Carlos Marzal


Declaración de principios

Todo lo que ha empezado ya no importa,
lo que estrené dejó de interesarme,
regalos abiertos de nuestras ilusiones,
inocencia perdida a quién le importa cuándo.
El principio es el fin, y cualquier medio
para empezar de nuevo nos es lícito.
Lasa palabras se agotan al pensarlas,
qué cansancio insistir, nos han anticipado
cuál será el desenlace de la trama.
No hay posible sorpresa, y lo que nos aguarda
son unos aburridos minutos de basura.

 

*

 

Dichiarazione di principi

Tutto ciò che ho cominciato già non conta,
ciò che sfoggiai cessò d’interessarmi,
doni aperti delle nostre illusioni,
l’innocenza perduta a chi importa quando.
Il principio è la fine, e ogni mezzo
per cominciare di nuovo ci è lecito.
Le parole si sciolgono al pensarle,
i libri si finiscono nei titoli,
che stanchezza insistere, ci hanno anticipato
quale scioglimento della trama.
La sorpresa impossibile, e quello che ci aspetta
sono noiosi minuti di sporcizia.

 

Poesie scelte (Pagliai Polistampa, 2007), a cura di Francesco Luti

José Carlos Rosales

Las alas

Estarás tan cansado que te sientes ligero,
tan ligero
que ahora mismo podrías levantarte y volar:
ya no pesas, ya nunca pesarás lo que pesabas,
pesas tanto y tan poco
que el mundo te parece distante,
el cansancio también te parece distante,
se evaporó de pronto,
lo más pesado se evapora a veces
y ahora mismo podrías levantarte y volar:
no lo haces, no lo haces, y no
porque el peso de tu cuerpo o tu ánimo
pudieran impedirlo,
no lo haces
porque no hay ningún sitio
al que quieras volver,
un lugar perdido o ignorado,
el sitio donde puedas entrar y diluirte,
tumbarte con las alas plegadas,
esas alas gigantes que te impiden vivir,
alas imaginarias o fingidas,
las alas que no tienes,
invisibles o blancas,
pero estás muy cansado y no lo haces,
no lo harías, no lo quieres hacer,
si quisieras podrías levantarte y volar,
y alejarte del mundo, y morirte muy lejos,
si te quedas aquí
seguirás como hasta ahora,
tan cansado y tan vivo,
tan ligero y distante,
tan pesado,
tan solo.

 

Si quisieras podrías levantarte y volar (Bartleby Editores, 2017)

 

*

 

Le ali

Sarai così stanco che ti sentirai leggero,
così leggero
che anche ora potresti alzarti e volare:
non pesi più, non peserai più come prima,
pesi davvero così poco
che il mondo ti sembra lontano,
anche la stanchezza ti sembra lontana,
è evaporata all’improvviso,
ciò che pesa a volte evapora
e anche ora potresti alzarti e volare:
non lo fai, non lo fai, e non sono
il peso del tuo corpo o la tua volontà
a impedirtelo,
non lo fai
perché non c’è nessun posto
al quale vorresti tornare,
un luogo perduto o ignorato,
il posto dove potresti entrare e dissolverti,
sdraiarti con le ali piegate,
quelle ali giganti che ti impediscono di vivere,
ali immaginarie o finte,
le ali che non hai,
invisibili o bianche,
ma sei molto stanco e non lo fai,
non lo faresti, non vuoi farlo,
se volessi potresti alzarti e volare
e allontanarti dal mondo, e morire lontano,
se resti dove sei
sarai sempre come ora,
così stanco e così vivo,
così leggero e lontano,
così pesante,
così solo.

 

© Traduzione in italiano di Damiano Sinfonico

© Foto di Jesús García Latorre

Emilio Prados


Possessione luminosa

Come questo vento voglio
essere figura del mio calore
e, lentamente, entrare
dove riposa il corpo tuo
dell’estate, avvicinarmi
a lui senza che mi veda;
arrivare, come polso aperto,
pulsando nell’aria, essere
figura del pensiero mio di te, in sua presenza:
carne aperta di vento,
dimora d’amore nell’anima.
Tu – delicato avorio di sogno,
neve di carne, quiete
di palma, luna in silenzio –
seduta, addormentata, in mezzo
alla stanza. E io, entrando
come acqua chiara, inondarti tutto il corpo
fino a coprirti e, restare
così, integro dentro,
come l’aria in un lampione,
incendiandoti nel mio corpo,
illuminando la mia carne
tutta, ormai, carne di vento.

 

Memoria dell’oblio (Einaudi, 1966), trad. F. Tentori Montaldo

Miguel Hernández


Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

 

© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)

Clara Janés

Ed ecco l’acqua.
I miei due custodi
percorrono la riva.
I loro occhi accolgono
la saggezza di colui
che ignora il tempo.
E io discosto
la linea dell’orizzonte
e mi rafforzo
nell’immobilità.
Attraverso l’adesso
con la lancia
della mia stessa assenza:
voglio smettere d’essere,
o esser solo riposo,
abbandono
al vuoto dell’anima
che a nulla aspira,
neanche all’attesa
che non attende.

 

Pellegrinaggio (Passigli, 2016), a cura di V. Nardoni

Federico García Lorca

lorca
Madrigale appassionato

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

 

Tutte le poesie (Newton Compton, 2007), a cura di C. Rendina

Juan Ramón Jiménez

jimenez

Venne, dapprima, pura,
vestita d’innocenza.
E l’amai come un bimbo.

Poi si venne coprendo
di non so quali vesti.
E venni odiandola, senza saperlo.

Diventò una regina,
fastosa di tesori…
Che amarezza iraconda e senza senso!

…Ma si venne spogliando.
Ed io le sorridevo.

Restò con la tunica
della sua antica innocenza.
Credetti nuovamente in lei.

E si tolse la tunica
e apparve tutta nuda…
Oh passione della mia vita, nuda
poesia, per sempre mia!

Poesie d’amore (Newton & Compton, 1999), a cura di C. Rendina

Claudio Rodriguez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A volte mi domando se la notte
si chiude al mondo per aprirsi oppure
se qualcosa così d’un tratto l’apre
che non s’arriva all’alba, fuori all’alba
che non può scomparire se non c’è,
né luna o sole chiaro, chi la crea.
Neanche la mia tristezza può vederla
così com’è, se resta dentro gli astri
quando in essi il giorno è manifesto
e non rivela nella notte i campi
di intenso farsi giorno che s’affretta
in germe no, ma in luce, in albi uccelli.
Un volo ormai starà bruciando l’aria,
non perché ardente ma perché lontano.
Un limpido di stelle lustra i pini
e arriverà a lustrare anche il mio corpo.
Che altrò farò se non esporre ancora
la vita ai mille azzardi dello spazio?
È che la notte ha sempre un fuoco occulto,
uno splendore aereo, un giorno vano
per tutti i nostri sensi, attratti in alto
che non vedono o sentono là sotto.
Come la calma è un elmo per il fiume
così è il dolore brezza per il pioppo.
Così io adesso avverto che le ombre
aprono in sé la luce, e così tanto,
che la mattina sorge senza inizio
né fine, eterna già dentro il tramonto.

 

Dono dell’ebbrezza (Passigli, 2016), a cura di P. Taravacci

Juana Castro

juana-castro

 

Calice

E ora sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco dentro il vetro
di quel ritratto tuo così presente.
Se sapessi che tutto
quel che ho odiato di te e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
d’una pietra nell’acqua, ripetuta.
Vengo ancora a vederti.
Taccami, e le mie dita
metti qui sopra le tue piaghe, ed aprimi
questa rosa di spine nel costato.
Son così tua che il mare la tua voce
per il suo canto copia dalla mia.
E mi sveglio e al momento stesso vivo
quella tua immensa sete, che per sempre
nelle tue ossa vuote
ardeva irrimediabile.
Non sono il tuo fantasma,
voglio, risuscitata, ora crearti
nel filo di chi il mio essere t’ha dato.
Da morta e morta dimmi:
Chi sta allattando chi, serpente mio?

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001), a cura M. G. Maioli Loperfido

María Victoria Atencia

Maria-Victoria-Atencia

 

Maturazione

Ormai tutto è maturo. Sono fatta,
donna mi riconosco e pianto in terra
profonda la radice, tendo in volo
il ramo, certo in te, del suo raccolto.

Come cresce quel ramo e quanto dritto!
Sul mio tronco tutto oggi è un solo anelito
di vivere e ancor vivere: al cielo,
eretta in verticale, come freccia

lanciata nella nube. Così eretta
che la tua voce ha appreso la destrezza
di aprirla sorridente e tutta in fiore.

M’agita la tua voce. Per lei sento
che il mio ramo curvato si raddrizza
e il frutto di mia voce cresce al vento.

 

Poesia spagnola del secondo novecento (Vallecchi, 1998), a cura di F. Luti