Gino Scartaghiande


È immobile

La polvere si è accumulata.
Una mano sottomessa all’osso
e alle intemperie. Non farmi
male se vieni ad amarmi
stanotte.
Quello sfumare di colori
nel rettangolo di cielo
alla finestra. Il rosso
vicino quanto la stella.
Ma se davvero, come dici,
il pesco fiorisce nei
tuoi inverni, allora
penetrami più forte che puoi.
La notte d’antenne.

Sonetti d’amore per King-Kong (Cooperativa Scrittori, 1977)

Foto di Dino Ignani

Anna Segre

Foto di Pierfrancesco Giordano

Maternità
Immahut
אימהות

Grazie a dio,
che forse esiste,
niente figli.

Grazie a un caso
o a una scelta istintiva
o a una remora
che ha trascinato la questione
fino oltre il limite,

non sarò io
ad abbandonare.
Non sarò
la tua risposta sbagliata,
la tua delusione più cocente,
il demone che ti porti dentro.
Non sarò io
il primo tradimento,
il coltello ficcato in gola,
il fantasma che ti segue
in sogno,
l’ombra lunga delle giornate
fredde.

Non sarò io
la viscerale incomprensione,
il ricatto fino all’ultimo respiro,
il picchetto sbandierato d’amore
oltre il quale la disubbidienza
entra nell’illegale biblico.

Lontana più di un metro,
la lama della mia lingua non ti taglia,
ti sfiora.
A una distanza antalgica
i miei tentacoli di bisogno
non arrivano ad avvilupparti,
a soffocarti.

La gioia
di non sapere
che significa
quel potere senza controllo;
di non aver dovuto capire
la fatalità dei miei difetti
addosso a qualcun altro.

Il sollievo di non sentire mai
lo strappo dalla mia pancia,
l’altro da me, che è stato me,
e che mi accusa.

La certezza che nessun processo
né nessuna gogna
saranno mai come un figlio
che ti imputa le tue vere colpe.

Un angelo ha steso la sua ala
sulla mia testa,
e mi ha risparmiato
dalla conoscenza carnale
della maternità,
dalle quinte di dolore
che questo teatro
vuol farmi credere di amore.

La distruzione dell’amore (Interno Poesia Editore, 2022)

 

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Manuela Giasi


Shake your feelings

Pesca, gancio,
scendi più che puoi.
Lenza, calati nel pozzo,
nell’abisso che non sai di avere.
Raccogli lo stacco netto della fine,
il taglio preciso della conclusione,
la triste nenia dell’addio.
Pescali dentro di me
con aghi ed ami aguzzi,
come pesci argentei.
Usa reti e canne e uncini
per raccattarli su,
tirarli fuori all’aria
e poi rigettarli dentro me
più aperti e sciolti, meno spaventosi,
perché dovranno farmi compagnia.
La desolazione nitida del vuoto
che si apre e andrà riempito
con pazienza, e con una mano che ripete
silenziosa gesti conosciuti e lisci
come stoffe che ti confortano la sera.
Sapere che ti abituerai,
e che non sarà poi male questo giorno.
E nonostante la rabbia e la distanza,
e la delusione che ti si è insinuata dentro
come acqua stagnante in una crepa,
producendo umido e perdendo gocce
dal soffitto,
qualcosa collassa e ti si rompe dentro
malgrado la durezza
che eri convinta fosse tua
come il fazzoletto nella borsa.
Anni, decenni ed angoli,
volti, vestiti e nomi e muri
che scompariranno nel passato
contro la tua volontà,
più forti, freddi, pietrosi e indifferenti
alla tua apparente, e finta, indifferenza.

Inedito

Ana Blandiana

ana_blandiana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per scelta mia

Ho cominciato con poco, senza una vera colpa,
un gesto mancato, un sorriso trattenuto,
e quale ecatombe di cari morti ora –
per scelta mia, per scelta mia, per scelta mia,
interdetto, punito, soppresso.
Da tempo è scomparsa ogni solidarietà fra me
e gli alberi
e il cenno della fonte che mi avvertiva
quando era avvelenata.
Me ne starò ferma, quando gli uccelli imparano a volare
per paura se mi avvicinano
che io li uccida?
Quando le serpi si nascondono in terra,
i vermi nelle mele,
e l’erba più non osa nei dintorni
accogliere le foglie che cadono?
Quando, atterrito, l’universo contempla in me
un senno che non mi aveva dato?

 

Un tempo gli alberi avevano occhi (Donzelli, 2004), trad. it. B. Frabotta, B. Mazzoni

Gad Kaynar

שפת אמי

 

כְּשֶׁנּוֹלַדְתִּי הָיְתָה שְׂפַת אִמִּי אֲסוּרָה

גַּם אִמִּי הָיְתָה אֲסוּרָה כִּי כְּשֶׁנּוֹלְדָה

נֶחְגְּגָה לֵדָתָהּ בְּשָׂפָה אֲסוּרָה.

וְהִיא מֵעַטָּה לֶאֱכֹל, וְהִשְׁתַּדְּלָה לָלֶכֶת

בַּצְלָלִים כְּדֵי לֹא לְהַטִּיל אֶת צִלָּהּ,

כְּדֵי שֶׁרְזוֹנָהּ לֹא יַזְכִּיר מֶה עָשׂוּ

אֵלֶּה שֶׁדִּבְּרוּ בִּשְׂפָתָהּ וּמֶה חָבָל

שֶׁלֹּא עָשׂוּ גַּם לָהּ.

וּכְשֶׁהָיִיתִי מִתְפָּרֵץ לַכְּבִישׁ וְהִיא

אָמְרָה תִּזָּהֵר בִּשְׂפָתָהּ הָאֲסוּרָה

הִכִּיתִי אוֹתָהּ

וְנָשַׁכְתִּי בִּבְשַׂר זְרוֹעָהּ כְּדֵי

לְקַעְקְעָהּ

כְּדֵי שֶׁיִּרְאוּ שֶׁאֲנִי לֹא

מִדּוֹבְרֵי הַשָּׂפָה הָאֲסוּרָה.

שֶׁדָּבָר אֵין לִי אִתָּהּ.

 

La lingua di mia madre

Quando sono venuto al mondo, la lingua di mia madre era vietata
e anche mamma era proscritta, poiché la sua nascita
era stata celebrata in una lingua bandita.
Mangiava poco e cercava di camminare
nell’oscurità perché non si vedesse alcuna ombra
perché la sua magrezza non rammentasse cosa avevano fatto
quelli della sua lingua e quale peccato fosse
che non l’avessero fatto anche a lei.
Quando mi buttavo in strada e lei
diceva Achtung nella sua lingua vietata
la picchiavo
e le mordevo la carne dell’avambraccio per
rimuovere il tatuaggio
e mostrare che non
è mia la lingua proibita.
E io e lei non abbiamo nulla a che spartire.

 

Traduzione in italiano di Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano

Maria Borio


Sono un punto solo nel deserto rosso:
oggi è questa la mia dimensione, un punto
che non ha lunghezza, larghezza, profondità,
caduto dalla parte più alta del cielo su una terra
piena di silenzio e pura improvvisamente.
Ti scrivo da una zona rossa, ed è questa la verità:
i confini sono tracciati, il rosso ha riempito lo spazio,
vuoto, neutro, senza uscita, e tutti sono come me,
punti soli, senza illusione, nella prima primavera
del millennio che al tempo sta cambiando la faccia.
Ti scrivo e da questa stanza sussurro che se un punto
non ha dimensioni è perché forse le ha unite tutte in sé?
Pensarsi è unirsi – mentre la notte e il giorno
hanno un unico colore e impariamo a pensarci –
e un bene, come mai, nuovo?

 

Dal deserto rosso, illustrazioni di Linda Carrara, “I Quaderni della Collana” a cura di Maurizio Cucchi, Stampa 2009, 2021.

Foto di Dino Ignani

Pedro Salinas


MUERTO inicial y víctima primera:
lo que va a ser y expira en los umbrales
del ser. ¡Ahogado coro de inminencias!
Heráldicas palabras voladoras
–«¡pronto!», «¡en seguida!», «¡ya!»– nuncios de dichas
colman el aire, lo vuelven promesa.
Pero la anunciación jamás se cumple:
la que aguardaba el éxtasis, doncella,
se quedará en su orilla, para siempre
entre su cuerpo y Dios alma suspensa.
¡Qué de esparcidas ruinas de futuro
por todo alrededor, sin que se vean!

Primer beso de amantes incipientes.
¡Asombro! ¿Es obra humana tanto gozo?
¿Podrán los labios repetirlo? Vuelan
hacia el segundo beso; más que beso,
claridad quieren, buscan la certeza
alegre de su don de hacer milagros
donde las bocas férvidas se encuentran.
¿Por qué si ya los hálitos se juntan
los labios a posarse nunca llegan?
Tan al borde del beso, no se besan.

Obediente al ardor de un mediodía
la moza muerde ya la fruta nueva.
La boca anhela el más celado jugo;
del anhelo no pasa. Se le niega
cuando el labio presiente su dulzura
la condensada dentro, primavera,
pulpas de mayo, azúcares de junio,
día a día sumados a la almendra.

Consumación feliz de tanta ruta,
último paso, amante, pie en el aire,
que trae amor adonde amor espera.
Tiembla Julieta de Romeos próximos,
ya abre el alma a Calixto, Melibea.
Pero el paso final no encuentra suelo.
¿Dónde, si se hunde el mundo en la tiniebla,
si ya es nada Verona, y si no hay huerto?
De imposibles se vuelve la pareja.

¿Y esa mano –¿de quién?–, la mano trunca
blanca, en el suelo, sin su brazo, huérfana,
que busca en el rosal la única abierta,
y cuando ya la alcanza por el tallo
se desprende, dejándose a la rosa
sin conocer los ojos de su dueña?

¡Cimeras alegrías tremolantes,
gozo inmediato, pasmo que se acerca:
la frase más difícil, la penúltima,
la que lleva, derecho, hasta el acierto,
perfección vislumbrada, nunca nuestra!
¡Imágenes que inclinan su hermosura
sobre espejos que nunca las reflejan!

¡Qué cadáver ingrávido: un mañana
que muere al filo de su aurora cierta!
Vísperas son capullos. Sí, de dichas;
sí, de tiempo, futuros en capullos.
¡Tan hermosas, las vísperas!
¡Y muertas!

 

*

 

IL primo morto, vittima iniziale:
quel che verrà ma spira sulla soglia
dell’essere: soffocate imminenze.
Araldiche parole volatrici
– «ora!» «subito!», «già» –, nunzi di gioia
colmano l’aria, che si fa promessa.
Ma quell’annunciazione non si compie:
colei che attende l’estasi, fanciulla,
su quella riva resterà per sempre,
tra Dio e il suo corpo, anima sospesa.
Quante rovine di futuro sparse
vi è tutt’intorno, senza che si veda!

Il primo bacio di futuri amanti.
È cosa umana così tanta gioia?
Riusciranno le labbra a replicarla?
Già volano al secondo; più che un bacio
ricercano chiarezza, la certezza
della capacità di far miracoli
dove le bocche fervide s’incontrano.
Perché se sono gli aliti già uniti
le labbra più non riescono a toccarsi?
Così vicine al bacio non si baciano?

Obbediente all’ardore di quel giorno
la ragazza già addenta il frutto nuovo.
La bocca anela il più segreto succo;
ma resta desiderio: le si nega,
quando già ne avvertiva la dolcezza,
la condensata, dentro, primavera,
polpa di maggio, zuccheri di giugno
sommati in tanti giorni attorno al seme.

Consumazione dopo tanta strada,
ultimo passo del felice amante
che porta amore dove amore attende.
Freme Giulietta: prossimi i Romei;
apre il cuore a Callisto, Melibea.
Ma il piede in aria suolo più non trova.
Se sprofonda il mondo nelle tenebre,
dov’è Verona? E non c’è più orto!
Impossibili incontri nell’alcova.

E una mano – di chi? –, la mano tronca
bianca, per terra, senza braccio, sola,
l’unica aperta cerca nel roseto,
e quando infine ne raggiunge il gambo
si stacca e lascia orfana la rosa
degli occhi accesi della sua padrona.

Supreme contentezze tremolanti,
gioia immediata, spasmo che s’appresta:
la penultima frase, più difficile,
che porta, dritto dritto, verso il giusto,
perfezione intravista, ma mai nostra!
Immagini chinate su uno specchio
che non riflette la loro bellezza!

Che leggero cadavere: un domani
che muore al bordo di un’aurora certa.
Vigilie son germogli. Sì di gioia;
sì di tempo: sono futuri in boccio.
Così belle, le vigilie.
Ora morte.

Zero (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Lia Ogno

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Isabella Lipperi


Dietro di me
li sento allineati
i miei antenati.
Non visibili, li sento
mentre spronano
l’anima ad agire,
a schivare
un effetto domino,
a spezzare la catena
di cadute secolari.
Li sento allineati
i miei antenati.
Sono dietro
e dentro me
nelle cellule e nel dolore
in una memoria
che sfugge alla memoria
e che solo il corpo
ricorda e trattiene.
Sia pace, nei secoli dei secoli.

Inedito

Luis Alberto De Cuenca


Consolatio ad se ipsvm

Cuando te veo triste y melancólico,
próximo ya a la ruina cenicienta,
me permito decirte (en estos versos,
porque a la cara no me atrevería)
que aún respiras (lo que es inevitable
cuando se sigue vivo), que hay películas
todavía que ver, y geologías
caprichosas y océanos en llamas
y tesoros escitas y crepúsculos
que admirar, y novelas que leer,
y connivencias mágicas, y copas
feéricas que apurar. Y aunque no haya
emociones fortísimas, pasiones
consuntivas ni tíos en América
esperando a las puertas del futuro,
hay que intentar vivir hasta la última
bocanada de aire en los pulmones
sin perder la esperanza, sin hundirse
demasiado, sabiendo que la vida
es un horror, y que termina siempre
fatal, y que el silencio está al acecho,
y que la enfermedad nos va minando,
pero que hay que vivir la decadencia
con buen humor, que nuestro praedicabilis
no es otro que la risa –acuérdate
de los viejos autores escolásticos–,
por más que nuestro proprium sean las lágrimas.

 

*

 

Consolatio ad se ipsvm

Quando ti vedo triste e malinconico,
vicino alla rovina delle ceneri,
mi permetto di dirti (in questi versi,
perché in faccia non oserei)
che ancora respiri (cosa inevitabile
quando si è vivi), che ci sono film
ancora da vedere, e geologie
capricciose e oceani in fiamme
e tesori scitici e crepuscoli
da ammirare, e romanzi da leggere,
e connivenze magiche, e coppe
feeriche da vuotare. E nonostante non ci siano
emozioni fortissime, passioni
logoranti né zii in America
in attesa sulla porta del futuro,
bisogna cercare di vivere fino all’ultima
boccata d’aria nei polmoni
senza perdere la speranza, senza sprofondare
troppo, sapendo che la vita
è un orrore, e che finisce sempre
uno schifo, e che il silenzio è in agguato,
e che la malattia ci sta minando,
ma che bisogna vivere la decadenza
di buon umore, ché il nostro praedicabilis
non è altro che il riso –ricordati
dei vecchi autori scolastici–,
per quanto il nostro proprium siano le lacrime.

 

Trad. it. Flora Saki Giordani, Giuseppe Nibali

Katherine Mansfield

Katherine_Mansfield

Loneliness

Now it is Loneliness who comes at night
Instead of Sleep, to sit beside my bed.
Like a tired child I lie and wait her tread,
I watch her softly blowing out the light.
Motionless sitting, neither left or right
She turns, and weary, weary droops her head.
She, too, is old; she, too, has fought the fight.
So, with the laurel she is garlanded.

Through the sad dark the slowly ebbing tide
Breaks on a barren shore, unsatisfied.
A strange wind flows… then silence. I am fain
To turn to Loneliness, to take her hand,
Cling to her, waiting, till the barren land
Fills with the dreadful monotone of rain.

 

*

 

Solitudine

Ora è la Solitudine, e non il Sonno,
che viene la notte a sedersi vicino al mio letto.
Distesa come una bimba stanca attendo il suo passo,
e la guardo spegnere la luce con un soffio lieve.
Salendo immobile, non si volge né a destra
né a sinistra, ma stanca, stanca abbassa il capo.
Anche lei è vecchia, anche lei ha combattuto tanto
da meritare la corona d’alloro.

Nella triste oscurità lenta rifluisce la marea
e s’infrange sull’arido lido, inappagata.
Soffia un vento insolito: poi il silenzio. Sono pronta
ad abbracciare la Solitudine, a prenderle la mano,
ad aggrapparmi a lei, aspettando che l’arida terra
si imbeva della terribile monotonia della pioggia.

 

Quando ero uccello e altre poesie (Passigli, 2009), a cura di F. Mazzocchi