Violeta Medina Méndez


Es cuestión de tiempo
borrarse en el espejo
asomarse con las palabras
que no han sido disparadas
y desaparecer en
el trozo de vidrio
que mira descarnado,

los ojos no son los tuyos ni los míos,

la transparencia se quedó
en otro continente
donde los pájaros no se han marchitado.

No busques, no palpes,
la noche ya no es nuestra.

El agua está trizada.

 

 

*

 

 

È questione di tempo
cancellarsi allo specchio
guardare fuori con le parole
che non sono state buttate fuori
e sparire nel
pezzo di vetro
che fissa scarno,

gli occhi non sono i tuoi né i miei,

la trasparenza è rimasta
in un altro continente
dove gli uccelli non sono appassiti.

Non cercare, non toccare
la notte non è più nostra.

L’acqua è fatta a pezzi.

 

 

© Inedito di Violeta Medina Méndez

© traduzione di Laura Pugno

Juan Arabia

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Noche de Beddoes

Como un enorme pájaro que se interpone
entre el sol y la especie,
llega la antigua noche
con su ojo nublado
y sus heladas de cangrejo.

La misma noche de Caedmon,
en la que los fugitivos tuvieron descanso.
La misma noche de Blake,
en la que lobos y tigres aullaron
esperando encontrar su destino.

Cae con una vista cegadora.
Cae sobre los hombres salvajes
que cantaron y bailaron sobre
la bahía verde, las costas de su camino.

La misma noche de Whitman,
en la que describió las pálidas
caras de los marginados.
La misma noche de Beddoes,
que lanzó sobre el mundo su plumaje de niebla.

 

*


Notte di Beddoes

Come un enorme Uccello che s’interpone
tra il sole e la specie,
arriva l’antica notte
con il suo occhio rannuvolato
e le sue gelate di granchio.

La stessa notte di Caedmon,
in cui i fuggitivi trovarono riposo.
La stessa notte di Blake,
in cui i lupi e le tigri ulularono
sperando d’incontrare il loro destino.

Cade con una vista accecante.
cade sugli uomini selvaggi
che cantarono e ballarono sulla
baia verde, le coste del loro andare.

La stessa notte di Whitman,
in cui descrisse le pallide
facce degli emarginati.
La stessa notte di Beddoes
che lanciò sul mondo il suo piumaggio di nebbia.

 

© Inedito di Juan Arabia

© Traduzione italiana di Antonio Nazzaro

Roberto Bolaño

Roberto Bolaño interno poesia
Los perros románticos

En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país
pero había ganado un sueño.
Y si tenía ese sueño
lo demás no importaba.
Ni trabajar ni rezar
ni estudiar en la madrugada
junto a los perros románticos.
Y el sueño vivía en el vacío de mi espíritu.
Una habitación de madera,
en penumbras,
en uno de los pulmones del trópico.
Y a veces me volvía dentro de mí
y visitaba el sueño: estatua eternizada
en pensamientos líquidos,
un gusano blanco retorciéndose
en el amor.
Un amor desbocado.
Un sueño dentro de otro sueño.
Y la pesadilla me decía: crecerás.
Dejarás atrás las imágenes del dolor y del laberinto
y olvidarás.
Pero en aquel tiempo crecer hubiera sido un crimen.
Estoy aquí, dije, con los perros románticos
y aquí me voy a quedar.

 

*

 

I cani romantici

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perduto un paese
ma avevo guadagnato un sogno.
E se avevo un sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare di notte
assieme ai cani romantici.
Ed il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una casa di legno,
in penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E talvolta tornavo dentro di me
e visitavo il sogno: statua immortalata
in pensieri liquidi,
un verme bianco contorcendosi
nell’amore.
Un amore sboccato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un crimine.
Sono qui, dissi, coi cani romantici
e qui voglio restare.

 

Los perros románticos (Acantilado, 2006)

© traduzione di Alessio Brandolini

Mempo Giardinelli

Mempo Giardinelli

Tallahassee, aprile ‘99

Cos’è una poesia se non paura,
strombazzata, petalo,
incorporea genealogia?
Cos’è la poesia
se non l’emozione violenta
che produce il punto di partenza
verso il mai visto, l’improbabile
o il tramonto?
Qual è il verso finale,
l’imprecisabile verso finale
che sintetizza l’ansia del ritorno?
Cosa resta della poesia, alla fine,
quando si è pensato tutto,
non si è deciso niente
e solo sopravvivono
domande insicurezze solitudine fallimento dubbi
ossia parole, sogni, niente?

 

Poesie senza patria (Guanda, 2003), trad. it. A. Bertoni, R. Bovaia, I. Carmignani

Julio Cortázar

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Il futuro

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti

Francesca Cricelli

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É O NASCER DO DIA
QUE RASGA O PEITO DOS AMANTES

É o nascer do dia que rasga o peito dos amantes,
como o verde que colore os olhos,
na mesma diagonal, o desenho de um milagre.

Plantar na terra
pés com o coração
e não ir mais embora
agora que colocaste o mar no céu.

Enquanto na garganta brota-me
a língua dos antepassados navegadores
meu olhar permanece no horizonte.

 

*

 

È L’ALBA CHE SQUARCIA
IL CIELO NEL PETTO DEGLI AMANTI

È l’alba che squarcia il cielo nel petto degli amanti
come il verde che colora gli occhi
nella stessa diagonale, il disegno di un miracolo.

Piantare in terra
piedi e cuore
e non andare più via ora
che mi hai messo il mare nel cielo.

Mentre mi si schiude in gola
la lingua degli avi navigatori
il mio sguardo s’arresta all’orizzonte.

 

REPÁTRIA (Selo Demônio Negro, San Paolo, Brasile, Luglio 2015)

Carlos Drummond De Andrade

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Infanzia

A Abgar Renault

Mio padre montava a cavallo, andava nei campi.
Mia madre stava seduta a cucire.
Mio fratello piccolo dormiva.
Io bambino soletto tra le piante di mango
leggevo la storia di Robinson Crusoe,
lunga storia che non finisce più.

A mezzogiorno bianco di luce una voce che imparò
a ninnare nelle lontananze della senzala – e mai si dimenticò
chiamava per il caffè.
Caffè nero come la vecchia nera
caffè gustoso
caffè buono.

Mia madre stava seduta a cucire
guardando verso di me:
Psss… Non svegliare il piccolo.
Verso la culla su cui si era posata una zanzara.
E faceva un sospiro… così profondo!

Là lontano mio padre andava nei campi
nella macchia senza fine della fazenda.

E io non sapevo che la mia storia
era più bella di quella di Robinson Crusoe.

 

Cuore numeroso (Donzelli, 2002), a cura di V. Arsillo

Julio Cortázar

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Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.

Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti

Jorge Luis Borges

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Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abder si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giugno al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Elogio dell’ombra (Einaudi, 1998), a cura di G. Felicida Elogio dell’ombra (Einaudi, 1998), a cura di G. Felici

Lêdo Ivo

ledo-ivo
Le necessità

Una porta chiusa non è sufficiente perché un uomo
nasconda il suo amore. Egli necessita anche di una porta aperta
per poter partire e perdersi nella folla quando questo amore esploderà
come un barile di polvere nell’arsenale raggiunto dal fulmine.
Un tetto non basta perché un uomo sia protetto
dal calore e dalla tempesta. Per sfuggire al lampo
egli necessita di un corpo steso nel letto
e a portata della sua mano ancora timorosa
di avanzare nel buio quando la pioggia cade nel silenzio del mondo aperto come un frutto
fra due tuoni.
Nella notte che declina, nel giorno che nasce,
l’uomo ha bisogno di tutto: dell’amore e del fulmine.

 

Illuminazioni (Multimedia, 2002) a cura di V. L. de Oliveira