Mariella Mehr


Non c’era mare ai nostri piedi
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi spazzare via noi posteri dalla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Sono leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

Per tutti i Roma, Sinti e Jenische
per tutte le ebree e gli ebrei
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani

 

Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi, 2014)

Michele De Virgilio


Certe persone passano
veloci come meteore
nella vita: ci salutano, ci sorridono,
ci offrono
da bere, ci comprano
un vestito. Poi
se ne vanno.

E quando se ne vanno
si passa il tempo
restante a domandarsi chi erano.
I loro sguardi ci rimangono dentro
attaccati come polaroid celesti
che aivoglia a scartavetrarsi l’anima,
non se ne vengono.

Ci rimane il ricordo soltanto
e un sorriso vestito di bianco
che si confonde con le onde
del mare la sera.

 

Tutte le luci accese (Ladolfi, 2018)

Anne Sexton


Casalinga

Certe donne sposano una casa.
Altra pelle, altro cuore
altra bocca, altro fegato
altra peristalsi.
Altre pareti:
incarnato stabilmente roseo.
Guarda come sta a carponi tutto il giorno
A strofinar per fedeltà se stessa.
Gli uomini c’entrano per forza,
risucchiati come Giona
in questa madre ben in carne.
Una donna è sua madre.
Questo conta.

 

Rivista “Poesia” (n. 90, dicembre 1995), traduzione di Rosaria Lo Russo

Pierre Reverdy


Colui che attende

E davvero l’autunno che ritorna
e si inizia a cantare
Ma nessuno
ci tiene
più di me
io sarò l’ultimo
Ma non è così triste
come avevano detto
questa stagione pallida
Un po’ più di malinconia
Per darvi ragione

Il fumo interroga
Sarà lui oppure tu
a tesserne l’elogio
prima che arrivi il freddo
E aspetto
L’ultima luce
che sale nella notte
Ma la terra discende
E non tutto è finito
Un’ala la sostiene
Per tutto questo tempo
In fin dei conti io verrò con te
A chiudere la porta
Se tira troppo vento

 

La maggior parte del tempo (Guanda, 1966) a cura di Franco Cavallo

Fabrizio Falconi


sto ad un certo punto del sonno
tra sonno e veglia
ad aspettarti e puntualmente arrivi
a sbarrare la porta,
non vuoi tenermi e non vuoi
lasciarmi andare, senza dire
e senza tacere, come un sibilo
di vento trattenuto dalle onde
tutto è lucente e spazioso
ma non appare nulla di atteso,
copro la testa col cuscino
spingendo via il resto di te
che rimane e resto indeciso
se entrare, resto in bilico
come un geranio sul balcone
come una vela prima dell’orizzonte,
nessuno mi ha avvertito
che avrei solamente sognato
avrei solamente dormito
avrei vegliato
come solo gli insonni e i morti
possono fare.

 

Nessun pensiero conosce l’amore (Interno Poesia, 2018)

Carlo Emilio Gadda


Autunno

Tàcite imagini della tristezza
Dal plàtano al prato!
Quando la bruma si dissolve nel monte
E un pensiero carezza
E poi lascia desolato – la marmorea fronte;
Quando la torre, e il rattoppato maniero,
Non chiede, al vecchio architetto, più nulla:
Allora il feudo intero – fruttifica una susina
Bisestile, alla collina
Dolce e brulla.
Tace, dal canto, il prato.
Il pianoforte della marchesina
Al tocco magico delle sue dita
S’è addormentato:
E dopo sua dipartita – l’autunno
S’è scelto un nuovo alunno:
Il passero!, lingua di portinaia
Dal gelso all’aia:
E il cancello e lo stemma sormonta
La nenia del campanile – e racconta
I ritorni, all’aurata foresta:
Garibaldeggia per festa
Sopra il travaglio gentile
Perché alla bella il ragazzo piaccia,
Quello che lassù canta, quello che lassù pesta.
Il vecchio marchese ha inscenato una caccia
Con quindici veltri, e galoppa,
Diplomatico sconsolato
Sul suo nove anni reumatizzato.
Della volpe nessuna notizia, nessuna traccia!
Il cavallo ha un nome inglese: e il corno sfiatato
Assorda nella tana il ghiro
Che una nocciòla impingua!
Al docicesimo giro
La muta s’è messa un palmo di lingua
E, mòbile macchia, cicloneggia bianca
Nella deserta brughiera
Là, verso il passaggio a livello,
Dove arriva stanca,
Salendo, la vaporiera.
Passa il merci e il frenatore – più bello,
Lungo fragore! – vana bandiera!
Ha incantato la cantoniera.
Ecco il diretto galoppa – verso città lontane
E il cavallo inglese intoppa
Negli sterpi dannati e calpesta
I formicai vuoti e le tane.
Ma dal campanile canta l’ora di festa – canta
Tristezze vane!

 

Rivista Solaria (3 marzo 1932)

Chiara Piscitelli


Via dello sguardo

Hai sognato che ero d’altri.
Com’è semplice ora spiegarti che un sogno può restare disatteso
e a noi tocca l’appartenenza alla fine.

Sono venuta per questa pena che ti abbuia il viso
la via dello sguardo
dove la mia insicurezza è saldata alla tua
e tu smetti di dire e sognare
perché parlare crea mondi, piani non finiti
che noi non abitiamo.
Vedi, ho sognato che potevo essere d’altri
ma se c’è un tempo in questa vita
io l’ho misurato tutto sul tuo polso
al termine di una notte in cui in due
si è resa possibile l’alba in una stanza.

 

© Inedito

Rupi Kaur


chissà se sono
abbastanza bella per te
o se sono bella e basta
cambio ciò che indosso
cinque volte prima di vederti
domandandomi quali jeans rendano
il mio corpo più allettante da spogliare
dimmi
c’è qualcosa che io possa fare
per farti pensare
lei
lei è tanto straordinaria
da far dimenticare al mio corpo di avere ginocchia

scrivilo in una lettera e indirizzala
alle parti di me più insicure
la tua sola voce mi porta alle lacrime
il tuo dirmi che sono bella
il tuo dirmi che basto

 

The sun and her flowers. Il sole e i suoi fiori (Tre60, 2018), trad. it. A. Storti

Anthony Hecht


See Naples and Die

It is better to say, “I’m suffering,” than to say,
“This landscape is ugly.”
Simone Weil

I can at least consider those events
Almost without emotion, a circumstance
That for many years I’d scarcely believed.
Our strong emotions, of pleasure and pain,
Fade into stark insensibility.
For which, pheraps, it need be said, thank God.
So I can read from my journal of time
As if it were written by a total stranger.
Here is a sunny day in April, the air
Cool as spring water to breathe, but the sun warm.
We are seated under a trellised roof of wines,
Light-laced and freaked with grape-leaf silhouettes
That romp and buck across the tablecloth,
Flicker and slide on the white porcelain.
The air is scented with fresh rosemary,
Boxwood and lemon and a light perfume
From fields of wild-flowers far beyond our sight.
The cheap knives blind us. In the poet’s words,
It is almost time for lunch. And the padrone
Invites us into blackness the more pronounced
For the brilli ance of outdoors. Slowly our eyes
Make out his pyramids of delicacies –
The Celtic coils and curves of primrose shrimp,
A speckled gleam of opalescent squid,
The mussel’s pearl-blue niches, as unearthly
As Brazilian butterflies, and the greyturbot,
Like a Picasso lady with both eyes
On one side of her face. We are invited
To choose our fare from this august display
Which serves as menu, and we return once more
To the sunshine, to the fritillary light
And shadow of our table where carafes
Of citrine wine glow with unstable gems,
Prison the sun like genii in their holds,
Enshrine their luminous spirits.
There, before us,
The greatest amphitheater in the world:
Naples and its Bay. We have begun
Our holiday, Martha and I, in rustic splendor.
I look at her with love (was it with love?)
As a breeze takes casual liberties with her hair,
And set it down that evening in the hotel
(Where I make my journal entries after dinner)
That everything we saw this afternoon
After our splendid lunch with its noble view –
The jets of water, Diana in porphyry,
Callipygian, broad-bottomed Venus,
Whole groves of lemons, the pace grenadine pearls
Of pomegranate seeds, olive trees, urns,
All fired and flood-lit by this southern sun –
Bespoke an unassailable happiness.
And so it was. Or so I thought it was.
I believe that on that height I was truly happy,
Though I know less and lessa s time goes on
About what happiness is, unless it’s what
Folk-wisdom celebrates as ignorance.
Dante says that the worst of all torments
I sto remember happiness once it’s passed.
I am too numb to know whether he’s right.

[…]

 

*

 

 

Vedi Napoli e poi muori

Meglio dire «Soffro», piuttosto che
«Il paesaggio è brutto».
Simone Weil

Posso alfine esaminare quegli eventi
quasi senza emozione, circostanza
cui per anni e anni poco avevo creduto.
Dimentichiamo molto, certo, e, con i fatti,
le emozioni forti, di pena e di piacere,
si stemperano in duro non sentire.
Del quale forse, andrebbe detto, sia ringraziato Iddio.
Così percorro passi dal diario di quel tempo
Come fosse scritto da un estraneo.
È un giorno di sole qui, è aprile, l’aria
Fresca acqua sorgiva al respiro, ma il sole è caldo.
Sediamo sotto una pergola di vite,
ricamati di luce e screziati dalle ombre delle foglie
che scattano e recalcitrano sulla tovaglia,
guizzano e scivolano sulla porcellana bianca.
L’aria sa di rosmarino fresco,
bosso e limone e di una leggere fragranza
di fiori selvatici da campi nascosti alla vista.
I coltelli da due lire ci accecano. Per dirla col poeta,
è quasi ora di pranzo. E il padrone
ci invita in un’oscurità tanto più fitta
per la brillantezza dell’esterno. Adagio gli occhi
mettono a fuoco piramidi di prelibatezze –
le spire celtiche, le sinuosità dei gamberetti,
il lucore maculato della seppia opalescente,
le nicchie azzurro-perla delle cozze, ultraterrene
come farfalle amazzoniche, e il rombo grigio,
signora picassiana, entrambi gli occhi
sullo stesso lato del volto. Ci invitano
a scegliere il cibo da questa mostra angusta
che funge da menù, quindi torniamo
al sole, alla fritillaria luce
e ombra del tavolo dove caraffe
di vino citrino rifulgono di gemme instabili,
imprigionano il sole come un genio in loro potere,
incastonano i loro spiriti luminosi.
Lì, davanti a noi,
il più sontuoso anfiteatro del mondo:
Napoli e il suo Golfo. Abbiamo iniziato
la vacanza, Marta e io, in schietto splendore.
La guardo con amore (era amore?)
e una brezza si prende libertà coi suoi capelli,
e quella sera metto per iscritto in albergo
(dove dopo cena aggiorno il diario)
che ogni cosa vista nel pomeriggio
dopo lo splendido pranzo con quella veduta superba –
i getti d’acqua, Diana di porfido,
la callipigia Venere dall’ampio fondoschiena,
giardini di limoni, le stipate perle granato
della melograna, gli ulivi, le urne,
tutto infocato, in un diluvio di luce, dal sole del Sud –
rivelavano un’irrefutabile felicità.
E così era. O così pensavo fosse.
Credo che su quell’altezza io fossi davvero felice.
Anche se con il passare del tempo ne so sempre meno
di cosa sia la felicità, a meno che non sia
ciò che la saggezza popolare celebra come ignoranza.
Dante afferma che il peggiore dei tormenti
è ricordare la felicità una volta che è passata.
Sono troppo inebetito per sapere se ha ragione.

[…]

 

Le ore dure (Donzelli, 2018), a cura di Moira Egan e Damiano Abeni

Francesca Boccaletto


Chiedo scusa di notte
quando non siamo vicini.
Per le parole sbagliate,
per la coda di denso silenzio.

Non mi scuso di giorno,
preferisco mostrarti
la parte buia di me,
la voce crepata
la mia bocca oscena.

Se resterai
sarà per la notte,
per le crepe
per le parole sbagliate.

 

Abbiamo parlato di fortuna (Interno Poesia, 2018)

Foto di Massimo Pistore