Günter Kunert

kunert

Della colpa

Nei pozzi della metropolitana
il passo echeggia di notte lontano.
Fiochi scintillano i binari: coltelli,
smaglianti e non usati. Dalle pareti
gronda umidità.

Vado diritto e
già corro e sempre più svelto
di soglia in soglia attraverso
un sistema di tubi e tunnel
grotte e caverne:

rabbrividendo scorgo in
grinze su manifesti,
in cartacee maschere pubblicitarie,
i volti di quelli, che
qui sotto si trascinerebbero, se
lassù della città null’altro rimanesse
che loro,

quelli che negli oscuri meandri e negli angoli
tenebrosi invano cercherebbero colui
che li assolva dalla colpa
della propria morte stavolta.

 

Ricordo di un pianeta (Einaudi, 1970), trad. it. L. Forte

Friedrich Nietzsche

nietzsche1

 

Fra amici

Bello è tacere insieme,
ancor più bello ridere assieme –
sotto il panno di seta del cielo,
giù nel muschio, chino su un libro,
rider forte e cordiale fra amici
e scoprire il biancore dei denti.

Se io sono riuscito taciamo,
se ho fallito – ridiamoci sopra
e facciamo ancora di peggio,
sempre peggio, ridere e fare,
finché nella fossa scendiamo.

Sì, amici! Così deve andare? –
Amen dunque! E arrivederci!

Le poesie (Einaudi, 2015), trad. it. A. M. Carpi

Ingeborg Bachmann

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, scendi insita notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi,
occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zampe aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.

Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

 

Poesie (Guanda, 2006), trad. it. M. T. Mandalari

Michael Krüger

Michael Krüger, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

Neve

C’è odore di neve,
un odore che non occorre descrivere,
niente grandi parole di meraviglia.
Onde, le ultime, tremolano sul mare,
sottili come matite, finché il ghiaccio
non le fissa e stampa in metri regolari.

Le nostre condizioni sono buone,
leggiamo il giornale, guardiamo la televisione,
osserviamo Amleto e i suoi dubbi,
amiamo Mörike e gli Impromptus di Schubert,
anche la povertà non ci lascia insensibili,
né la vicina né la lontana.

Il nostro vicino sapeva tutto del sanscrito,
adesso si è tolto la vita
perché sua moglie l’ha lasciato. Poco fa
lo vedevamo ancora in giardino occupato coi merli,
curvo come un interrogativo, gli uccelli
a saltellargli intorno come tanti puntini.

Si vive più a lungo di quel che si credeva.
Distinguiamo i concetti giusti
dagli sbagliati. Amiamo la neve
quando i sentieri sembrano i bordi
degli annunci mortuari. Tronfia
la morte scansa la vita

e già è dileguata nel bianco.

 

Spostare l’ora (Mondadori, 2015), trad. it. A. M. Carpi

Bertolt Brecht

Bertolt-Brecht

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla denominazione emigrante

Falso quel nome assegnatoci sempre trovai:
emigrante.
Significa esule, si sa. Ma noi
esuli non eravamo per libera scelta,
scegliendo altro paese. E non andavamo
in altra terra per restarvi possibilmente per sempre.
Noi fuggivamo scacciati, banditi.
Né è una nuova patria, esilio è la terra
che ci accoglie.
Sostiamo inquieti, possibilmente presso il confine,
qui, in attesa del giorno del rientro,
qui, spiando al di là del confine ogni più piccolo
mutamento, ponendo accese domande ad ognuno
di là venuto, nulla dimenticato, nulla
tralasciando, e anche nulla che sia accaduto
perdonando, nulla perdonando.
Ahi, la quiete dell’ora non ci illude! Sentiamo
dai loro Lager le grida fino a qui.
Noi stessi quasi siamo d’un qualche crimine sospetti,
noi che potevamo passare le frontiere. Ognuno
di noi, che tra la folla va con scarpe sdrucite,
attesta il disonore che nostra terra macchia.
No, nessuno di noi vuol restare.
Non è ancora detta la parola ultima.

 

Poesie inedite sull’amore. Poesie politiche e varie (Garzanti, 1986), trad. it. G. Mucchi

Walter Benjamin

walter-benjamin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di memoria e di oblio un giorno niente
resterà se non un canto presso la sua culla
nulla celando e nulla rivelando
canto senza parole dalle parole non compreso

canto che salirebbe dal profondo dell’anima
come dalla terra convolvoli e nasturzi
come voci nel suono d’organo alla messa
si stringerebbe il nostro sperare in questo canto

nessun conforto esiste oltre questo canto
e nessuna tristezza lontana da quel canto
contiene astro e animale come in un tessuto

e morte e amici senza distinzione
ogni cosa vive in questo canto
poiché vi entrò del più venusto il passo.

 

Sonetti e poesie sparse (Einaudi, 2010), a cura di R. Tiedemann

Kurt Heynicke

heynicke

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A una madre

Sui campi della morte vaga l’anima tua,
del figlio tuo il cammino è intriso di tormenti,
il tuo pianto offusca di lagrime la notte.
Tanti i tuoi sospiri sono
quanti i fiori bianchi degli shrapnel nel cielo,
si trastullano con le tue ore deserte le granate!
La morte canta il mondo,
la morte è tutto il tuo amore,
di molto sole la testa grigia ha bisogno.
Fuscelli del mondo sono i tuoi figli,
caduti in estranea missione.

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001)

Nelly Sachs

nelly sachs

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
A voi che costruite la nuova casa

Quando innalzerai di nuovo le tue mura
– il focolare, il letto, il tavolo e la sedia –
non appendere le lacrime per quelli che se ne sono andati,
che non abiteranno più con te,
alla pietra
non al legno –
ci sarebbe altrimenti un pianto nel tuo sonno
in quello breve, che ancora devi fare.

Non sospirare quando ti fai il letto,
ai tuoi sogni potrebbe mescolarsi
il sudore dei morti.

Ah, gli arredi e le pareti
sono recettivi come arpe eolie
e come un campo dove cresce il tuo dolore,
e sentono in te il legame con la polvere.

Costruisci, quando scorre la clessidra,
ma non piangere via i minuti
insieme con la polvere
che nasconde la luce.

 

Poesie (Einaudi, 2006), a cura di I. Porena

Rainer Malkowski

Rainer Malkowski

 

Santuario abbandonato

Questa piazza, ampia abbastanza
per dieci o dodici autobus:
adesso
ricoperta di foglie morte.
Nella canonica, dall’altra parte,
una mano carnosa alla tendina.
Cosa pensare di un supplice
fuori stagione?
La porta ricoperta di borchie in ferro
si richiude esitante;
insicuro per la quantità
di silenzio, che mi s’impone.
Chissà se Dio crede in me?
Conto le piastrelle rombiche
nella navata centrale.
Ci vuole veramente tanto
fino ai volti dei santi
e al drappo dell’altare, che irrigidito
dal freddo
sta ritto intorno al blocco di marmo.

Poesie (Le Lettere, 2014), trad. it. G. Chiellino