato sociale aveva preservato il nostro genere da una commistione che nel romanzo è diventata comune, perché è un effetto inevitabile dell’allargamento dei lettori dovuto alla scolarizzazione di massa. Minoritari nella scrittura in versi, il masscult e il midcult poetici erano finiti in un’arte limitrofa, cioè nei testi delle canzoni. Oggi i social network sembrano aver creato le condizioni perché il midcult e il masscult entrino in poesia. In questo senso gli instapoets non aumentano la possibilità di avvicinare nuovi lettori alla poesia seria. L’educazione all’arte seria non funziona in questo modo (punto 7).

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Si leggerà più poesia cattiva.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

È una domanda che non ha senso da quando non si pensa più il testo come un’unità fatta di versi regolari, ovvero da quando esiste il verso libero, più o meno. Ciò detto, l’endecasillabo più bello della letteratura italiana è «nulla nessuno in nessun luogo mai», senza discussione.

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati
Foto di Dino Ignani

4 pensieri su “Intervista al poeta: Guido Mazzoni

  1. “l’educazione estetica non funziona così”

    Storni, Valduga si leggono senza dove inserguire il lettore con una roncola. Sulla “poesia seria”: aspettiamo di essere tornati tutti quanti alla casa del Padre, chissà che i giudizi dei posteri (che da lassù ascolteremo) non differiscano dai nostri.

  2. Molto bella e lucida, anche se un po’ disperante. Da anni ho l’angoscia che la poesia abbia smesso la sua funzione sociale.

  3. …triste ma vera considerazione:” A tutti interessa esprimere la propria differenza, a pochi interessa leggere la differenza altrui.” Credo che questa sia la chiave di lettura della deriva individualista, massificata e sempre più sterile che ha intrapreso ogni forma di espressione. Oggi perlopiù mi sembra si persegua solo la celebrità e spesso ci si riesce, anche se solo per i “Warholiani” 15 minuti!

  4. Il fenomeno che Guido Mazzoni avverte, cioè che tutti scrivono poesie e nessuno le legge, deriva secondo me dall’estremo individualismo (ognuno pensa a sé) che deriva a sua volta dalla mancanza di comunità. La mancanza di quell’ammirazione per gli altri che è normale in un sentire collettivo, in una comunità. Le società che sono ancora comunità amano la poesia e i poeti. Amano che qualcuno parli per noi, esprima quello che noi sentiamo. In questa società di monadi invece prevalgono il sospetto e il livore. All’interno di una comunità si può polemizzare violentemente, ma non ci si può ignorare.

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