Piera Oppezzo

La poetessa Piera Oppezzo, Milano, 1979.
© Uliano Lucas

Amore

Ti amo, per le infinite
strade del mondo,
per i giorni di pioggia
e l’accendersi lento del sole:
tutte cose che vedo ricordandoti.
Ma, soprattutto, ti amo
per la tua consapevole vita.

settembre ’56

Esercizi d’addio. Poesie inedite 1952-1965 (Interno Poesia Editore, 2021)

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Francesco Cagnetta

Se la morte fosse un colpo in gola
se la morte fosse sangue che cola
un corpo che vola
sarebbe il modo esatto
di morire: un uomo che crepa
svanisce all’istante.
Se la morte fosse una persona, sola
se la morte fosse una parola
un gesto, la rosa chiusa nel bulbo
se la morte fosse il terreno arido
un dolore appeso
se la morte fosse una macchia
che si allarga sulle labbra
fino a negare l’esistenza
l’intera attesa sarebbe il buco
in cui non smetti di cadere
e tu non sei la formica
non conosci la strada per salire
quanto è cieco il cielo della notte.

Inedito

Joshua Mehigan


La spugna

Nessuno di noi capisce la nostra storia meglio
di questa nullità, sbaglio inconscio
di natura, ma anche nostra comune genitrice
che si espande in fondo al mare.

La genitrice, anche, del polpo e del pony,
delle scogliere e dei paesini, un tempo strana
semplicemente per non essere roccia lei stessa –
non roccia, ma sonno vuoto su un ripiano di roccia.

E, profondamente solidale con la roccia,
col mare e la polvere di mare a lavarsi nella sua pelle,
sa, sebbene non sappia di sapere,
che le menti e i loro ambienti sono tutt’uno.

Alcuni vedono il suo modo di pensare; i più, non ancora.
Tuttavia, un giorno, solo vivendo, tutti troveranno
ragione abbastanza dentro sé per pensare
il singolo pensiero da sempre nella sua mente.

*

The Sponge

None of us understands our story better
than this nonentity, unconscious slip
of nature, nonetheless our common parent
dilating at the bottom of the sea.

The parent, too, of octopus and pony,
of reefs and villages, once it was strange
simply for being not a rock itself—
not rock, but a blank sleep on a rock shelf.

And, deeply sympathetic to the rock,
to sea and sea-dust washing through its skin,
it knows, although it doesn’t know it knows,
that minds and their milieux are all one thing.

Some see its way of thinking; most, not yet.
Still, one day, just by living, all will find
reason enough within themselves to think
the single thought forever in its mind.

“The Sponge”, da Accepting the Disaster (Farrar, Straus and Giroux, 2014), traduzione del testo in italiano di Stefania Zampiga

Charles Simic


Hotel Insonnia

Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere, però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi.
Lo “Zingaro” che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.

Hotel Insonnia (Adelphi, 2002), trad. it. A. Molesini

Giorgio Manganelli


Io sono ubriaco, questa sera
io sono ubriaco
e cerco di tagliare
una faccia di bambina, un corpo
minuto, un corpo
che ho posseduto
un minuscolo corpo infernale
che mi morde le dita.

In che modo lottavano gli antichi
contro le femmine infedeli
come persuadevano
quei corpi velenosi
educando fiori
dalle bocche feroci, da un grembo
vivo nella memoria funestata?

Io impugno gli argomenti del disgusto
enumero i mestrui
catalogo gli indizi della decomposizione:
volontà di morte,
io non riesco a farti tutta odio
di quel corpo lascivo
i miei polsi hanno scaltrezza di difesa
il mio giovane odio
mi intrica le gambe.

 

Poesie (Crocetti, 2006)

Enrique Santos Discépolo

 

Caffè di Buenos Aires

Da piccolino ti guardavo da fuori
come un qualcosa d’irraggiungibile;
il naso contro il vetro,
blu per quel freddo,
che poi, vivendo,
sentii dentro di me…
Come una scuola di tutte le cose,
già da ragazzo, stupito, mi hai dato
la sigaretta, la fede nei miei sogni
e una speranza d’amore.

Come dimenticarti in questo lamento,
caffè di Buenos Aires,
se sei la sola cosa nella vita
paragonabile alla mia vecchiaia.
Nel tuo magico miscuglio
di presuntuosi e di suicidi
imparai filosofia… dadi… gioco d’azzardo…
e la crudele poesia
di non pensare più a me stesso.

Mi hai fatto il regalo d’un pugno di amici
gli stessi che riscaldano le mie ore:
José, e il suo sogno,
Marcial, che ancora crede e spera,
e il magro Abel, che non sta più con noi
ma mi guida ancora.
Sui tuoi tavoli che non fanno mai domande
una sera ho pianto la prima delusione,
ho conosciuto i dolori,
mi son bevuto gli anni,
e mi sono arreso senza lottare.

 

Tango (Einaudi, 2004), trad. it. E. Franco, P. Collo

Bertolt Brecht

brecht

Contro la seduzione

Non vi fate sedurre:
non esiste ritorno.
Il giorno sta alle porte,
già è qui vento di notte,
altro mattino non verrà.

Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Bevetela a gran sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.

Non vi date conforto:
vi resta poco tempo.
Chi è disfatto, marcisca.
La vita è la più grande:
nulla sarà più vostro.

Non vi fate sedurre
da schiavitù e da piaghe.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non c’è niente, dopo.

Poesie e canzoni (Einaudi, 1982), trad. it. R. Leiser, F. Fortini

Alessandro Rivali


Caino percorse una terra guasta:
foto sulla pietra raccontavano
di ragazzi presi nella torbiera.

Praterie galleggianti,
cumuli di sfagni, erbe igrofile,
una distesa di canne palustri.

Sulle acque nascevano gorghi,
creature in corsa a filo d’acqua:
Caino riconosceva il male.

Serpenti visitavano sogni,
annunciavano la fine degli amici,
chi era restato nelle lamiere.

La terra di Caino (Mondadori, 2021)

Antonietta Gnerre

foto di Rino Bianchi

Sono grata al mio passato
che percorre le pene,
le volte che ho finto di vivere.

Ha imparato la mia vergogna a memoria.
A dare spazio nell’armadio alle sottovesti
ricamate con le ortiche.

Sono grata al presente,
al mare che ha spalancato
verso il cielo una parola
che amerà di più la galassia.

Avrò pietà per ciò che ho conosciuto.
Pietà per il silenzio, per il catrame
dissipato dietro ai muri.

Sono grata al bianco di un rettangolo.
A ciò che mi riscalda
nel campo che non vedo.

Quello che non so di me (Interno Poesia Editore, 2021), pref. Alessandro Zaccuri

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