Sharon Olds

(Ph. Ruven Afanador for The New York Times)

Ritorno al maggio 1937

Li vedo davanti ai cancelli dei loro college,
vedo mio padre che esce
sotto l’arco di arenaria ocra,
le piastrelle rosse che brillano come
piatti insanguinati dietro di lui,
vedo mia madre con qualche libro leggero al suo fianco
in piedi vicino al pilastro di mattoni,
il cancello di ferro battuto ancora aperto dietro di lei,
le punte di spada nere che brillano nell’aria di maggio,
stanno per laurearsi, stanno per sposarsi,
sono ragazzi, sono ingenui, tutto ciò che sanno è che sono
innocenti, non farebbero mai del male a nessuno.
Vorrei andare da loro e dire fermatevi,
non fatelo—lei è la donna sbagliata,
lui è l’uomo sbagliato, farete cose
che non potete nemmeno immaginare,
farete cose terribili ai vostri figli,
soffrirete in modo inimmaginabile,
vi augurerete la morte. Vorrei
andare da loro in quella luce di fine maggio e dirglielo,
il bel viso affamato di lei rivolto verso me,
il suo tenero, bellissimo corpo intatto,
il bel viso arrogante di lui rivolto verso me,
il suo tenero, bellissimo corpo intatto,
ma non lo faccio. Voglio vivere.
Li prendo come il maschio e la femmina delle bambole di carta
e li sbatto insieme contro i fianchi,
come schegge di selce, come per
far scoccare scintille, dico:
fate quello che state per fare, io lo racconterò.

 

*

I Go Back to May 1937

I see them standing at the formal gates of their colleges,
I see my father strolling out
under the ochre sandstone arch, the
red tiles glinting like bent
plates of blood behind his head, I
see my mother with a few light books at her hip
standing at the pillar made of tiny bricks,
the wrought-iron gate still open behind her, its
sword-tips aglow in the May air,
they are about to graduate, they are about to get married,
they are kids, they are dumb, all they know is they are
innocent, they would never hurt anybody.
I want to go up to them and say Stop,
don’t do it—she’s the wrong woman,
he’s the wrong man, you are going to do things
you cannot imagine you would ever do,
you are going to do bad things to children,
you are going to suffer in ways you have not heard of,
you are going to want to die. I want to go
up to them there in the late May sunlight and say it,
her hungry pretty face turning to me,
her pitiful beautiful untouched body,
his arrogant handsome face turning to me,
his pitiful beautiful untouched body,
but I don’t do it. I want to live. I
take them up like the male and female
paper dolls and bang them together
at the hips, like chips of flint, as if to
strike sparks from them, I say
Do what you are going to do, and I will tell about it.

Strike Sparks: Selected Poems 1980-2002, traduzione in italiano di Andrea Cati

Sandra Beasley

sandra_beasley

 

YOU WERE YOU

I dreamt we were in your favorite bar:
You were you, I was the jukebox.
I played Sam Cooke for you,
but you didn’t look over once.
I wanted to dance. I wanted a scotch.
I wanted you to take your hand off of her.
You were wearing your best smile
and the shirt that makes your eyes green.
If you had asked, I’d have told you
her hair looked like plastic.
But then, my mouth was plastic.
I weighed 300 pounds.
I glittered like 1972.
A man tried to seduce me with quarters
but I could hear his truck outside,
still running. I was loyal to you.
I played Aretha, Marvin, the Reverend Al.
You kissed her all the way out the door.
Later, I tried to make my own music,
humming one circuit against the other,
running the needle up and down.
The bubbles in my blood were singing.
In the morning, they came to repair me.

 

© 2010 Sandra Beasley From: I Was the Jukebox, W.W. Norton & Company Ltd.

 

TU ERI TU

Ho sognato che eravamo nel tuo bar preferito:
tu eri tu, io ero il jukebox.
Ti suonavo Sam Cook,
ma tu non mi guardavi mai.
Avrei voluto ballare. Avrei voluto uno scotch.
Avrei voluto che le togliessi la mano di dosso.
Tu sfoggiavi il tuo sorriso migliore
e la camicia che ti fa gli occhi verdi.
Se me l’avessi chiesto, ti avrei detto
che i suoi capelli sembravano di plastica.
D’altra parte, la mia bocca era di plastica.
Pesavo 130 chili.
Sbrilluccicavo come il 1972.
Un uomo cercava di sedurmi a suon di monete
ma io potevo udire il suo camion là fuori,
con il motore acceso. Ti restavo fedele.
Suonavo Aretha, Marvin, il Reverendo Al.
Tu la baciavi mentre uscivate dalla porta.
Più tardi cercavo di suonare una musica mia,
facendo ronzare un circuito contro l’altro,
facendo andare su e giù la puntina.
Le bollicine nel mio sangue cantavano.
La mattina dopo sono venuti a ripararmi.

 

Traduzione: © 2014 Stefano Bortolussi