Chiara Piscitelli


Via dello sguardo

Hai sognato che ero d’altri.
Com’è semplice ora spiegarti che un sogno può restare disatteso
e a noi tocca l’appartenenza alla fine.

Sono venuta per questa pena che ti abbuia il viso
la via dello sguardo
dove la mia insicurezza è saldata alla tua
e tu smetti di dire e sognare
perché parlare crea mondi, piani non finiti
che noi non abitiamo.
Vedi, ho sognato che potevo essere d’altri
ma se c’è un tempo in questa vita
io l’ho misurato tutto sul tuo polso
al termine di una notte in cui in due
si è resa possibile l’alba in una stanza.

 

© Inedito

Rupi Kaur


chissà se sono
abbastanza bella per te
o se sono bella e basta
cambio ciò che indosso
cinque volte prima di vederti
domandandomi quali jeans rendano
il mio corpo più allettante da spogliare
dimmi
c’è qualcosa che io possa fare
per farti pensare
lei
lei è tanto straordinaria
da far dimenticare al mio corpo di avere ginocchia

scrivilo in una lettera e indirizzala
alle parti di me più insicure
la tua sola voce mi porta alle lacrime
il tuo dirmi che sono bella
il tuo dirmi che basto

 

The sun and her flowers. Il sole e i suoi fiori (Tre60, 2018), trad. it. A. Storti

Anthony Hecht


See Naples and Die

It is better to say, “I’m suffering,” than to say,
“This landscape is ugly.”
Simone Weil

I can at least consider those events
Almost without emotion, a circumstance
That for many years I’d scarcely believed.
Our strong emotions, of pleasure and pain,
Fade into stark insensibility.
For which, pheraps, it need be said, thank God.
So I can read from my journal of time
As if it were written by a total stranger.
Here is a sunny day in April, the air
Cool as spring water to breathe, but the sun warm.
We are seated under a trellised roof of wines,
Light-laced and freaked with grape-leaf silhouettes
That romp and buck across the tablecloth,
Flicker and slide on the white porcelain.
The air is scented with fresh rosemary,
Boxwood and lemon and a light perfume
From fields of wild-flowers far beyond our sight.
The cheap knives blind us. In the poet’s words,
It is almost time for lunch. And the padrone
Invites us into blackness the more pronounced
For the brilli ance of outdoors. Slowly our eyes
Make out his pyramids of delicacies –
The Celtic coils and curves of primrose shrimp,
A speckled gleam of opalescent squid,
The mussel’s pearl-blue niches, as unearthly
As Brazilian butterflies, and the greyturbot,
Like a Picasso lady with both eyes
On one side of her face. We are invited
To choose our fare from this august display
Which serves as menu, and we return once more
To the sunshine, to the fritillary light
And shadow of our table where carafes
Of citrine wine glow with unstable gems,
Prison the sun like genii in their holds,
Enshrine their luminous spirits.
There, before us,
The greatest amphitheater in the world:
Naples and its Bay. We have begun
Our holiday, Martha and I, in rustic splendor.
I look at her with love (was it with love?)
As a breeze takes casual liberties with her hair,
And set it down that evening in the hotel
(Where I make my journal entries after dinner)
That everything we saw this afternoon
After our splendid lunch with its noble view –
The jets of water, Diana in porphyry,
Callipygian, broad-bottomed Venus,
Whole groves of lemons, the pace grenadine pearls
Of pomegranate seeds, olive trees, urns,
All fired and flood-lit by this southern sun –
Bespoke an unassailable happiness.
And so it was. Or so I thought it was.
I believe that on that height I was truly happy,
Though I know less and lessa s time goes on
About what happiness is, unless it’s what
Folk-wisdom celebrates as ignorance.
Dante says that the worst of all torments
I sto remember happiness once it’s passed.
I am too numb to know whether he’s right.

[…]

 

*

 

 

Vedi Napoli e poi muori

Meglio dire «Soffro», piuttosto che
«Il paesaggio è brutto».
Simone Weil

Posso alfine esaminare quegli eventi
quasi senza emozione, circostanza
cui per anni e anni poco avevo creduto.
Dimentichiamo molto, certo, e, con i fatti,
le emozioni forti, di pena e di piacere,
si stemperano in duro non sentire.
Del quale forse, andrebbe detto, sia ringraziato Iddio.
Così percorro passi dal diario di quel tempo
Come fosse scritto da un estraneo.
È un giorno di sole qui, è aprile, l’aria
Fresca acqua sorgiva al respiro, ma il sole è caldo.
Sediamo sotto una pergola di vite,
ricamati di luce e screziati dalle ombre delle foglie
che scattano e recalcitrano sulla tovaglia,
guizzano e scivolano sulla porcellana bianca.
L’aria sa di rosmarino fresco,
bosso e limone e di una leggere fragranza
di fiori selvatici da campi nascosti alla vista.
I coltelli da due lire ci accecano. Per dirla col poeta,
è quasi ora di pranzo. E il padrone
ci invita in un’oscurità tanto più fitta
per la brillantezza dell’esterno. Adagio gli occhi
mettono a fuoco piramidi di prelibatezze –
le spire celtiche, le sinuosità dei gamberetti,
il lucore maculato della seppia opalescente,
le nicchie azzurro-perla delle cozze, ultraterrene
come farfalle amazzoniche, e il rombo grigio,
signora picassiana, entrambi gli occhi
sullo stesso lato del volto. Ci invitano
a scegliere il cibo da questa mostra angusta
che funge da menù, quindi torniamo
al sole, alla fritillaria luce
e ombra del tavolo dove caraffe
di vino citrino rifulgono di gemme instabili,
imprigionano il sole come un genio in loro potere,
incastonano i loro spiriti luminosi.
Lì, davanti a noi,
il più sontuoso anfiteatro del mondo:
Napoli e il suo Golfo. Abbiamo iniziato
la vacanza, Marta e io, in schietto splendore.
La guardo con amore (era amore?)
e una brezza si prende libertà coi suoi capelli,
e quella sera metto per iscritto in albergo
(dove dopo cena aggiorno il diario)
che ogni cosa vista nel pomeriggio
dopo lo splendido pranzo con quella veduta superba –
i getti d’acqua, Diana di porfido,
la callipigia Venere dall’ampio fondoschiena,
giardini di limoni, le stipate perle granato
della melograna, gli ulivi, le urne,
tutto infocato, in un diluvio di luce, dal sole del Sud –
rivelavano un’irrefutabile felicità.
E così era. O così pensavo fosse.
Credo che su quell’altezza io fossi davvero felice.
Anche se con il passare del tempo ne so sempre meno
di cosa sia la felicità, a meno che non sia
ciò che la saggezza popolare celebra come ignoranza.
Dante afferma che il peggiore dei tormenti
è ricordare la felicità una volta che è passata.
Sono troppo inebetito per sapere se ha ragione.

[…]

 

Le ore dure (Donzelli, 2018), a cura di Moira Egan e Damiano Abeni

Francesca Boccaletto


Chiedo scusa di notte
quando non siamo vicini.
Per le parole sbagliate,
per la coda di denso silenzio.

Non mi scuso di giorno,
preferisco mostrarti
la parte buia di me,
la voce crepata
la mia bocca oscena.

Se resterai
sarà per la notte,
per le crepe
per le parole sbagliate.

 

Abbiamo parlato di fortuna (Interno Poesia, 2018)

Foto di Massimo Pistore

Guido Ceronetti


Esili giorni dell’oscurità
E il disastro degli esseri attraente
Della carne estenuata l’eco e il timbro
Tra le rovine sue risuscitando

Che una poesia di amante li raccolga
Lettrice dei bei segni desolati
Quanti ne fai coltello del miracolo
Dei contatti infiniti tra miserie

Da gola rotta esce la pietà
E scruta le macerie fulminate
Della luce negli occhi delicati
E il suo tormento tra le mani cieche

Le troppe mani che in solitudini
Parricide incarnate trepidano
E i visi enormi d’uomo e di materia
Sfigurata che vivono nell’uomo

Che una poesia capace li raccolga
Sulla lingua della sua lacrima

 

Sono fragile sparo poesia (Einaudi, 2012)

Foto di Giosetta Fioroni

Antiniska Pozzi


Amavo (una volta)
un comunista
ma lui forse
in ultima istanza
amava più il comunismo
di me

Perché era un amore
di gioventù
e quelli si sa che non hanno
rivali
neppure le mogli
neppure i figli

Hanno a che fare con l’identità
e lui
quando si guardava allo specchio
vedeva un comunista

una volta si tagliò i baffi
e per poco non ne morì
anche lo specchio impazzì
voleva smettere di riflettere
ma per alcuni è difficile farlo

difficile vedersi differenti
da come si è
e lui era un comunista
un comunista vero
di quelli che li trovi solo nei libri
nella teoria

lo amavo e poi è morto
– qualcuno ha detto –
come il comunismo

 

Amavo (una volta) un comunista (LietoColle, 2018)

Andrew Motion


Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

Nuove poesie d’amore (Crocetti, 2010), a cura di Angela Urbano

Heinrich Heine


Ci siamo voluti davvero un gran bene,
Eppure ci siam sopportati.
Abbiamo giocato a moglie e marito
Però non ci siamo picchiati.
Insieme abbiam riso e abbiamo scherzato,
Ci siamo abbracciati e baciati col cuore.
Con gioia infantile a nascondino
Abbiamo giocato nei boschi e nei prati,
E siamo stati così bravi a nasconderci
Che poi non ci siamo mai più ritrovati.

 

Poesie scelte (Mimesis, 2016), a cura di Simonetta Carusi

Corrado Benigni


Pixel

Come suoni nelle pietre le parole nascondono
luoghi e cellule, respiri e ore contate
che dicono chi siamo,
mentre tutto scorre attraversando il groviglio.
Pixel di voci affiorano sulla pagina,
disegnano volti tra le lettere di un alfabeto perduto:
i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili,
Dike sul banco degli imputati, mio padre, Ulisse senza Itaca
in un’era glaciale.
Domani tutto sarà cancellato.
Ma la strada è una lingua che ci vede
e sotto la terra un bosco – immobile – aspetta di nascere.

 

Tempo riflesso (Interlinea, 2018)

Foto di Viviana Nicodemo