Mariella Mehr


Non c’era mare ai nostri piedi
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi spazzare via noi posteri dalla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Sono leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

Per tutti i Roma, Sinti e Jenische
per tutte le ebree e gli ebrei
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani

 

Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi, 2014)

Un pensiero su “Mariella Mehr

  1. Realtà per una tristezza esperienziale di certo bulinata nel profondo del divenire, pertanto, universale. Ed il rigo scritto inciampa spesso nella lotta col ricordo, ricordo amaro e desolante. Tuttavia la vita stessa s’aggrappa alle catene del dolore e, nonostante tutto, resiste e va avanti non potendo fare altrimenti, perché il fil vita di ciascuno è legato non al soggettivo, ma alla oggettività di un reale/irreale oltre, che decide in piena autonomia. I versi della Nostra essudano umori netti, secchezze di pianto, pianto non fluente. ma imprigionato nella sua stessa ingabbiata galera. Non c’è scampo, dunque, senza flebile luce, neppure riflessa al suo barbaglio. Soltanto il resistere s’incolla ostinatamente all’esilissima speranza.

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