Sauro Albisani

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Capre

I fari illuminano le capre
che come ogni sera hanno risalito la scarpata
per ammusarsi sull’asfalto
alla luce delle stelle.
Non vogliono più erba
ma il tepore di questo lenzuolo
liscio e innaturale.
Di qui non passa un’anima fino a giorno,
potrei premere sull’acceleratore
e lasciarmi alle spalle
un bagno di sangue,
come Aiace che infierisce
su quella mandria inerme.
Dopo, però, l’eroe si risveglia.
Invece freno, esco dall’auto e le accarezzo.
Ruzzano con la mia mano
che indugia sulle loro labbra umide.
Io non so più parlare,
ma non c’è bisogno di parlare.
Forse quando cadiamo in quel torpore mortale
esseri superiori ci osservano
e potrebbero annichilirci in un attimo,
chiudere la partita
senza dircelo,
ma non lo fanno.

 
La valle delle visioni (Passigli, 2012)

Laura Pugno

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I

sarà ovunque,
verde e verde gemmato,
il ritornare
sui tuoi passi nel mondo,
compiuto come meraviglia, distruzione

e dare tempo
a questo pensare col peso del corpo,
la mente
come una chiazza d’acqua che s’allaga

 

II

il letto nel legno d’ulivo,
la mente diffusa
il bagliore attraversa la pelle

il ramo che brucia di colpo
nel buio del bosco,
– l’imboscata, l’incendio –

dici che è fuoco controllato nei campi
perfezione terrestre

 

© Inediti di Laura Pugno

Mirkka Rekola

mirkka-rekola

Sono forse io quegli elementi di cui mi servo?
Oggi dico no,
oggi, che ne sono prigioniera,
devo ripetere ancora una volta no.
Annuncio soltanto il fuoco: pronto è il giorno,
terra che in me brucia in questo modo.

Eri talmente a settentrione
che lo sguardo raggiunse l’orizzonte,
e l’unica parola che lasciai per te
mi infreddolì.
Qui per te sono il pegno del nulla
il flutto dismesso dal vento
e puoi guardare.

Il giorno accreditato come un bonifico
su un conto a me ignoto,
e talmente corporea mi sento
per quanto sia possibile in questa situazione.
Ogni notte procede affiancata al giorno
né prima, né dopo.
Come quel merlo corvino
canta di giorno, di notte.
E una bruma minuta si alza sulla breve serata
dalle foglie degli alberi, dai volti,
a volte di anonima origine,
respiro sulla pelle della tua mano e dico:
così fa il vento quando gli piaci.

 

Siedo in questo treno lungo un viaggio (Joker, 2016), trad. it. A. Parente

Kate Clanchy

Kate Clanchy

Spell

If, at your desk, you push aside your work,
take down a book, turn to this verse
and read that I kneel here, pressing
my ear where on your chest the muscles
arch as great books part, in seagull curves,
bridging the seasounds of your heart,

and that your hands run through my hair,
draw the wayward mass to strands
as flat as scarlet silk-thread bookmarks,
and stroke my cheeks as if smoothing
back the tissue leaves from chilly,
plated pages, and pull me near

to read my eyes alone, then you shall see,
silvered and monochrome, yourself,
sitting at your desk, taking down a book,
turning to this verse, and then, my love,
you shall not know which one of us is reading
now, which writing, and which written.

*

Incantesimo

Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l’orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,

e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te

per leggermi solo negli occhi, vedrai,
argentato e monocromo, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.

 

Neonato (Medusa, 2007), cura e traduzione di G. Sensi

Valerio Grutt

grutt ignani
Come lavo questi piatti
fa che siano lavati
i rancori passati di Giulia.
Se lavo il coltello togli
dalla sua mente le ferite
familiari, gli sguardi taglienti
che le affondarono nel petto.
Se lavo il bicchiere toglile
la noia bastarda delle attese
la regolarità inutile di un giorno
senza squilli e senza visite.
Se lavo la pentola purifica il cuore
che sia libero da ogni delusione.

E questa parola non resti poesia
ma spacchi il vetro
risalga all’infinito e giunga dritta
al centro dell’universo.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Nina Cassian

nina-cassian
C’è modo e modo di sparire

Ho creduto
di essere facilmente riconoscibile
dal mio leggiadro anulare
(ora tutto ingobbito)
e dal cane piumato
che mi accompagna.
Ho creduto di poter essere
una nappina appesa al Suo abat-jour,
Donna Decrepitudine.
La sabbia rosicchia la mia sagoma.
Scompaio,
divengo con lei una cosa sola.

 

C’è modo e modo di sparire (Adelphi, 2013), cura e traduzione di O. Fatica, A. Bernacchia

Galway Kinnell

kinnell
On the Tennis Court at Night

We step out on the green rectangle
in moonlight. The lines glow,
which for many have been the only lines
of justice. We remember
the thousand erased trajectories
of that close-contested last set –
blur of volleys, soft arcs of drop shots,
huge ingrown loops of lobs with topspin
that went running away, crosscourts recrossing
down to each sweet (and in exact proportion, bitter)
☆ in Talbert and Olds’ The Game of Doubles in Tennis.
The breeze has carried them off but we still hear
the mutters, the doublefaulter’s groans,
cries of “Deuce!” or “Love two!”,
squeak of tennis shoes, grunt of overreaching,
all dozen extant tennis quips – “Just out!”
or, “About right for you?” or, “Want to change partners?” –
and baaah of sheep translated very occasionally
into thonk of well-hit ball, among the pure
right angles and unhesitating lines
of this arena where every man grows old
pursuing that repertoire of perfect shots,
darkness already in his strokes,
even in death cramps squeezing a tennis ball
for arm strength, to the disgust of the night nurse,
and smiling; and a few hours later found dead –
the smile still in place but the ice bag
left cooling the brow now mysteriously
icing the right elbow – causing
all those bright trophies to slip permanently,
though not in fact much farther, out of reach,
all except for the thick-bottomed young man
about to doublefault in soft metal on the windowsill:
“Runner-Up Men’s Class B Consolation Doubles
St. Johnsbury Kiwanis Tennis Tournament 1969”…
Clouds come over the moon;
all the lines go out. November last year
in Lyndonville: it is getting dark,
snow starts falling, Zander Rubin wobble-twists
his worst serve out of the black woods behind him,
Tommy Glines lobs into a gust of snow,
Don Bredes smashes at where in theory the ball
could be coming down, the snow blows
and swirls about our legs, darkness flows
across a disappearing patch of green-painted asphalt
in the north country, where four souls,
half-volleying, poaching, missing, grunting,
begging mercy of their bones, hold their ground,
as winter comes on, all the winters to come.

 

*


Di sera sul campo da tennis

Usciamo sul rettangolo verde
al chiaro di luna. Luminose
le righe che per molti sono state, sole,
le righe della giustizia. Ricordiamo
le mille traiettorie cancellate
di un combattuto ultimo set –
aloni di volée, morbidi archi di palle corte,
enormi curve richiuse di pallonetti in top
che scappavano filando, tiri incrociati riincrociati
verso ogni dolce (e in proporzione esatta amara)
☆ de Il gioco in doppio nel tennis di Talbert e Olds.
Li ha portati via il vento, ma sentiamo ancora
i mugugni e, sul doppio fallo, i lamenti,
le grida di “Zero due!” o di “Parità!”,
lo stridio delle scarpe, il grugnito nell’allungo,
tutti i lazzi da tennis che ci sono – “Fuori di poco!”
o “Ti pareva buona, quella?” o “Vuoi cambiare coppie?” –
e i baaah da pecora tradotti, molto occasionalmente,
nel thonk di un gran bel colpo, fra i puri
angoli retti e le righe perentorie
di quest’arena dove ogni uomo invecchia
vagheggiando quel repertorio di colpi perfetti,
l’oscurità presente già nei gesti,
fin negli spasmi della morte stringendo una pallina –
l’infermiera di notte disgustata – per rafforzare il braccio,
sorridendo; e qualche ora più tardi essere poi trovati morti –
ancora lì il sorriso, ma la borsa del ghiaccio
che stava sulla fronte ora, misteriosamente,
a raffreddare il gomito destro – di modo che
tutti i trofei splendenti sfuggono, perpetuamente –
seppure non tanto più in là, effettivamente – fuori portata,
con l’eccezione del giovanotto dal didietro grosso prossimo
al doppio fallo, fatto in metallo, sul davanzale:
“Premio di Consolazione – Doppio Maschile – Categoria B
Torneo di Tennis – St. Johnsbury Kiwanis – 1969”…
Arrivano le nuvole, sopra la luna,
si spengono tutte le righe. A novembre, l’anno scorso
a Lyndonville: diventa scuro,
la neve prende a cadere, Zander Rubin fa roteare
il suo peggior servizio dai boschi neri alle sue spalle,
Tommy Glines fa un pallonetto in una raffica di neve,
Don Bredes pronto a schiacciare dove in teoria la palla
forse sta per cadere, soffia la neve
turbinandoci intorno alle gambe, l’oscurità che scorre
su una striscia d’asfalto dipinta in verde che scompare
nelle terre settentrionali, là dove quattro anime,
fra demi-volée e grugniti, invasioni, colpi mancati,
chiedendo pietà alle ossa tengono il campo
nell’inverno che viene, per ogni inverno che verrà.

 

© Traduzione di Simone Pagliai

Eva Laudace

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Il presentimento d’amare

Racconta bugie
anche se non servono
ci crede persino
tutte le volte
o quasi.

Inutili
viltà, lei dice,
e lo sguardo si fa severo
che lo potrei imitare
almeno quello.

Al tempo di un pioppo che cade
o mi precipita in bocca
io mi dispero e disattendo
il presentimento d’amare
l’idea puntuta di ciò che cerco.

L’amore, che ancora cerco, non dice bugie
matura al sole e non secca.
È candore
è portarsi avanti
è piuttosto sincero da dire così.

 

Tutto ciò che amo ha dentro il mare (La Vita Felice, 2014)

© Foto di Camilla Mastaglio

Paul Celan

celan

Già sono posati i cavi
per collegare la felicità
dietro di te
e le sue ben munite
linee d’emergenza,

nelle città ausiliari,
rivolte a te,
dove a spruzzo diffondono
generatori di salute,
delle melodiche antitossine
annunciano
lo sprint finale
attraverso la tua coscienza.

 

Luce coatta e altre poesie postume (Mondadori, 1983), trad. it. G. Bevilacqua

Milazim Krasniqi

Milazim-Krasniqi

Che cos’è la patria

Patria ombra mia
Non è facile dirle addio

Ad ogni passo che la lasci dietro
Lei si sforma come un sogno

Ma che cos’è la patria ombra mia
Che trema tanto disperata
E mi rovina l’equilibrio
Cambiandomi in plastica
Oppure solo i miraggi nebulosi
Delle estensioni illiriche
Che sono strutture attraverso la cronaca
Come gli infelici nelle rocche assediate

Delle città fatte cenere da Pal Emili
Dei castelli distrutti
Che diventano come bastoni
Ai tradimenti ideologie emorragie
Benedici il significato della patria
Ombra mia
Che si contorce molto turbata
Ma perché mi abbandoni anche tu

 

Poesie dal Kosovo (Besa, 1999), trad. it. D. Giancane