Arsenij Tarkovskij


Il manoscritto

Ad Anna Achmatova

Ho finito il libro ed ho detto basta
non posso più rileggere il manoscritto.
Il mio destino si è bruciato tra le righe
mentre l’anima cambiava rivestimento.

Così il figliol prodigo si strappa la camicia dalle spalle
così il sale dei mari e la polvere delle strade terrestri
benedice e maledice il profeta,
che da solo camminava sugli angeli.

Io sono quello che ha vissuto al suo tempo
ma non ero io. Io il più giovane della famiglia
degli uomini e degli uccelli, io ho amato insieme a tutti

e non abbandonerò il banchetto dei viventi –
diretto sigillo del loro onore familiare,
diretto vocabolario dei legami di radice.

 

Stelle sull’Aragaz (Erevan, 1988), trad. it. Donata De Bartolomeo

Fuad Aziz


Conosco

Conosco bene il rumore dei carri armati,
perché mi terrorizzano.

Conosco bene le immagini della distruzione,
perché ne ho viste tante.

Conosco bene il vestito nero di chi uccide.
Ma anche del vestito nero delle madri
che piangono i loro figli,
perché succede ancora.

Conosco bene i giochi e le promesse dei potenti,
perché ho aspettato tanto.

Conosco bene l’ingiustizia,
perché è ancora troppo presente.

Conosco molto bene cosa vuol dire sognare,
perché non ho smesso mai di farlo.

 

Versi da lontano (Euno edizioni, 2017)

Claudio Damiani


La mente la devi spingere, è questo quello

La mente la devi spingere, è questo quello
che devi fare, la devi spingere avanti
fino a coprire tutte le galassie
tutta la materia oscura e l’energia oscura,
devi spingerla e spingerla, sempre più lontano
fino all’ultimo atomo della totalità dell’essere,
non devi lasciare niente, neanche un atomo, ricordati,
anche le cose che non sappiamo, che non conosciamo
anche quelle che non ci immaginiamo, anche quelle devi metterle
(lo so che è strano, ma devi fare così)
ed ecco comincerai a sentire una forza,
un’energia che penetra nel tuo corpo
da dentro. Questo è lo strano,
che non viene da fuori, come ci si aspetterebbe,
ma viene da dentro
come se – capisco che ti puoi stupire –
l’intero universo fosse dentro di te
ma tu non ci pensare, lasciala venire
e spandersi per bene in tutto il tuo corpo,
e poi goditi la sorpresa
di essere sfuggito (lo so che è strano) alla morte.

 

Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Alessandro Parronchi


Un gesto, una figura

Mi ritrovo in un gesto di mia madre
quel frugare la borsa affannoso
cercandovi qualcosa,
poi, svanito il sospetto, andare avanti.
E in quel gesto mia madre torna viva
mentre io verso la morte m’incammino.

Un gesto, una figura
una forma, una vita.
Il rivivere incerto intermittente
affidato alla nostra memoria
dà speranza che qualcosa non muoia.

-Tutto dal nulla rinascerà a un tratto.
-Chi l’ha detto? chi ha parlato?

Madre, se in qualche parte ancora sei,
prega per me, perché io sia tollerato,
stolto, dai miei fratelli che non credono.
Perché, forti, vedendomi più debole,
troppo non mi deridano,
ma la mia scarsa mente, i pensieri a brandelli
per loro filtrino l’alba
di un giorno felice.
La carne martoriata mandi raggi
nelle lacrime scendano le stelle
quando la terra abbandonata la sua orbita
i terremoti squassino le tombe.

La memoria non è l’ultimo porto,
il processo non s’arresta, nella sua
ciclicità tutto assorbe, anche la morte:
la morte appartiene alla vita.

 

Poesie (Polistampa, 2000)

Giovanna Cristina Vivinetto


Era come avere dieci anni
scoprire il gioco delle forme
sotto le pieghe del maglione,
il gonfiore nitido dei seni
doloranti il lunedì mattina
e chiedersi il perché.

E forse si tornava bambini
nell’immaginare allo specchio
le traiettorie di vite future,
le tracce sul corpo adolescente
di un sotterraneo divenire.

Così all’età di vent’anni
il mio corpo ne mostrava dieci:
dieci i piccoli seni,
dieci i fianchi sottili,
dieci le mani mai quiete
in puerile agitazione,
dieci i sessi atrofizzati
incapaci a un tratto
di evocare desiderio.

Era un rimettersi in gioco
di subdola perfidia
sconvolgere tutti quanti i piani.
Cambiare all’improvviso guardaroba.
Imparare a truccarsi a vent’anni.
Avere dei tacchi a ventuno.
Dubitare di sé a ventidue.

Tornare poi allo specchio
e scoprire che qui, proprio qui,
sotto questi seni e questi fianchi,
dietro la maschera di trucco
e dentro i tacchi alti
qualcuno qui c’era,
per un po’ c’è stato
e poi all’improvviso
non è stato più.

Desiderare infine
di avere dieci anni
per ricominciare da capo.

 

Dolore minimo (Interlinea, 2018)

J. Mitchell


This is Not My Mother

They were so shocked – the friends, who hurried past
her open coffin – no one had been warned.
Appalled to find there wasn’t more to her, no longer twice the size

of the whole room – cut down by cancer to her flinty self.
Mouth closed for once, her roaring laugh replaced
with humming silence – what remained of the dread

organ music she requested with one hymn: Breathe on me, breath of God.
Her cheeks, now hollowed out, still had their girlish glow,
but false – a symptom of her feeble heart or the embalmer’s hand.

I chose the last dress she would ever wear, more like a sack,
with half its contents emptied out.
The collar needed to be straightened; but I was scared

to reach across to her. The deadly eyes might open;
the line burst into mouth again.
She’d tell me not to fuss, keep still, stand back.

I did and watched her friends, the ones who cried and took their seats.
They didn’t seem to notice me, dry-eyed.
I sang: Breathe on me, breath of God. Fill me with life anew.

 

*

 

Non è mia madre questa

Rimasero scioccati – gli amici che sfilarono
davanti alla bara aperta – nessuno era stato avvertito.
Inorriditi nello scoprire quanto poco era rimasto di lei, non più il doppio

dell’intera stanza – ridotta dal cancro alla sua essenza ossea.
La bocca chiusa, per una volta, la risata fragorosa sostituita
dal silenzio di un’eco – ciò che restava della tremenda

musica d’organo che aveva voluto per inno: Alita su di me, alito di Dio.
Le guance, ora scavate, conservavano un colorito roseo di ragazza,
ma falso – sintomo del cuore debole o della mano dell’estetista.

Avevo scelto l’ultimo vestito che aveva indossato, quasi un sacco,
semi svuotato del suo contenuto.
Il colletto doveva essere raddrizzato; ma ebbi paura

di toccarla. Gli occhi spenti potevano riaprirsi;
la linea della bocca riprendere vita.
Mi avrebbe detto, non agitarti, stai ferma, stai indietro.

Così feci e osservai i suoi amici, chi piangeva e prendeva posto.
Non fecero caso a me, mi parve, ai miei occhi asciutti.
Cantai: Alita su di me, alito di Dio. Riempimi di nuova vita.

 

© Inedito tradotto da Giorgia Sensi

Philip Schultz


It’s Sunday Morning in Early November

and there are a lot of leaves already.
I could rake and get a head start.
The boys’ summer toys need to be put
in the basement. I could clean it out
or fix the broken storm window.
When Eli gets home from Sunday school,
I could take him fishing. I don’t fish
but I could learn to. I could show him
how much fun it is. We don’t do as much
as we used to do. And my wife, there’s
so much I haven’t told her lately,
about how quickly my soul is aging,
how it feels like a basement I keep filling
with everything I’m tired of surviving.
I could take a walk with my wife and try
to explain the ghosts I can’t stop speaking to.
Or I could read all those books piling up
about the beginning of the end of understanding…
Meanwhile, it’s such a beautiful morning,
the changing colors, the hypnotic light.
I could sit by the window watching the leaves,
which seem to know exactly how to fall
from one moment to the next. Or I could lose
everything and have to begin over again.

 

*

 

È domenica mattina ai primi di novembre

e ci sono già molte foglie.
Potrei spazzarle via e andare avanti col lavoro.
I giochi estivi dei ragazzi vanno messi
in cantina. Potrei sgomberarla
o riparare la controfinestra rotta.
Quando Eli torna dalla scuola domenicale
potrei portarlo a pescare. Non lo so fare
ma potrei imparare. Potrei fargli vedere
quanto è divertente. Non facciamo più tante cose
come prima. E mia moglie, c’è così tanto
che non le ho detto di recente,
di quanto veloce invecchia la mia anima,
una cantina che continuo a riempire
di tutto quello che sono stanco di portarmi dietro.
Potrei fare due passi con lei e cercare
di spiegare i fantasmi con cui parlo senza sosta.
O mettermi a leggere tutti quei libri accatastati
sull’inizio della fine della ragione…
Intanto, è così bello stamattina,
i colori che cambiano, la luce ipnotica.
Potrei sedermi accanto alla finestra a guardare le foglie,
che sembrano sapere esattamente come cadere
da un momento all’altro. O potrei lasciar perdere
tutto e ricominciare da capo.

 

Il dio della solitudine (Donzelli, 2018), a cura di Paola Splendore

Franca Mancinelli


darò semplici baci di sutura
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

 

da Pasta madre (2013), ora in A un’ora di sonno da qui (Italic Pequod, 2018)

Foto di Claudio Mammuccari