Amelia Rosselli


Perdonatemi perdonatemi perdonatemi
vi amo, vi avrei amato, vi amo
ho per voi l’amore più sorpreso
più sorpreso che si possa immaginare.

Vi amo vi venero e vi riverisco
vi ricerco in tutte le pinete
vi ritrovo in ogni cantuccio
ed è vostra la vita che ho perso.

Perdendola vi ho compreso perdendola
vi ho sorpresi perdendola vi
ritrovo! L’altro lato della pineta
era così buio! solitario! rovinoso!

Essere come voi non è così facile;
sembra ma non lo è sembra
cosa tanto facile essere con voi ma
cosa tanto facile non è.

Vi amo vi amo vi amo
sono caduta nella rete del male
ho le mani sporcate d’inchiostro
per amarvi nel male.

Cristo non ebbe così facile disegno
nella mente tesa al disinganno
Cristo ebbe con sé la spada e la guaina
io non ebbi alcuna sorpresa.

Candore non v’è nei vostri occhi
benevolenza era tanto rara
scambiando pugni col mio maestro
ma v’avrei trovati.

Vi amo? Vi amerei? Tante cose
nel cielo e nel prato ricordano
amore che fugge, che scappa
dietro le case.

Dietro ogni facciata vedere quel
che mai avrei voluto sapere; dietro
ogni facciata vedere
quel che oggi non v’è.

 

Impromptu (S. Marco dei Giustiniani, 1981)

Foto di Dino Ignani

Ángelo Néstore


E io chi sono?

Por la mañana abandono mi sexo.
Al atardecer vuelvo
cuando me desnudo para entrar en la ducha.

Mi madre siempre dice que tengo los hombros de mi padre.
Con el vaho en el espejo el contorno es más ancho, más generoso.
Dibujo una línea recta con los dedos, con la mano la deshago.

En los ojos guardo la tristeza de las muñecas
que jugaron a ser hijas
y que mis padres acabaron regalando.
El agua fría me trae a mi cuerpo,
escondo el pene entre las piernas.

Mamá, ¿a quién me parezco?

 

*

 

¿E io chi sono?

La mattina lascio il mio sesso.
All’imbrunire ritorno
quando mi denudo per entrare in doccia.

Mia madre dice sempre che ho le spalle di mio padre.
Con il vapore sullo specchio il profilo è più ampio, più generoso.
Traccio una linea retta con le dita, con la mano la cancello.

Negli occhi custodisco la tristezza delle bambole
che giocarono a esser figlie
e che i miei genitori finirono per regalare.
L’acqua fredda mi riporta al mio corpo,
nascondo il pene tra le gambe.

Mamma, a chi somiglio?

 

Actos impuros (Hiperión, 2017)

© Traduzione di Federico Mario Telli

© Fotografia di Martín de Arriba

Vladimir Nabokov


La poesia

Non la poesia d’occaso che plasmi quando pensi ad alta voce,
con il suo tiglio in inchiostro di china
e i fili del telegrafo sopra la rosea nube;

né l’interno tuo specchio, con le fragili
spalle nude di lei che ancora vi balenano;
non il lirico clic di una rima tascabile,
il motivetto che ti dice l’ora;

e non le monetine e i pesi sui giornali
della sera impilati nella pioggia;
non i cacodemoni del tormento carnale;
non la cosa che puoi dire assai meglio
in prosa…

ma la poesia che piomba da altezze sconosciute
quando attendi gli spruzzi dalla pietra
laggiù lontano, e corri alla penna come un cieco,
e dopo giunge il brivido e poi ancora…

nel viluppo dei suoni, leopardi di parole,
insetti come foglie, ocellati uccelli
si fondono formando una silenziosa, intensa
trama mimetica del perfetto senso.

 

Traduzione di Massimo Bocchiola

Rivista Poesia n.55, ottobre 1992

Marie Luise Kaschnitz


Diese drei Tage

Diese drei Tage
Vom Tod bis zum Grabe
Wie frei werd ich sein
Hierhin und dorthin schweifen
Zu den alten Orten der Freude

Auch zu euch
Ja auch zu euch
Merkt auf
Wenn di Vorhänge wehn
Ohne Windstoß
Wenn der Verkehrslärm abstirbt
Mitten am Tage
Horcht

Mir einer Stimme die nicht meine ist
Nicht diese gewohnte
Buchstabiere ich euch
Ein neues Alphabet

In den spiegelnden Scheiben
Lasse ich euch erscheinen
Vexierbilder
Alte Rätsel
Wo ist der Kapitän?
Wo sind die Toten?
Dieser Frage
Hingen wir lange nach

Zur Beerdigung meiner
Wünsche ich mir das Tedeum
Tedeum laudamus
Den Freudengesang
Unpassender-
Passenderweise

Denn ein Totenbett
Ist ein Totenbett mehr nicht
Einen Freudensprung
Will ich tun am Ende
Hinab hinauf
Leicht wie der Geist der Rose

Behaltet im Ohr
Die Brandung
Irgendeine
Mediterrane
Die Felsenufer
Jauchzend und donnernd
Hinab
Hinauf.

 

Gedichte (Suhrkamp Verlag, 1975)

*

 

Questi tre giorni

Questi tre giorni
Dalla morte fino alla tomba
Come sarò libera
Vagare qua e là
Ai vecchi luoghi della gioia

Anche da voi
Sì anche da voi
Fateci caso
Se le tendine sventolano
Senza raffiche di vento
Se il rumore del traffico si estingue
In pieno giorno
State in ascolto

Con una voce che non è la mia
Non questa abituale
Compito per voi
Un nuovo alfabeto

Riflessi nei vetri
Vi farò apparire
Figure enigmatiche
Vecchi indovinelli
Dov’è il capitano?
Dove sono i morti?
A queste domande
Siamo stati attaccati a lungo

Al mio funerale
Desidero il Tedeum
Tedeum laudamus
Il canto di gioia
Inopportuna-
Opportunamente

Perché un letto di morte
Non è più un letto di morte
Alla fine voglio fare
Un salto di gioia
Giù su
Leggera come lo spirito della rosa

Trattenete nell’orecchio
Il frangente
Un qualche
Mediterraneo
Le coste rocciose
Esultante e fragoroso
Giù
Su.

 

Traduzione in italiano di Daria De Pellegrini

Francesca Serragnoli


Questa reticenza invade il mare
offre tè alle distanze alle rive
che increspano le dita nella tazza
raccolgono la schiuma con la lingua
il tuo cuore ridesta la mano a cobra
intravede l’acqua ricamata di brividi
sinuoso argomento che gira nello scheletro
il caos d’essere attraversati
da un altrui penoso silenzio
non più attraenti per alcun agguato
la medaglia del volto brillare a vuoto
con quel rintocco che lacera la piazza.

 

Inedito di Francesca Serragnoli

Poeta a colazione: in compagnia di Giulia Martini

a cura di Verusca Costenaro

Sono le 8:37 di mattina e Giulia ha fame. Me lo annuncia su Messenger mentre mi affretto per strada, quei 7 minuti di ritardo in realtà mi servono per non arrivare a mani vuote: due cornetti nella pasticceria accanto e due nanosecondi di campanello, e mi ritrovo dentro un appartamento con l’ingresso invaso da stendibiancheria. Vita da studenti, sorrido tra me, e già immagino il resto. Il resto invece, esibito da Giulia come fosse una reggia, è uno spazio confortevole e ben ordinato, tra cui la cucina in cui mi invita, verde nel mobilio, nella tovaglia, nel rigoglio delle fronde che si allungano fin quasi dentro il terrazzino, quasi a ricoprirlo tutto in un abbraccio-foresta, un abbraccio verdissimo. L’abbraccio in cui mi cinge invece Giulia, è diverso. Di verso poetico. Bianchissimo (contro i suoi abiti rigorosamente neri). Sul tavolo infatti scorgo subito un libro bianco-bianco, bianco non a caso, che Giulia si diverte a farmi scoprire: “La conosci Gabriella Leto? È una delle mie preferite”.  Giulia non lo sa, ma ha già risposto alla prima domanda che volevo farle: “A cosa non rinunceresti mai, a colazione?”, cui segue un convinto “Non rinuncerei mai alla poesia”. E mentre mi fa accomodare, mi confida quel che lei definisce “un piccolo gesto del mattino”, leggere a colazione qualcosa dalla Bianca Einaudi. E qui cita da Coppie Minime, in cui quel gesto è attribuito a Marta: Faceva colazione con i versi / editi da Giulio Einaudi Editore, “che in realtà è un gesto che lei ha preso da me”, chiarisce. Mi porge un bicchiere: “Fa bene bere un bicchiere d’acqua ogni mattina a stomaco vuoto”, e già avverto il disagio dei cornetti di pasticceria dentro il sacchetto. Disagio che si amplifica quando scopro che Giulia ha l’anima bio. È così come la vedi – naturale, genuina, senza trucco senza inganno. Mentre mette la caffettiera sul fuoco, mi posiziona davanti un cartone dal nome inequivocabile: Succo 100% di arancia rossa bio, “ecco un’altra cosa a cui non rinuncerei mai a colazione”. E in poesia, Giulia, a cosa non rinuncerebbe mai?, mi chiedo osservandola mentre mi porge del pane integrale biologico a fette con della marmellata di arance biologiche. Giulia mi legge nella mente, quando mi confessa di amare la Leto perché è una metricista come lei. La metrica. Ecco a cosa non rinuncerebbe mai in poesia, Giulia, che presa dalla foga mi spiega che il suo “Vegliare vigilare sorvegliarsi” è ispirato all’“Amarsi cancellarsi amarsi ancora” della Leto. Giulia al mattino è turbinosa e accesa ai sensi, alla poesia, “La mattina è il momento più bello, contiene tutte le promesse del giorno”, risponde quando le chiedo come si sente al momento del risveglio. “E in che modo si sveglia, la poesia, Giulia, dentro di te?”. Non ha dubbi nemmeno ora: “La poesia non dorme mai, dentro di me”. La poesia è solo in attesa di essere colta. Al momento giusto. E pure noi aspettiamo, che il caffè salga, “che raggiunga la temperatura giusta, come in amore”, riflette Giulia,“alla fine si tratta sempre di arrivare al posto giusto al momento giusto, come scolare la pasta esattamente prima che scuocia, o sia troppo al dente”. L’attesa di qualcosa, di qualcuno, in arrivo quando deve, “perché tutto va bene, quando arrivi al momento giusto”. Giulia e il kairos, concetto a cui tiene parecchio, “che nell’antica Grecia significava ‘il momento giusto’”. Giulia filosofa di primo mattino, penso tra me, e lei mi ridesta piano, ”Ehi, non fare freddare il caffè. Il kairos”. Qual è il momento giusto, per Giulia? Giulia ha lasciato Quarrata a 19 anni, per studiare all’università e vivere in un bosco a Fiesole. Ora, a 25 anni, ha due lavori, una casa ordinata a Firenze, una colazione bio, e molta poesia da scovare “nello scarto tra il caffè bollente e l’aranciata fredda”, si diverte a rispondermi quando le chiedo “Ma la poesia, dov’è?”. Andiamo a prendercela, allora, la poesia, cara Giulia, ora che il caffè non è più bollente e l’aranciata è stata tolta dal frigo. Si alza e sorride, Giulia, di un sorriso bio molto naturale, pronta ad uscire per un appuntamento, pronta ad andarsela a prendere, la poesia, con l’inseparabile quadernino su cui annotare nuovi versi che arriveranno – al momento giusto.

Eugenio Montale


Il primo gennaio

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 1996)

Simone Di Biasio

La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli,
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.

Salvatore Quasimodo, “Giorno dopo giorno”

Vivere ha l’altezza della cucina o del telefono
lungo il corridoio in cui la casa lascia forma
sulla tua vecchia schiena e tu curva in avanti
sgrani gli occhi sgrani i rosari, tu piena di grazia
cerchi nella credenza gli affetti personali
e l’artrosi che di te si nutre t’ha fatta davanzale
da cui ci possiamo affacciare, guardare fuori
o aspettare che faccia giorno dai tuoi occhi verdi.

 

Inedito da Panasonica (in pubblicazione per “Il Ponte del Sale”)

Edna St. Vincent Millay


L’amore non è cieco. Basta un occhio
per vedere che non sei bello, oppure
quante donne lo sono. Vedo tutti
i tuoi difetti: gli occhi dilatati,
alta la fronte. Di principi estetici
sono troppo imbevuta, fin da piccola,
per poter liberare la mia mente,
dirti perfetto e amarti da morire.
Più sottile è il potere dell’amore:
ha tanta forza che dico “Non bello”
come dicessi “Non qua” o “Non là”
“distesa”, oppure “a scrivere una lettera”.
So cos’è il bello di cui tutti parlano;
ma mi chiedo se sia così importante.

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Evelyn Schlag

Evelyn-Schlag_

 

Decisioni

Mio nonno l’uomo più tenero
della terra il primo che ho amato
aveva raccolto in un album di fotografie
del congresso del partito a Norimberga
vorrei chiedergli come si arrivò a tanto
ma è morto prima che compissi sei anni.

Al caffè con biliardo sala
da ballo troppo piccola avevo due
corteggiatori dal nome uguale cosa
che non è mai più ripetuta mi decisi
per quello che si batteva a duello ricucii
per cinque anni le ferite nella sua uniforme da studente.

Mio nonno non può più
chiedermi come mai non l’altro?
Gli risponderei neppure lui
sarebbe stato quello giusto.
E niente insegna così tanto a odiare
la guerra come la guerra.

 

Luci Lune Luoghi – Antologia della poesia austriaca contemporanea (Marcos Y Marcos, 1999), trad. it. L. Reitani