Umberto Piersanti

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Jacopo

tu, immune alle parole
e agli spaventi,
che c’entrano le strade
con la tua terra che nessuno
divide, striscia o frammenta?
le attraversi al mio braccio,
forestiero, le macchine lo sai
possono far male,
sono come la pietra che dal cielo
trapassò la tempia al generale,
sono molto più fitte
e quotidiane,
non sai da dove vengono,
che fanno,
solo che se ti tocca forte
ti fa male,
succede,
a tre anni il braccio si torceva,
non sai come

immune anche a quei segni
d’aria, fatti di niente,
che cerchiano tuo padre
per ogni strada,
il pegno che lui paga
alle folte parole,
alle fitte figure
che covano dentro
e vanno a fuoco

quand’ancora non eri lontano
e sperso
alla fiaba pensavo
di chi scendeva
da quel regno della vita,
sceglieva il cuore,
forse, del tempo che precede
qualcosa t’è rimasto,
ma confuso,
qualcosa che t’avviluppa i muscoli
ed il cuore

solo quando sei dentro l’acqua
e ci cammini,
giù nel fondo lento
e silenzioso,
torna il volto perfetto
senza le pieghe,
penso che tu sei nella terra
da dove vieni

 

L’albero delle nebbie (Einaudi, 2008)

Foto di Dino Ignani

Raymond Queneau

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Ombra discesa
ombra partenza e tristezza
ombra malvenuta
ombra speranza e capriccio
ombra sul mare di serenità
ombra portata ai piedi dei picchi
ombra il tempo sconvolto
ombra colante lungo le rocce
ombra è l’ora determinata
ombra è la noia dopo lo choc
ombra è l’amore abbandonato
ombra la vita ombra la morte
ombra il giorno che ti ha visto nato
ombra la notte che ti vede morto
ombra il giorno ombra la notte
ombra la notte ombra il giorno
ombra è l’ombra di sempre
ombra è ogni essere che fugge

 

da Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Nazim Hikmet

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Le sei del mattino.
Ho aperto la porta del giorno ci sono entrato
ho assaporato
l’azzurro nuovo nelle finestre
le rughe della mia fronte di ieri
sono rimaste sullo specchio

sulla mia nuca una voce di donna
tenera peluria di pesca
e le notizie del mio paese alla radio

vorrei correre d’albero in albero
nel frutteto delle ore

verrà il tramonto, mia rosa
e al di là della notte
mi aspetterà
spero
il sapore di un nuovo azzurro.

 

Poesie d’amore (Mondadori, 2002), trad. it. J. Lussu, V. Mucci

Chiara De Luca

chiara de luca

 

a mio fratello

 

Al tuo braccio appesa come a un albero maestro
nel viavai di arrivi e partenze a Tiburtina
dopo il primo appello della morte all’improvviso
a spingerci sul treno per Roma da bambini

dove mamma per mano aveva accompagnato
la sua mamma all’ultima stazione del dolore
che chiuse per sempre il regno in Via Napoleone
cancellando Roma dai posti per restare.

Di due naufraghi approdati al mattino sul binario
per cercare nella folla la giusta direzione,
tu eri il capitano con gli occhi presi al largo
senza timore perché i grandi non ne hanno.

Non so se giungemmo volando a quella chiesa
o contando uno a uno i sampietrini come quando
la domenica mattina raggiungevo il catechismo
centrando con un piede dopo l’altro i sassi pari,

ma che era così grande da fermarci sulla soglia
e che ho colto tra le dita una lacrima di cera
mentre sull’altare un uomo calmo ci parlava

di Teresina come di una che non c’era

e che più non mi avrebbe baciata sulla fronte
la sera nel lettone la vigilia di Natale,
che più non mi avrebbe accolta sulla soglia
sorridendo in fondo ai quarantadue gradini
da fare al galoppo senza mai perdere il conto.

A chi diceva La tua nonna è andata
in cielo, gridavo Il cielo è in terra
e in tutta questa pioggia
di pianto manca nonna,
finché mi sciolsi in acqua
per cadermi lungo il viso.

Ora che ho cercato altrove per vent’anni
ritorno alla partenza per non ritrovarti,
i ricordi come stecche di mikado li ha soffiati
un alito d’orgoglio la tenacia di un tornado
e già sono due anni che ci ha sparpagliato.

Oggi lungo il muro ritraccio lentamente
le gobbe in via Cammello verso via Camaleonte,
sasso dopo passo dopo sasso da contare
senza perdere di vista la luce alla finestra,
per sapere se stasera tra le labbra della nebbia
è la breccia di un mondo o solo il margine di un giorno.

Ma di nuovo perdo il conto
e resto appesa al vento
in questo resto di cielo deserto.

 

© Inedito di Chiara De Luca

Alessandro De Santis

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Torre Maura
Ore 10,35. Sguardi ottimisti. Un insolito vento

 

L’uomo senza braccia
non cerca appigli
l’uomo senza braccia
ha sporte che gli pendono dai lembi
muove il mento
come a voler dire qualcosa
il volto smunto
povero di peli
un tipo biondo lo fissa
segue con lo sguardo
la sua ellittica geometria
un uomo – si sa – esige dei legami
non ha motivo d’essere
quell’albero potato,
senza rami.

 

Metro C (Manni, 2013)

Valerio Grutt

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In un pomeriggio di saracinesche a metà
spenderò queste mani nelle strette
con la faccia rotta di sorrisi
mi farò gavettoni di pianto.
Inviterò le ombre a pranzo
e gli dirò «facciamoci questa mangiata di pesce
e arrivederci».

 

© Inedito di Valerio Grutt

Foto di Daniele Ferroni

Dannie Abse

NPG x35738; Dannie Abse by George Newson

 

Dualità

C’era due volte,
c’era un uomo che aveva due facce,
due facce, un profilo:
né Jekyll né Hyde, né buona né cattiva,
se una si feriva, l’altra sanguinava –
due facce differenti come caldo e freddo.

La notte, alla parete appese ai ganci
sopra la minacciosa testa di quell’uomo,
una l’ottona vuole, l’altra l’oro,
una bianco vede, l’altra nero,
l’una bocca mangia l’altra,
finché la seconda dolce bocca la prima morde.

Sognano sogni diversi
alla parete appese sopra il letto.
Grida la prima voce: ‘Non è quel che sembra,’
ma la seconda sospira: ‘È quel che è,’
poi una urla ‘vino’, strilla l’altra ‘pane’,
e così per tutti i deliranti giorni
fino alla morte sulla testa ingannatrice.

Agli incroci le deve tutt’e due indossare,
ché vanno per loro proprie strade
secondo che il vento spiri da Oriente o da Occidente –
elogerebbero e il buio e la luce,
ma l’una fonde, l’altra si congela.

Sono io l’uomo che c’era due volte:
le mie due voci cantano per fare una rima.
La morte amo, odio la morte
(con te sarò presto e tardi).
L’amore amo, odio l’amore,
Dio derido, Dio sfido,
mi uccido, sì, mi salvo.

Ora, ora queste maschere appendo alla parete.
O tempo, prendine una e rendimi intero
ché non cadano quattro lacrime da due occhi.

 

da Assemblea di poeti. Poesia anglo-gallese contemporanea (Mobydick, 1998), trad. it. A. Bianchi, S. Siviero

Beppe Salvia

beppe salvia

 

Lettera

Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.

Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.

Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.

Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire

salvi quasi per caso, e in questo prodighi.

I baci sono bellissimi doni.

 

da Cuore (Rotundo, 1988)

Ben Cami

ben cami

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così siedono i pescatori nel mezzo del giorno rotondo
E il giorno rotea con sussurro di canne
E canto e clamore di uccelli
Ancora sopra di loro, la luce del sole negli occhi,
La calura del sole sopra il berretto, il caldo della sera
Sulla schiena. Le gallinelle d’acqua
Battibeccano tra le canne, le anatre
Costruiscono un esemplare lungo arco
Intorno ai galleggianti.

Un acquazzone
Che non si decide ancora
Si annuncia sopra la Mosa
Come una colomba grigia
E nel preciso momento in cui si aprono gli ombrelli
Fa picchiettare le sue gocciole
Sulle tese tele azzurre, le gocce
Fanno delle piccole bolle d’acqua argentee sull’acqua,
I galleggianti ballano
E i pesci,
Sotto quell’incomprensibile fracasso
Sul loro tetto luccicante, si rifugiano
Contro le radici delle canne.

 

Dittico Nordico (Bohumil, 2007), trad. it. J. Robaey

Daniele Mencarelli

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Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore
lì c’era solo un bambino che giocava.

 

Bambino Gesù (Nottetempo, 2010)