Aleksandr S. Puškin


L’uva

Non starò a rimpiangere le rose
Appassite a una lieve primavera;
Mi è cara anche l’uva sui tralci
A filari maturata su un pendìo.
Bellezza della mia fertile valle,
Gioia d’autunno dorato,
Affusolato e diafano,
Come le dita di una tenera fanciulla.

Opere (Mondadori, 1998), trad. it. Giovanni Giudici e Giovanna Spendel

Jorge Luis Borges


El bastón, las monedas, el llavero,
la dócil cerradura, las tardías
notas que no leerán los pocos días
que me quedan, los naipes y el tablero,
un libro y en sus páginas la ajada
violeta, monumento de una tarde
sin duda inolvidable y ya olvidada,
el rojo espejo occidental en que arde
una ilusoria aurora. ¡Cuántas cosas,
limas, umbrales, atlas, copas, clavos,
nos sirven como tácitos esclavos,
ciegas y extrañamente sigilosas!
Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.

*

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.

Elogio dell’ombra (Einaudi, 1971), trad. it. F. Tentori Montalto

Francesco Brancati


A volte sono le gambe, l’incubo
è pensarle che non reggano,
lo schianto improvviso e preciso
come il movimento del ferro
irresistibile nella gola.

Eppure fa il suo meglio per sorprendere
l’illusione della vista, dire le braccia
prima che rovinino lungo i corridoi
con la pece dentro gli occhi.

Allora sono soltanto un’iride di pena,
acqua verde, mi guidano le piastrelle
del pavimento, dicono gli spazi fino
alla finestra, il respiro enorme della pineta
davanti alla camera da letto, la casa
esplosa di macerie sul finire della frase,
il gesto del bicchiere sul vassoio
poco prima della cena.

Avere un tetto, costruire un riparo,
proteggere le ossa, dire lo vedi
adesso le mani hanno smesso di tremare

inventare gli sguardi senza le parole.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 3 (Interno Poesia Editore, 2022)

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Agnese Fabbri

Caminê

Infèna ch’u m’fa mêl al gâmb,
infèna ch’a j ò al ẓnöc infiamêdi,
infèna a lè e’ ’riva e’ capì.
Dop u s’stà zet o chi ch’è bon e’ scor in dialèt.
Dentr al ciṣ d’muntâgna,
in do ch’u n’i va piò anson,
a j ariv di dè,
da par me.
U j è mi nöna,
e la nöna d’mi nöna,
e toti al dön ch’va in ciṣa,
cun e’ fazulet int la tësta,
e’ ruṣêri int al mân,
e la gvëra par d’dri.
A pèi una candéla ch’l’amôrta e’ fugh
e la parèẓa i pèn int j arméri.
Cvânt ch’e’ zuzéd
l’è sëmpar al dò de’ docmaẓdè.
La ẓent j à ẓa magnê.
Int e’ cafè,
int al piaz zneni,
i ciacara piân.
E’ sól e’ scor cun al ca,
al gventa lònghi e avérti.

*

Camminare

Finché non mi fanno male le gambe,
finché non ho le ginocchia in fiamme,
fino a lì arriva la mia comprensione.
Dopo si sta zitti o chi riesce parla in dialetto.
Nelle chiese di montagna,
dove non va più nessuno,
ci arrivo dei giorni,
da sola.
C’è mia nonna,
e la nonna di mia nonna,
e tutte le donne che vanno in chiesa,
con il fazzoletto in testa,
il rosario in mano,
e la guerra alle spalle.
Accendo una candela che spegne il fuoco
e pareggia i panni negli armadi.
Quando succede
sono sempre le due del pomeriggio.
La gente ha già mangiato.
Nel bar,
nelle piazze piccole,
chiacchierano piano.
Il sole parla con le case,
diventano lunghe e aperte.

Stagioni (Interno Libri Edizioni, 2022)

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Valentina Furlotti


Le località di mare in inverno
esistono solo qualche ora
la domenica. Le vie si riempiono
di famiglie e turisti
senza pretese. A riva
bambini innalzano capanne
con i rami della notte. Per entrare
esibire green pass, dicono –
altro che paroladordine.
Una donna inciampa e ride sguaiata
il venditore di crêpes
fa il gruzzolo settimanale. Ma alle 17
i lampioni.
Il padre grida: «Tiago, è tardi!
Io me ne vado e ti lascio qui!».
Sa che presto
l’ombra sarà troppo forte
il parco si volterà dall’altra parte
un’onda sommergerà ogni cosa
e l’ostrica chiuderà la bocca sulla perla.

 

Inedito

Iosif Brodskij


Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shiraz e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

 

La forma del tempo (Corriere della sera, 2012)

José Saramago

Em mim te perco, aparição nocturna,
Neste bosque de enganos, nesta ausência,
Na cinza nevoenta da distância,
No longo corredor de portas falsas.

De tudo se faz nada, e esse nada
De um corpo vivo logo se povoa,
Como as ilhas do sonho que flutuam,
Brumosas, na memória regressada.

Em mim te perco, digo, quando a noite
Vem sobre a boca colocar o selo
Do enigma que, dito, ressuscita
E se envolve nos fumos do segredo.

Nas voltas e revoltas que me ensombram,
No cego tactear de olhos abertos,
Qual é do labirinto a porta máxima,
Onde a réstia de sol, os passos certos?

Em mim te perco, insisto, em mim te fujo,
Em mim cristais se fundem, se estilhaçam,
Mas quando o corpo quebra de cansado
Em ti me venço e salvo, me encontro em ti.

*

In me ti perdo, notturna apparizione,
nel bosco degl’inganni, nell’assenza,
nel nebbioso grigior della distanza,
nel lungo corridoio di porte false.

Dal tutto si fa il nulla, e questo nulla
di un corpo vivo subito si popola,
come isole che fluttuano nel sogno,
brumose, nel ricordo rinnovato.

In me ti perdo, dico, se la notte
sulla mia bocca colloca il suggello
dell’enigma che, detto, si ravviva
e s’avvolge in spire di segreto.

Nei giri e nei rigiri che m’adombrano,
nell’andare a tentoni a occhi aperti,
qual è del labirinto l’ampia porta,
dove il raggio di sole, i passi certi?

In me ti perdo, insisto, in me ti sfuggo,
in me fonde il cristallo e si frantuma,
ma quando il corpo cede alla stanchezza
in te mi vinco e salvo, in te mi trovo.

Le poesie (Einaudi, 2002), trad. it. di F. Toriello

Piero Toto


esilio

Chiedimi dell’ombra
disertata alla radice degli ulivi
così stanchi di quest’afa
mai sospetta. Detesto
della terra i rumori impolverati
il disordine dei vivi
la tua voce sminuzzata
dalla patria-lembo
che mai brucia.
Nell’arsura dei tuoi occhi
sono goccia dissoluta
il non-ritorno.
Con quale leggerezza
ci rimarremo accanto
nella sacralità del dubbio.

Inedito