Forugh Farrokhzad

Forugh-Farrokhzad_

Il mio uomo

Il mio uomo
con il suo corpo nudo e disinvolto
come la morte s’innalza,
sulle sue cosce vigorose.

S’intrecciano le fibre
delle sue membra nervose
al disegno solido del suo corpo.

Il mio uomo dai tempi andati
dalle generazioni perdute sembra giunto.
Un tartaro nel taglio dei suoi occhi
in agguato dei viandanti,
un barbaro nel guizzo splendente dei suoi denti
incantato dal sangue caldo
della preda.

Il mio uomo
come la natura,
volge al senso ineluttabile
di una comprensione chiara
lui, con la mia disfatta
conferma la legge inappellabile
della forza.

Terribilmente libero,
simile a un istinto puro
nel cuore di un’isola alla deriva.

Della polvere delle strade
lui si libera, con i resti
della tenda di Majnun, antico Folle d’amore.
Il mio uomo
come un dio nei templi del Nepal
da sempre un’esistenza da straniero.

Lui,
è un uomo dei secoli passati
memoria d’una bellezza d’altri giorni.
Risveglia intorno a sé
continuamente come l’odore un bambino
il volto di pure memorie.

Lui come ballate di villaggio
irrompe violento puro nudo.

Sinceramente ama
i grani della vita
i grani della terra
le tristezze degli uomini,
le limpide tristezze.

Sinceramente ama
il sentiero verdeggiante di un villaggio
un albero
un coccio antico
i panni stesi al sole.
Il mio uomo
è un essere semplice,
un essere semplice che io
dalla terra nefasta e volgare
ho nascosto nei boschi dei miei seni,
come ultimo segno
d’incantevole religione.

 

La strage dei fiori (Orientexpress, 2008), a cura di D. Ingenito

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