Nelo Risi


Madrigale

Ho fatto un pieno di versi
per la traversata dei deserti
dell’amore, là dove il viaggiare
più comporta dei rischi, dove
occorre tenere gli occhi bene aperti
perché non sempre regge il cuore.

A malapena si conserva un viso
se il tempo ingoia il resto;
con un ritratto appeso non si va
molto lontano, a meno che un sorriso
una figura non venga a divorarti
con dolcezza, un modo ancora
per stare con la vita.

 

Ruggine (Mondadori, 2004)

Luca Vaglio


i neon bianchi della esso
di via galvani accendono le lamiere
delle macchine ferme per la benzina
mutano la vibrazione dei colori
la fanno scartare verso il freddo
lungo lo spettro visibile
quasi a mostrare nella notte
l’ipotesi piccola di un’epifania:
prima e dopo solo lampioni
di fioca luce arancione, eco debole
di motori, cemento e asfalto
e ancora fari bassi a segnare la strada

 

Il mondo nel cerchio di cinque metri (Marco Saya, 2018)

Yves Bonnefoy


Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,
Le sentiva innumerevoli, non cercava
Di dar loro un volto. Le occorreva
Non sapere, desiderando non essere.

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra
Davvero occorre l’approvazione degli occhi?
Pensano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga
A sventare senza posa troppi inganni!

Psiche aveva amato che il non vedere
Fosse come il fuoco quando avvolge
L’albero di qui degli altri mondi della folgore.

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto
Tra le mani, non l’abbandonava
Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

 

L’ora presente (Mondadori, 2013), trad. it. F. Scotto

Ali Podrimja

Ninna Nanna

Dormi, o mio piccolo dagli occhi glauchi,
ragazzo del Kossovo dallo sguardo ardente,
dormi, mio lupo.

L’alba sorgerà,
essa ti darà
il cuore e l’anima
della roccia.
Dormi, mio piccolo dal viso tormentato!
Tu, aquilotto dalle montagne, dormi
accanto a tua madre morta.

Guarda, il fuoco ci allontana dalle rive.

 

Poesia dal Kossovo (Besa, 1999), trad. it. D. Giancane

Claudio Damiani


Miei contemporanei
di questo tempo instabile
dove, lasciato un trapezio,
non abbiamo ancora afferrato l’altro
– noi equilibristi, più che trapezisti –
non siate in angoscia pensando
di essere nati troppo presto
per vedere l’allungamento della vita
come un elastico viscido,
non pensiate di essere gli ultimi
a morire, proprio scarognati,
non fate come Ray Kurzweil
che fa una dieta di farmaci
per vivere fino alla singolarità
e che se non ce la farà si farà ibernare
perché qualcuno poi, forse, lo venga a svegliare.

© Inedito da Prima di nascere

Edoardo Albinati


Il Graal

Hai mica visto il sacchetto di carta
con dentro le arance? Ne avevo scelta una
in particolare, una più piccola
scura, sporca, o l’hai già presa
e messa dentro a un piatto?
Eccola, guardala in mezzo al tavolo
splendere come il Santo Graal
prima di essere snudata dalla buccia
prima di essere da te spaccata.
Avremo la bocca piena del suo sangue.
Apri il libro a caso: fallo cadere a terra: scordalo.
Cosa hai imparato oggi, cosa hai dimenticato?
Il mondo è un’unica creatura
e ad essa senza saperlo ci muoviamo solidali
come le mani, come i piedi, come gli occhi
come tra le labbra le due file di denti
che congiungono masticando.

 

Sintassi italiana (Guanda, 2002)

André Frenaud


Paesaggio

Grande corpo disteso incerto,
ti vedo così da lontano
oltre i corvi e la cenere.

La grande pianura oblunga
e i pascoli profondi
le altezze delle tue anche
ove stilla un gentile ruscellare dell’acqua
montagna amata dalle api e dal vento
dal mio morto respiro, ricomposto attorno a te
per penetrare attraverso la bocca spalancata.

La vita di quaggiù non è la nostra,
distratto, ognuno, da antiche devastazioni,
ma quella della grave statua crespata che guardo,
sperduta in un movimento sabbioso.
La luce costeggia i burroni, si immerge
ed ecco che la nostra ombra si illumina senza menzogna,
aurora in cui tu ed io saremo per sempre confusi.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Antonietta Gnerre


Il pavimento forma un verso.
E qui, dove invento una casa nella tua,
poggio le mani sui muri ancora caldi
dell’ultima estate.
Le poggio per misurare chi siamo.

Gli ulivi ci attendono nascosti.
Ora, ad esempio, anche loro stanno fissando
le formiche che trasportano un chicco di grano.

Il verso si completa con la luce che arriva
dalle persiane
tra i nomi delle formiche
che ci osservano.

 

© Inedito di Antonietta Gnerre

Arundhathi Subramaniam


When God Is a Traveller

wondering about Kartikeya/Muruga/Subramania, my namesake

Trust the god
back from his travels,

his voice wholegrain
(and chamomile),
his wisdom neem,
his peacock, sweaty-plumed,
drowsing in the shadows.

Trust him
who sits wordless on park benches
listening to the cries of children
fading into the dusk,
his gaze emptied of vagrancy,
his heart of ownership.

Trust him
who has seen enough–
revolutions, promises, the desperate light
of shopping malls, hospital rooms,
manifestos, theologies, the iron taste
of blood, the great craters in the middle
of love.

Trust him
who no longer begrudges
his brother his prize,
his parents their partisanship.

Trust him
whose race is run,
whose journey remains,

who stands fluid-stemmed
knowing he is the tree
that bears fruit, festive
with sun.

Trust him
who recognizes you –
auspicious, abundant, battle-scarred,
alive –
and knows from where you come.

Trust the god
ready to circle the world all over again
this time for no reason at all

other than to see it
through your eyes.

 

 

*

 

 

Quando Dio è un viaggiatore

riflettendo su Kartikeya/Muruga/Subramania, che si chiama come me

Confida nel dio
tornato dai viaggi,

nella sua voce di crusca
(e di camomilla),
nel suo neem, albero di saggezza,
nel suo pavone dalle piume sudate,
appisolato nell’ombra.

Confida in lui
che siede muto sulle panchine
ad ascoltare le grida dei bimbi
dissolversi all’imbrunire,
nello sguardo svuotato di erranza,
nel cuore privo di possesso.

Confida in lui
che ha visto abbastanza –
rivoluzioni, promesse, la luce disperata
dei centri commerciali, stanze d’ospedale,
manifesti, teologie, il gusto ferroso
del sangue, i grandi crateri nel mezzo
all’amore.

Confida in lui
che non rivendica più
il premio al fratello,
la partigianeria ai genitori.

Confida in lui
che ha corso la sua corsa,
ma ancora gli resta il viaggio,

in lui che svetta irrorato di linfa
sapendo di essere lui l’albero
che dà frutti, festoso
di sole.

Confida in lui
che ti riconosce –
augurante, abbondante, ferita in battaglia,
viva –
e che sa da dove vieni.

Confida nel dio
pronto a fare ancora il giro del mondo
senz’altra ragione

che vederlo, stavolta,
attraverso i tuoi occhi.

 

A una poesia non ancora nata (Interno Poesia, 2018), a cura di Andrea Sirotti

Luca Pizzolitto

Notte di dicembre

Da dove vieni
e dove stai andando
con quel sorriso
madreperla che rischiara
la notte e affondi
le labbra in un bicchiere
rosa socchiudi gli occhi
respiri come se il mondo
non avesse mai pace.

L’amore si rompe
sotto un cielo di stelle,
non trovo parole.

Vorrei stringerti ancora
e danzare sentendo
il profumo del collo
sapere il tuo nome.
Vorrei parlarti di me
delle solitudini al mattino
le notti gravide di attese
gli anni brina che
si sciolgono in pochi istanti
o in un bacio rubato
alle stelle, stanotte.

Da dove vieni
e dove stai andando,
la musica soffoca pensieri.
Resto seduto vicino
al banco di luci al neon,
osservando te che
ti volti di spalle e
come una piuma
scivoli giù.

 

Il silenzio necessario (Transeuropa, 2017)