Maria Grazia Calandrone

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Lo scheletro del ponte

La rimozione delle spoglie gialle degli insetti e del grano da parte del vento (una mole
di vento) che si arrotola e scioglie lungo la scarmigliata verticale
dell’abete, corre sotto i ventricoli dell’albero – contro
la resistenza metallica del cielo in panne nel sole
che si carica (con sfacciata irruenza) di argini e miele di questo mondo dove la bragia dell’oriente ha un rigonfiamento atomico
andando verso il quartiere di ferro degli sfasciacarrozze.

Cose che fanno respirare. La magnitudine. Lontana
dalla serrata riservatezza della cosa – cose
per metà vere che rincrescono.
La fermata improvvisa del cuore nell’opera ciclopica (nell’astratto ricalco) dell’amplesso.

Le conseguenze e i mezzi della scomparsa: polvere
ossea nel materiale di risulta edile. L’occhio
numerico [mimetico e malinconico di K.] si volta e viene a galla
un’erba
smidollata e oleosa: i lineamenti spaziotemporali della gazzella in fiore, l’uomo che ieri
avanzava disarmato e immemorabile – trovava posto
nel contagioso zelo del cantiere
e tutto ciò che aveva nelle mani era bufera
di baci, era perduto.

 

© Inedito da Gli scomparsi, storie da “Chi l’ha visto”
Foto di Dino Ignani

Leonard Cohen

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There is nothing here
except the shadow
of an occasional DC-3
nobody wants to be on

A Nazi war criminal
visited us last night
a very old man
in a silk parachute

We still love beauty
which the lizards express for us
Spinnakers of red membrane
blow from their throats

We’d like to write more often
but we are busy with the disciplines
psychic self-defence
and other martial arts

We have abandoned free love
and we have established the capital penalty
for certain crimes
There is no longer static between men and women

Our hospitality is simple and formal
we use no intoxicants
We salute those who came and go
We are naked with our friends

 

 

Non c’è niente qui
tranne di tanto in tanto
l’ombra di un DC-3
su cui nessuno vuole volare

Ieri sera è venuto a trovarci
un criminale di guerra nazista
un uomo molto vecchio
col paracadute di seta

Noi amiamo sempre la beltà
che le lucertole esprimono per noi
Spinnaker di membrana rossa
che si gonfiano dalle loro gole

Ci piacerebbe scrivere più spesso
ma abbiamo molto da fare con la disciplina
l’autodifesa psichica
e altre arti marziali

Abbiamo lasciato perdere l’amore libero
e abbiamo imposto per certi delitti
la pena di morte
Non ci sono più scintille tra uomo e donna

Offriamo un’ospitalità semplice e formale
non usiamo intossicanti
Salutiamo quelli che vanno e vengono
Nudi ce ne stiamo tra i nostri amici

 

L’energia degli schiavi (Minimum Fax, 2003), trad. it. D. Abeni

Antonio Bertoli

ANTONIO BERTOLI interno poesia

 

Via dell’acqua

Guarda sottile sguardo, custode penetrante
di giorno in giorno sempre più alla riva s’accalcano
canne erbe rovi frenetici la terra dalla verde forza
e l’acqua placa il dolore, serena sirena dal canto uguale
il dio umido erompe e fa salire la sete
di tutti coloro che all’acqua rivolgono parole e domande

Nell’ora intermedia della sera il fiume
si rifiuta al sonno, parlare sommesso e intermittente
il viso della morte e le parole dell’amore scorrono sul letto
d’acqua senza fine che tutto trascina
trascina e trascina, senza fine

Sorridere al futuro e al destino
che mai la morte può cancellare memoria d’amore
La pallida pioggia getta un ponte
di liquido fuoco tra cielo terra e acqua

Come non sorridere
del rivolo d’acqua piovana che traccia sul sentiero una strada
del filo che vi si corica e l’interrompe
così come un risvolto del pensiero mette fine alla logica?

 

Bianca pecora nera. Poetica della poesia. Poesia poetica (Il Vicolo, 2009)

Ivo Andrić

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L’oscurità

Non so dove vanno questi giorni miei
né dove mi portano queste notti.
Non so.

Non so il perché di questa fitta bruma
su tutte le attese,
né il perché del negletto disordine
su tutte le fatiche,
e nemmeno il perché dell’oblio mesto,
su quel che si è amato.

Nebbia.
Chi mi dirà stanotte cosa sono
i volti, le cose e i ricordi dei giorni passati?
E dove vanno questi giorni miei
E perché s’inebria il tenebroso cuore mio?
Dove? Perché?

 

Poesie scelte (Le Lettere, 2000), a cura di S. Šmitran

Giovanna Rosadini

giovanna rosadini

 

Nulla, non deve fare nulla. Lasciare
al mondo l’iniziativa. Scivolarsi
nel giorno come nel sonno. Incolume
perché slegata e senza peso, senza
intendimento. L’aria entra senza sforzo,
la sfoglia, la spoglia. Luce che penetra
l’ombra. Ramo che si allunga.
Gestazione silenziosa della gemma.

 

© Inedito da Fioriture capovolte

Foto di Dino Ignani

Attilio Bertolucci

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L’Oltretorrente

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa dell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.

 

Le poesie (Garzanti, 1998)

Giuseppe Conte

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Dei baci e del baciarsi

Dei baci e del baciarsi l’annegante
dolcezza, il tepore mucillaginoso
il fermentare che fa l’indomani
dolere la gola e spuntare foruncoli
quante volte, corpo, abbiamo provato.

Dei baci e del baciarsi l’irradiante
piacere, la frecciante volontà
di sovrapporsi, mescolarsi, intridersi
l’uno dell’altra, scivolando e tenera-
mente colpendosi, assurdi, regrediti
a questa adolescenza immedicabile
perduti, paritetici nel suo mistero
quante volte, mio corpo, abbiamo provato,
quante contare non potremmo, è vero, è
vero?

 

Poesie. 1983-2015 (Mondadori, 2015)

Gillian Clarke

clarke

 

Ladra d’amore

Arriverò come una ladra se necessario,
con passo felpato. Non forzerò un accesso,
ma ne troverò uno,

una finestra accostata. Ci infilerò
dentro un dito, e la aprirò piano piano
mentre tu dormi.

Sarai fuori quando sentirò le tue lenzuola fresche
sulla mia pelle, quando girerò per le tue stanze
toccando, godendo.

Avrò accesso alla tua email, alle tue password,
cliccherò sulla tua storia, ti rintraccerò
nello spazio virtuale.

Pensavi che mi sarei presentata alla tua porta
da persona onesta, con fair play?
L’amore non ha orgoglio,

né onore; si piglia ciò che gli viene dato
e ciò che riesce a ottenere. Implora
senza vergogna; perché non questo?

Io sono colui che azzarda, levantino
e scassinatore che dà senza riserve il cuore
a ciò che è irraggiungibile,

lassù in alto, in mani sicure, e trama
per blandirlo a sé, in un modo
o nell’altro.

 

Impronte. Poesia gallese contemporanea (Mobydick, 2007), trad. it. G. Sensi, P. McGuinness

Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

 

Metto il portafoglio in tasca ed esco
la strada mi abbaglia, i palazzi,
i clacson. È questo il campo di battaglia
pianeta, via cumana. È qui
che si decide, nei nostri cuori avviene
la sfida grande tra Lucifero e Michele.

Vedo il cane che risale la campagna
il guard rail che la taglia; vedo due
che si baciano e si scrollano la notte
dalle spalle, vedo e non ho visto niente.
Gli occhi non sono occhi, gli alberi
sono altri alberi, resteranno piantati
gli occhi nelle orbite, gli alberi nella terra,
in questo e in altri tempi, fino al salto,
alla fine, la fine che esplode ancora
l’inizio di pianto e di gioia.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Pier Paolo Pasolini

pasolini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Guinea

Alle volte è dentro di noi qualcosa
(che tu sai bene, perché è la poesia)
qualcosa di buio in cui si fa luminosa

la vita: un pianto interno, una nostalgia
gonfia di asciutte, pure lacrime.
Camminando per questa poverissima via

di Casarola, destinata al buio, agli acri
crepuscoli dei cristiani inverni,
ecco farsi, in quel pianto, sacri

i più comuni, i più inutili, i più inermi
aspetti della vita: quattro case
di pietra di montagna, con gli interni

neri di sterile miseria – una frase
sola sospesa nella triste aria,
secco odore di stalla, sulla base

del gelo mai estinto – e, onoraria,
timida, l’estate: l’estate, con i corpi
sublimi dei castagni, qui fitti, là rari,

disposti sulle chine – come storpi
o giganti – dalla sola Bellezza.
Ah bosco, deterso dentro, sotto i forti

profili del fogliame, che si spezzano,
riprendono il motivo d’una pittura rustica
ma raffinata – il Garutti? il Collezza?

Non Correggio, forse: ma di certo il gusto
del dolce e grande manierismo
che tocca col suo capriccio dolcemente robusto

le radici della vita vivente: ed è realismo…
Sotto i caldi castagni, poi, nel vuoto
che vi si scava in mezzo, come un crisma,

odora una pioggia cotta al sole, poco:
un ricordo della disorientata infanzia.
E, lì in fondo, il muricciolo remoto

del cimitero. So che per te speranza
è non volerne, speranza: avere solo
questa cuccia per le mille sere che avanzano

allontanando quella sera, che a loro,
per fortuna, così dolcemente somiglia.
Una cuccia nel tuo Appennino d’oro.

La Guinea… polvere pugliese o poltiglia
padana, riconoscibile a una fantasia
così attaccata alla terra, alla famiglia,

com’è la tua, e com’è anche la mia:
li ho visti, nel Kenia, quei colori
senza mezza tinta, senza ironia,

viola, verdi, verdazzurri, azzurri, ori,
ma non profusi, anzi, scarsi, avari,
accesi qua e là, tra vuoti e odori

inesplicabili, sopra polveri d’alveari
roventi… Il viola è una piccola sottana,
il verde è una striscia sui dorsali

neri d’una vecchia, il verdazzurro una strana
forma di frutto, sopra una cassetta,
l’azzurro, qualche foglia di savana

intrecciata, l’oro una maglietta
di un ragazzo nero dal grembo potente.
Altro colpo di pollice ha la Bellezza;

modella altri zigomi, si risente
in altre fronti, disegna altre nuche.
Ma la Bellezza è Bellezza, e non mente:

qui è rinata tra anime ricciute
e camuse, tra pelli dolci come seta,
e membra stupendamente cresciute.

Il mare è fermo e colorato come creta;
con case bianche, e palme: «tinte forti
da tavolozza cubista», come dice un poeta

africano. E la notte! Sensi distorti
da ogni nostro dolce costume,
occorrono, per cogliere i folli decorsi

che accadono, come pestilenze, a queste lune.
Perduti dietro metropoli di capanne
in uno spiazzo tra palme nere come piume,

alberi di garofano, di cannella – e canne
uguali alle nostrane, quelle sparse intorno
a ogni umano abitato – come tre zanne,

tre strumenti suonati quasi dal fuoco di un forno
inestinguibile, da gote nere sotto le falde
dei cappelli flosci presenti a ogni sbornia –

urlavano sempre le stesse note di leopardi
feriti, una melodia che non so dire:
araba? o americana? o arcaici e bastardi

resti di una musica, il cui lento morire
è il veloce morire dell’Africa?
Questo terzetto era al centro, scurrile

e religioso: neri-fetenti come capri
i tre suonatori, schiena contro schiena,
stretti, perché, intorno, in due sacri

cerchi di pochi metri, rigirava una piena
di migliaia di corpi. Nel cerchio interno
erano donne, a girare, addossate, appena

sussultanti nella loro danza. All’esterno
i maschi, tutti giovani, coi calzoni
di tela leggera, che, intorno a quel perno

di trombe, stranamente calmi, buoni,
giravano scuotendo appena spalle e anche:
ma ogni tanto, con fame di leoni,

le gambe larghe, il grembo in avanti,
si agitavano come in un atto di coito
con gli occhi al cielo. Al fianco

le donne, vesti celesti sopra i neri cuoi
delle pelli sudate, gli occhi bassi,
giravano covando millenaria gioia..,

Ah, non potrò più resistere ai ricatti
dell’operazione che non ha uguale,
credo, a fare dei miei pensieri, dei miei atti,

altro da ciò che sono: a trasformare
alle radici la mia povera persona:
è, caro Attilio, il patto industriale.

Nulla gli può resistere: non vedi come suona
debole la difesa degli amici laici
o comunisti contro la più vile cronaca?

L’intelligenza non avrà mai peso, mai,
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da una dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola, puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, con la più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

Nulla è insignificante alla potenza
industriale! La debolezza dell’agnello
viene calcolata ormai più senza

fatica nei suoi pretesti da un cervello
che distrugge ciò che deve distruggere:
nulla da fare, mio incerto fratello…

Mi si richiede un coraggio che sfugge
del tutto al reale, appartiene ad altra storia;
mi si vuole spelacchiato leone che rugge

contro i servi o contro le astrazioni
della potenza sfruttatrice:
ah, ma non sono sport le mie passioni,

la mia ingenua rabbia non è competitrice.
Non c’è proporzione tra una nuova massa
predestinata e un vecchio io che dice

le sue ragioni a rischio della sua carcassa.
Non è il dovere che mi trattiene a cercare
un mondo che fu nostro nella classica

forza dell’elegia! nell’allusione a un fatale
essere uomini in proporzioni umane!
La Grecia, Roma, i piccoli centri immortali…

Un’ansia romantica che pareva esanime
sopravvivenza, mostruosamente s’ingrandisce,
occupa continenti, isole immani…

annette Dei di milioni di guadi, percepisce
l’odore dell’umidità dei quaranta gradi
sopra zero immobili nelle coste, Mogadiscio

e le buganvillee di Nairobi, gli odori bradi
delle bestiacce scomposte in un selvatico
galoppo, per gli sventrati, i radi

orizzonti pervasi d’un funebre stallatico;
la quantità, l’immensità che pesa
inutilmente nel mondo, i cui prati bruciati

o marci d’acqua, sono una distesa
priva di possibile poesia, rozza cosa
restata lì, ai primordi, senza attesa,

sotto un sole meccanico che, annosa
e appena nata, essa subisce come infinità.
Ne nasce un bestiale colore rosa

dove il sesso paesano che ognuno ha
disegnato in calzoni di allegro cotone,
in gonne comprate negli stores indiani,

con soli occhiuti e cerchi di pavone,
come un’isola galleggia in un oceano
ronzante ancora per un’esplosione

recente e sprofondata dentro le maree…
Fiori tutti d’un colore, di cotone,
occhiuti e cerchiati popolano le Guinee

galleggiando nel tanfo d’uccisione,
nella carne delle estati sempre feroce
a divorare cibi cui la notte impone

le tinte equatoriali della morte precoce,
il blu e il viola e la polvere orrenda,
la libertà, che partorisce il popolo con voce

famigliare, e, in realtà, tremenda,
il nero dei villaggi, il nero dei porti coloniali,
il nero degli hotels, il nero delle tende…

E… alba pratalia, alba pratalia,
alba pratalia… I prati bianchi!
Così mi risveglio, il mattino, in Italia,

con questa idea dei millenni stanchi
bollata nel cervello: i bianchi prati
del Comune… della Diocesi… dei Banchi

toscani o cisalpini… quelli rievocati
nel latino del duro, dolce Salimbene…
Il mondo che sta in un testo, gli Stati

racchiusi in un muro di cinta – le vene
dei fiumi che sono poco più che rogge,
specchianti tra gaggìe supreme

– i ruderi, consumati da rustiche piogge
e liturgici soli, alla cui luce
l’Europa è così piccola, non poggia

che sulla ragione dell’uomo, e conduce
una vita fatta per sé, per l’abitudine,
per le sue classicità sparute.

Non si sfugge, lo so. La Negritudine
è in questi prati bianchi, tra i covoni
dei mezzadri, nella solitudine

delle piazzette, nel patrimonio
dei grandi stili – della nostra storia.
La Negritudine, dico, che sarà ragione.

Ma qui a Casarola splende un sole
che morendo ritira la sua luce,
certa allusione ad un finito amore.

 

Poesia in forma di rosa (Garzanti, 2001)