Francesca Matteoni

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Orso

A volte, io credo, il cielo è solo vetro, per questo
Non cadiamo, ma vediamo. Siamo viste.

Nuotiamo in una sfera di creature.
Le tracce oscillano tra il terreno e l’aria.

Se viene, il vento rimbomba sulle superfici
si scarica nei buchi in mulinelli.

Animali intagliati affollano i sentieri –
quello più grande fa tremare il suolo.

Voce di orso di caverna. Non vogliamo
che tu sia un uomo. Scendi quando fa fumo

dalla casa, quando non si respira per il fumo –
ti puliremo il muso dagli insetti.

Questa casa è una fossa di cibo.
Chiamaci Biancaneve e Rosarossa.

 

da Acquabuia (Nino Aragno, 2014)

Claudio Damiani

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Quanto spreco di eroismo!
Quanto spreco di sangue!
Sopportare la mortalità, e da soli!
Quanto sacrificio, e perché?
Se sapessimo che siamo uniti, non soli,
attaccati come i fiammiferi,
come gli opliti della falange
allacciati tra di loro
come i fili del tappeto tibetano,
attaccati come gli amanti
che non si possono sciogliere.
Quanto spreco di sangue!
Quanto inutile eroismo!
Se sapessimo che siamo come l’idrogeno e l’ossigeno
– provati a scioglierli, se ci riesci!
Se sapessimo che siamo come tutti gli elementi
generati da un’unica stella,
se sapessimo che tutte le stelle
erano prima in un punto
tutte strette assiepate, fitte fitte
fino a contenersi tutte
nello spazio di un minuscolo punto!
Quanto spreco di sangue!
Quanto inutile eroismo!

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Samuel Beckett

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cosa farei mai senza questo mondo senza volto né domande
dove essere non dura che un istante in cui ciascun istante
si rovescia nel vuoto nell’oblio d’essere stato
senza quest’onda dove infine
sprofonderanno insieme corpo e ombra
cosa farei mai senza questo silenzio abisso di bisbigli
furiosamente anelante il soccorso l’amore
senza questo cielo che s’innalza
sulla polvere delle sue zavorre

cosa farei mai farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a vagare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio di marionetta
senza voce fra le voci
conchiuse in me

 

Le poesie (Einaudi, 2006), trad. it. Gabriele Frasca

Dylan Thomas

thomas

 

E la morte non avrà più dominio

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i rendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,
E la morte non avrà più dominio.

 

Poesie e racconti (Einaudi, 1996), trad. it. Ariodante Mariani

Azzurra D’Agostino

azzurra d'agostino

 

Il buio riempie le conchiglie,
unisce i grani della sabbia chiude
gli occhi docili dei cormorani.
Stanno a galla le stelle nell’acqua nera
stropicciate nelle pozze, negli scoli.
Abitare qui è fatica. La fragile domanda,
lo scuro. Tutto questo è fatica.
Nel durissimo del nome solo ci è concesso
di stare. Non distogliere lo sguardo.
Attendere. Non muoversi. Non cercare.

 

da D’aria sottile (Transeuropa, 2011)

Marina Cvetaeva

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Io ti racconterò – del grande inganno:
io ti racconterò come cala la nebbia
sui giovani alberi, sulle vecchie ceppaie.
Io ti racconterò come si spengono le luci
nelle basse case, come – straniero di egizie contrade
– soffia lo zingaro nel sottile zufolo sotto un albero.

Io ti racconterò – della grande menzogna:
io ti racconterò come si stringe il coltello
nella stretta mano, come si arruffino al vento dei secoli
i riccioli – ai giovani, e le barbe ai vecchi.

Mormorio di secoli.
Scalpitio di zoccoli.

 

Poesie (Feltrinelli, 2007), trad. it. Pietro A. Zveteremich

Arthur Rimbaud

 

 

 

 

 

 

 

Alchimia del verbo

A me. La storia d’una delle mie follie.
Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo burlevoli le celebrità della pittura e della poesia moderna.
Mi piacevano le pitture idiote, sovrapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, immagini popolari; letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisavole, racconti di fate, libretti per bambini, vecchie opere, ritornelli sempliciotti, ritmi ingenui.
Sognavo crociate, viaggi di scoperte di cui non esistono relazioni, repubbliche senza storia, guerre di religione represse, rivoluzioni del costume, migrazioni di razze e continenti: credevo a tutti gli incantamenti.
Inventai il colore delle vocali! – A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu, – Disciplinai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai d’inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini.

 

Una stagione all’inferno” in Opere (Mondadori, 2006), trad. it. Diana G. Fiori