Potessi capire ti farei vedere tutto, la chiesa
scintillante, l’ostensorio e il catafalco con dentro
Caterina, la piccola anima incorrotta, sei qui
per ricevere la grazia dello spirito, mi sembri stupefatto,
poi aggrotti, osservi mamma, ci sorridi. Guardi le cose
come fossero estensioni del tuo corpo, con noi
sotto l’altare a farti festa tutto intorno, vestiti bene,
nessuno manca, gli zii ci sono ancora, oltre il brusìo
dei bassi conversari non ti parla
niente, neppure il prete che ti spruzza l’acqua,
il gong della campana, il lento salmodiare
di una vecchia, assorta, in preda al suo rosario.
Viatico (Raffaelli, 2010)
La cautela con cui l’inconscio rifiuta d’interpretare i nostri sogni, per cui la realtà non è più reale e la mente s’inarca in un surreale possibile e sconosciuto, Così la scena, le scene di questo brano del Nostro. Polivalenze sottratte ai sussurri delle preghiere in un contesto preciso, attento alla tradizione, alla parvenza sodale, ma d’un tratto sfuggente in una irradiazione dai raggi sincopati d’uno sguardo che sguscia qua e là, irrequieto, disperso e disperato. Insomma uno scarto oltre ogni realtà possibile. Grovigli di cose, persone e fantasmi, dunque. Gli inerti edili (la chiesa) cornice di vivi e morti, come bisogno e sogno, da cui non ci si separi, se non ad Omega conchiusa.