Derek Walcott

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E un giorno, all’ombra delle acacie sulla spiaggia,
scorsi nella luce di mezzodì la parodia del levriero

di Tiepolo che non esigeva ricerca e lì, a suo agio
sull’erba sbiancata dal sale, non era ancora stato dipinto.

Avevo già visto levrieri sgranchirsi al guinzaglio,
le membra tese sugli arazzi della primavera;

ma ora avevo trovato, nell’azzurro della spiaggia,
questa cosa barcollante, abbandonata, senza casa.

E lei pianse, mossa a pietà. Non era
un cagnolino coccolato nella cuccia di raso,

né il bastardino di Goya che ti scruta
da una crepa dell’abisso infernale del Prado,

ma un cane scosso dal terrore,
insicuro di tutto, anche della sua ombra.

La pancia gonfia tremava per il bruciore
della fame; lei lo prese in braccio con un gemito;

questa era l’eredità del bastardino, non l’affresco grandioso,
ma disprezzo, abbandono, e forse abbastanza

speranza e amore da aiutarlo a vivere
come tutta la sua specie, e carità, e affetto;

l’abbiamo portato al villaggio perché sopravvivesse
come sopravvissero i miei antenati. Ecco il levriero.

 

Il levriero di Tiepolo (Adelphi, 2005), trad. it. Andrea Molesini

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