Arseny Tarkovsky

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Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

 

 

Poesie scelte (Libri Scheiwiller, 1989), trad. it. G. Zappi

Boris Pasternak

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L’alba

Tu eri tutto nel mio destino,
poi vennero la guerra e lo sfacelo,
e a lungo, a lungo di te
non si seppè più nulla.

E dopo molti, molti anni
la tua voce di nuovo mi ha turbato.
Tutta la notte ho letto i tuoi precetti,
rianimandomi come da un deliquio.

Voglio andar tra la gente, nella folla,
nell’animazione mattutina.
Sono pronto a ridurre tutto in schegge
e a mettere tutti in ginocchio.

Scendo di corsa le scale,
come se uscissi per la prima volta
su queste strade coperte di neve
e sul selciato deserto.

Spuntano ovunque fiammelle accoglienti,
la gente beve il tè, s’affretta il tram,
nel giro di alcuni minuti
l’aspetto della città è irriconoscibile.

Nei portoni la bufera intreccia
una densa rete di fiocchi,
e per giungere in tempo tutti corrono,
senz’aver finito di mangiare.

 

Poesie (Einaudi, 2009), trad. it. A. M. Ripellino

Evgenij A. Evtušenko

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Sempre si trova la mano di una donna
che, fresca e lieve,
compatendo e un poco amando,
come un fratello ti quieti.

Sempre si trova il seno di una donna,
dove trovi rifugio il tuo respiro ardente,
dove nascondere la tua testa dannata,
e affidargli il tuo sonno ribelle.

Sempre si trovano occhi di donna,
che lenendo tutti i tuoi affanni,
o se non tutti, una parte,
vedano la tua sofferenza.

Ma fra tutte queste dolci mani,
una ve n’è, che ha una speciale dolcezza,
quando una fronte tormentata
sfiora, come l’eternità, il destino.

Ma fra tutti i seni di donna,
uno ve n’è (e il perché non si sa)
che non per una notte, ma per sempre ti è dato,
e questo tu l’hai capito già da gran tempo.

Ma fra tutti gli occhi di donna
ve ne sono il cui sguardo è sempre melanconico,
e sono questi, fino agli ultimi tuoi giorni
gli occhi del tuo amore e della tua coscienza.

E tu vivi malgrado te stesso,
e non ti basta soltanto quella mano,
soltanto quel seno e quegli occhi sacri
che tu tante volte hai tradito!
Ed ecco la punizione comincia.

Traditore! – la pioggia ti schiaffeggia.
Traditore! – i rami ti sferzano il viso.
Traditore! – l’eco si ripercuote nel bosco.

Tu ti agiti, ti tormenti, ti affliggi.
Tu stesso non saprai perdonarti.

E soltanto quella mano diafana,
sebbene sia ben grave l’offesa, perdona,
e soltanto quello stanco seno
perdona adesso e anche in futuro perdonerà,
e soltanto quegli occhi tanto tristi
perdonano ciò che perdonare è impossibile.

 

 

La stazione di Zimà e altri versi (Feltrinelli, 1962), trad. it. A. Bertin

Osip Mandel’štam

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Non c’è nulla di cui serva parlare
non c’è nulla di cui occorra insegnare;
bella e ricolma di malinconia
è questa buia anima ferina:

non c’è nulla che lei voglia insegnare,
in nessun modo lei riesce a parlare,
e come un giovane delfino guizza
per l’universo e i suoi canuti abissi.

 

Ottanta poesie (Einaudi, 2009), trad. it. R. Faccani

Viktor Krivulin

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La nostra causa è cercare e non trovare,
La nostra causa è amare, fugaci, in segreto,
E i peccati ci sono rimessi solo perché
Nessuno è senza peccato, nessuno lo è.

Il nostro tempo è nebbia d’autunno sul fiume,
È il nostro nome eliso dalla nostra mano,
Perché di notte non ci restano che
Il dubbio, la coscienza e la neve.

 

Concerto a richiesta e altre poesie (Passigli, 2016), a cura di M. Sabbatini

Marina Cvetaeva

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Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

 

Poesie (Feltrinelli, 2000), a cura di P. A. Zveteremich

Boris Pasternak

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Primavera

Primavera, io vengo dalla via, dove il pioppo è stupito,
dove la lontananza sbigottisce, dove la casa teme di crollare,
dove l’aria è azzurra come il fagottino della biancheria
di colui che è dimesso dall’ospedale!

Dove la sera è vuota come un racconto interrotto,
lasciato da una stella senza continuazione
per rendere perplessi mille occhi tumultuosi,
insondabili e privi di espressione.

 

Poesie (Einaudi, 2009), a cura di A. M. Ripellino

Anna Achmatova

Anna Achmatova

Risposta

a V. A. K.

Quali strane parole mi ha portato
la serena giornata di aprile.
Lo sai, dentro di me era ancora viva
l’orrenda settimana di passione.

Non ascoltavo i suoni che fluivano
per il limpido azzurro.
Echeggiò sette giorni: ora un riso di bronzi,
ora un pianto argentino.

Ed io, coprendomi il viso,
quasi per un eterno abbandono,
giacevo ed attendevo quella cosa
che ancora non si chiamava tormento.

 

La corsa del tempo (Einaudi, 1992), trad. it. M. Colucci

Sergej Zav’jalov

Sergej Zav'jalov

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giovane comunista-invalido della grande guerra patriottica con il libro di Nikolaj Ostrovskij

D.D. Šostakovič, op. 81.
E.A. Dolmatovskij. Il canto delle foreste.

1.

Vedo la casa della mia infanzia
(il cortile-pozzo, i tetti che vanno lontano).
Vedo il tram americano
(rumoreggia, voltando dal ponte sul lungofiume).
Vedo il vapore dall’enorme ruota della locomotiva
(mi portano in campagna).
Vedo il fumo nero sulle ciminiere delle fabbriche al di là del fiume.

La mia vita ora si svolge sulle linee di combattimento.
Ci sono motivi per cui vivere,
ma le forze fisiche sono ridotte a una briciola.

Vedo le legnaie nel secondo cortile
(il luogo preferito dei giochi d’infanzia).
Vedo il camion-cisterna del cherosene
(l’autista suona la tromba, accorrono le massaie).
Vedo il banco di scuola col coperchio scricchiolante
(il pavimento è spalmato di mastice rosso).
Vedo i trombettieri dell’orchestra scolastica
(la rieducazione dei vandali).

Ma ce la farò, non sarò io, se non chiederò alla vita un altro anno
per terminare tutti i miei doveri verso il partito.

Vedo Kirov sul palco festoso,
Vedo le bandiere sulla piazza Urickij,
Vedo come la mamma mi aggiusta la giacchetta,
e papà fuma una sigaretta,
Vedo così bene tutto questo.

Senza la tessera del ferreo partito bolscevico la vita è fosca.

CON LA VITTORIA SI È CONCLUSA LA GUERRA,
HA SOSPIRATO GIOIA IL PAESE,
È GIUNTA LA PRIMAVERA VITTORIOSA.
UN SALUTO A SALVE È FIORITO SULLA PATRIA.

AL CREMLINO COME ALBA È LUCCICATO IL MATTINO,
IL GRANDE CONDOTTIERO IN SAGGE RIFLESSIONI
SI È ACCOSTATO A UN’ENORME CARTA.

LÌ DAL VOLGA FINO AL BUG,
E DA NORD FINO A SUD,
DOVE SONO PASSATE LE SCHIERE VITTORIOSE,
S’ERGONO BANDIERINE ROSSE.

 

Il digiuno natalizio (Fermenti, 2016), trad. it. P. Galvagni

Iosif Brodskij

brodskij

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori dal ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare “Buona notte”.

 

Poesie (Adelphi, 1986), a cura di G. Buttafava