Claudio Damiani

claudio damiani
Questa notte ho sognato il mio gatto
che m’è scappato, da un po’ di tempo
e non è più tornato.
M’è comparso nel sogno e gli ho detto subito:
“Sai che vicino al centro estivo di Antonio
ti ho visto due volte
ma non eri tu, credo,
gli assomigliavi
ma eri più magro, il colore del pelo identico,
quello degli occhi anche, ma l’espressione non era la tua
ma gli assomigliavi. Ci siamo guardati a lungo
e lui forse anche si chiedeva chi ero
lui forse anche cercava di capire
come io cercavo di capire,
ma aveva anche il pelo un poco più corto
– così mi sembrava – e l’espressione un po’ diversa
troppo diversa”. “Ma non mi chiedi che cosa
è successo di me?”, dice il gatto,
“Sì, te lo chiedo”, dico io, e lui:
“Ebbene, non lo so”.
A questo punto io volevo prendere il gatto
e baciarlo, ma lui è salito su un muro più alto
“Scendi – gli ho detto io – lascia che ti tenga un po’ in braccio
e ti accarezzi come ti piace
lascia che, un poco, ti baci”.
Ma il gatto mi guardava sgranando gli occhi,
espressione sua tipica, come se non capisse
o capisse qualcos’altro che io stesso non capivo.
“Ascolta, mi manchi molto – ho ripreso a dire –
mi facevi così tanta compagnia
mi piaceva tanto guardare le tue prodezze
quando giocavi a calcio, o quando afferravi una mosca,
mi piaceva tanto guardare le tue espressioni
poi prenderti e accarezzarti e tenerti un po’
sulla mia pancia”.
“Sì, anche a me piaceva, ma le cose passano, le cose passano,
e anche noi passiamo”.
“Sì, anche noi passiamo – ho detto io –
ma dove andiamo?”.
“Andiamo verso qualcosa che è sempre qualcosa
non esiste la fine, perché, vedi,
siamo tutti collegati”.
“Spiegati meglio, perché non capisco bene”.
“Voglio dire quello che ho detto, che non c’è una fine,
e non c’è una fine perché siamo tutti collegati”.
“Dimmi se ho capito – ho detto io – :
il fatto che siamo tutti collegati…
forse vuoi dire che non esistiamo individualmente,
e che il cambiare, il passare delle cose, come tu dici, il tempo
quello stesso è il collegamento
cioè l’essenza stessa temporale
del nostro esistere è alla base
del nostro essere collegati”.
“Sì – mi hai risposto tu nel sogno –
è più o meno così, credo,
hai presente le catene?
è come se ci dessimo tutti la mano
e questa mano, non ce la stacchiamo mai,
nessuno ce la può staccare,
è questo il punto, capisci?”.
“Cioè tu vuoi forse dire – ho detto io al gatto –
che non è che noi siamo venuti alla vita casualmente
in quel preciso tempo e punto,
ci siamo venuti perché ci eravamo “attaccati”
mi sembra di capire, e non potevamo che essere noi
in quel preciso punto dell’essere”.
“Avendoci chiamato quelli che erano prima
attaccati a noi, e chiamando noi
quelli dopo di noi, attaccati a noi.
Vedi – ha continuato il gatto –
immagina una grande sfera che gira
davanti a una luce, come la terra davanti al sole,
tu sei in quella sfera infinita,
come un punto di lei, quando la luce ti illumina
sei nella vita, ma quando non più o non ancora
tu sei sempre in quella grande sfera lo stesso”.
Il gatto stava sempre in cima al muro, e io gli ho detto:
“Vieni, scendi un attimo che ti do un bacio”
lui è sceso a terra e io l’ho preso in braccio,
l’ho accarezzato sulla testa e l’ho baciato sulla nuca,
poi gli ho accarezzato il dorso e la coda
e lui ha miagolato e ha fatto le fusa
poi gli ho preso la testa con la mia mano destra
e gliel’ho stretta, e lui è stato zitto
e io l’ho baciato ancora un po’, e lui ha fatto le fusa ancora
e poi mi sono svegliato.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

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