Tomas Tranströmer


Aprile e silenzio

La primavera giace deserta.
Il fossato di velluto scuro
serpeggia al mio fianco
senza riflessi.

L’unica cosa che splende
sono fiori gialli.

Sono trasportato dentro la mia ombra
come un violino
nella sua custodia nera.

L’unica cosa che voglio dire
scintilla irraggiungibile
come l’argento
al banco dei pegni.

 

La lugubre gondola (BUR Rizzoli, 2011), a cura di G. Chiesa Isnardi)

Jacques Werup

Jacques Werup

 

Il lavoro

Ci piace quel presagio
di morte che ci coglie
nel viaggio verso casa dal lavoro.

Il volto allora muta: questo si vede
dal mio volto ugualmente cambiato
che d’un tratto se ne sta più comodo

quando penso: anch’io, fra poco.
Una volta in una grande città ne parlai
con uno che visse per poco ancora.

Attraversammo una grande piazza,
fra resti di penne di piccioni
i nostri dolori lasciarono dei segni

sul terreno umido
alla fine del quale le case
sembravano scogliere di pioggia.

Nel separarci ci sembrò di essere molti
che tornavano a casa, ognuno alla sua,
dopo un lungo discorso. Il tribuno incomprensibile.

Il treno mi prese. Nel tempo sprofondò la città.
E ora quando dormo dopo il lavoro
vedo quella piazza.

E quando non so più chi vede la piazza
so che sto dormendo.
Forse è così morire, o forse è più come il lavoro.

 

da Antologia della poesia svedese contemporanea (Crocetti, 1996), a cura di H. Sanson

Karin Boye

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Quieta voglio ringraziare il mio destino:
mai ti perdo del tutto.
Come una perla cresce nella conchiglia,
così dentro di me
germoglia dolcemente il tuo essere bagnato di rugiada.
Se infine un giorno ti dimenticassi –
allora sarai tu sangue del mio sangue
allora sarai tu una cosa sola con me –
lo vogliano gli dei.

 

Poesie (Le Lettere, 1994), trad. it. D. Marcheschi

Tomas Tranströmer

Sweden Nobel Literature

 

La cima

Con un sospiro gli ascensori iniziano a salire
in alti edifici fragili come porcellana.
Fuori sull’asfalto si fa caldo il giorno.
I segnali hanno le palpebre abbassate.
La terra una salita  verso il cielo.
Cima dopo cima, nessuna vera ombra.
Voliamo avanti a caccia di Te
per l’estate in cinemascope.
E di sera sono un vascello
a luci spente, a giusta distanza
dalla realtà, mentre a terra
nei parchi fluisce l’equipaggio.

 

Poesia dal silenzio (Crocetti, 2001), trad. it. M. C. Lombardi

Claes Andersson

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Non c’è pace nella vita. La pietra profuma, pesa
e sostiene. C’è una pioggia che sale in me,
dovrei fuggire ma sono io stesso ogni luogo. Chiamalo
Dio o Pepsi quello che manca, ma non ingannarmi.
Non parlare di quello che non c’è, se c’è stato
ha smesso di essere quel nome. Una sera in cui non manca nulla,
noto che la festa in corso non mi riguarda.
Prendo il mio nome e mi inoltro nella notte.
Poco dopo la musica finisce e non si sentono più le risate
e i lampioni si affievoliscono come luci nella nebbia.
Non ricordo quali ho dimenticato, la festa continua
ma io non sono là né altrove.

 

da Antologia della poesia svedese contemporanea (Crocetti, 1996), a cura di H. Sanson, E. Zuccato

Lars Gustafsson

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Una mattina in Svezia

Mattina,
il vento soffiava, sventolava e tendeva
le bandiere della zona, c’era
ghiaccio sotto le betulle bianche.

Allora passa qualcuno vestito di nero,
cammina con passo pesante,
come se dovesse andare molto lontano.
La strada vuota sale spontanea
per un pendío dove egli si avvia.

Certo che lo conoscevo, potevo raccontare
di lui
e di tutte le strade che ha percorso.
Ora il vento soffia già molto meno.
Le betulle bianche stanno assolutamente
immobili,
con un ghiaccio lucido ai piedi,
bagliore solare.

Dall’orizzonte
dove la luce del cielo è intensa come qui
arriva un piccolo tram sulle rotaie.
Si ferma un po’ qui e poi scompare,
senza che nessuno scenda.

Sulla ricchezza dei mondi abitati (Crocetti, 2010), trad. it. Maria Cristina Lombardi