Andrea Cati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tuo profilo è una scogliera:
curve, tornanti, precipizi
l’angolo che si affaccia
sul tuo sorriso ha le sembianze
di un paesaggio inedito

primavera che fiorisce a gennaio
tra le insenature di questo incontro
sono perso nei fondali dei tuoi occhi
in questo slargo creato dal primo bacio:
nostra vigilia, attesa assoluta, tempo che verrà.

 

© Inedito di Andrea Cati

Francesco Terzago

francesco terzago

 

Vorrei dire, agli altri passeggeri che mi sono vicini,
che spettacolo, che gran spettacolo, quest’ala
che ondeggia al mio fianco, pare quasi che
il suo vertice sia una lama puntata alla giugulare
del crepuscolo, ma è un’illusione. Che spettacolo,
vorrei che lo sapessero ma alcuni di loro
stanno rimettendo, altri stanno soffocando
il finestrino con una coperta viola. Qualcuno
se ne sta con gli occhi chiusi, fingendo
di dormire e allora me ne sto zitto a contemplare
l’ala. Mi accorgo che è simile al corpo flessuoso
di un pesce gatto, un pesce gatto che stia
risalendo la pigra corrente di un canale di irrigazione,
è un morbido movimento, una lenta esse.
Da una buona mezzora il nostro aereo è scosso
in ogni direzione. Tutto è cominciato non appena
abbiamo concluso il pasto: noodle con piselli
e cubetti rosa di carne di maiale. Ho sempre trovato
curioso il fatto che le compagnie aeree cinesi
distribuiscano queste grigie posate di plastica –
d’altronde sarebbe una scena poco edificante
una baruffa ad alta quota che veda i suoi contendenti
brandire bacchette lunghe come spilloni. L’aereo
sul quale sto viaggiando, per un istante, affonda.
Ora, un istante dopo, è più giù di alcune decine
di metri (centinaia?), un altro istante, ancora affonda.
È quasi come se questa nostra esistenza avesse
lasciato la presa, avesse ritratto, delle due,
la sua mano munifica. Il vuoto d’aria. Il vuoto d’aria
è un silenzio che si diffonde lungo tutta la cabina,
che scende come un balsamo bianco e ci segna
la fronte; anche il ragazzino, tre file avanti a me,
ha smesso di parlottare con sua madre e di fare
i capricci per avere il tè. Ognuno dei passeggeri
stipati con me in questa siringa di metallo, nell’aereo
della Shanghai Airlines, meraviglioso esemplare
di Boeing 767, sta pensando che il senso di ogni cosa
stia in quel segreto che risponde al nome di ‘peso’
– mentre cadiamo ci pare di non averne più, sentiamo
qualsiasi cosa dentro il nostro corpo diffondersi
e rivoltarsi. Quando, alcuni secondi più tardi
l’aereo riprende quota, so per certo che ognuno
di noi si sta sentendo gonfio d’elettricità. Sono
gonfio di elettricità, sono un rospo elettrico.
Sudo elettricità. Ho invocato, con le mie preghiere
il dio benigno dell’alluminio e ora mi sento gonfio
di elettricità. Ala, ala mia – flessuosa come il corpo
di un pesce gatto, te ne prego, ala che stai
sempre al mio fianco, che sei tutta attorno a me. Ala
che raggiungi l’orizzonte, che buchi l’orizzonte,
che lo fondi, che lo pieghi e che lo intrecci
in un canestro di scie di condensazione… ala, flessuosa
come il corpo di un pesce gatto. Una forza,
frankensteiniana, aveva consegnato all’ala una vita
apparente. Come se lei fosse divenuta, per un poco,
carne e lega metallica. Uomo e macchina
nel medesimo istante, nel medesimo luogo,
l’ala fu tutt’attorno a noi e noi fummo lei, trascesi
alle giunture metalliche, ai cilindri idraulici,
ai flap, agli slat e agli spoiler – ogni bullone,
ogni singolo bullone, sino al carburante, pompato
nelle turbine come sangue, e ai bluastri
circuiti elettrici. E fu forse troppo facile, in quei
minuti euforici, dimenticare che c’era un altro mondo
in attesa, al disotto delle sconvolgenti nubi, un mondo
spaventoso e amato. C’era l’ala, il tintinnio
della carlinga, i motori sagomati dalla velocità, c’erano
le nubi ribollenti come quando, nella torrida estate,
uscimmo dimenticandoci il pane a lievitare. Quando
la sera tornammo una massa ribollente aveva inondato
il tavolaccio dandoci prova del fatto che la vita
non è, sola, un principio – è il mutamento.

 

da Poeti della lontananza (Marco Saya Editore, 2014)

Aleksandr Blok

blok

 

Sulla torre del fiume regna calma,
s’è chetato il fragore cittadino.
Non si vedono in giro più gendarmi:
fate orgia, ragazzi, senza vino!

S’è fermato un borghese nel quadrivio
e il naso dentro il bavero nasconde.
Ai fianchi gli si struscia col suo grigio
pelo rognoso un cane vagabondo.

Come il cane famelico sta muto
il borghese, con aria di domanda.
Sta il vecchio mondo come un can perduto
dietro a lui, con la coda fra le gambe.

 

I dodici (Einaudi, 1965), trad. it. R. Poggioli

Paul Durcan

 durcan,_paul-590x400

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il centro dell’universo

Quando spingo il carrello in giro per il supermercato,
sono il centro dell’universo;
su e giù per le corsie dei fagioli e dei succhi,
sono il centro dell’universo;
che vivo solo non è importante;
che sono un amante mollato non è importante;
che nuoto nel mio lavoro come un pesce fuor d’acqua non è importante;
sono il centro dell’universo.

Sono sempre qui, se hai bisogno –
sono il centro dell’universo.

 

da Blue and Blue: un’antologia di poeti anglo-irlandesi-americani (Sometti, 2000), trad. it. A. Bertoni