Boris Ryzhy

Boris Ryzhy
Dettami versi d’amore
Sii d’animo un po’ disonesto.
Il mio cuore cattivo e freddo
Fa’ esplodere con un sorprendente verso.
Raccontami semplici parole
Fa’ che mi parta, girando la testa.
Nel parco umido le teste bianche,
Sorridendo, scuotono i ragazzi della mala.
Si meravigliano: quanti anni hai?
Tu fratellino, per natura, sei un poeta.
Tutto questo è accaduto a te
Per il tuo racconto non c’è prezzo.
Sorrido, facendo fuori un bicchiere
Alla fortuna, e lo nascondo in tasca,
Stringo le mani ruvide,
Nuoto via nella nebbia, ondeggiando.
Metto tutti i puntini sulle i,
A me – per le bugie, ardere nel fuoco,
Ma è già pronto il posto nel Paradiso
Per voi – per fede alla mia vocazione.

 

La nuovissima poesia russa (Einaudi, 2005), trad. di V. Ferraro e M. Martini

Anna Achmatova

Achmatova
Dio non ha pietà di mietitori e ortolani,
cadono sghembe piogge tintinnando,
screziano i larghi manti alle acque
che già specchiavano il cielo.

Prati e campi in un regno subacqueo,
cantano, cantano liberi rivi,
sui rami enfiati scoppiano le prugne
e le erbe, piegate, imputridiscono.

E attraverso la fitta grata d’acqua
scorgo il tuo caro viso,
il parco tacito, il chiosco cinese
e la tonda veranda innanzi casa.

 

La corsa del tempo (Einaudi, 1992) a cura di M. Colucci

Evgenij A. Evtušenko

Evgenij A. Evtušenko interno poesia
Non capirsi è terribile
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.

In un modo o nell’altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere.

 

Poesie d’amore (Newton Compton, 1986) trad. it. E. Pascucci

Vera Pavlova

vera-pavlova

Leggere il mio nome sulla busta
e ricordare chi sono
leggere il mio indirizzo sulla busta
e ricordare dove sono
leggere nome e indirizzo del mittente
e ricordare che c’è qualcun altro
strappare la busta e leggere la lettera
-Pavlova, fermo posta.
-No. Non c’è nulla.

 

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Iosif Brodskij

brodskij
Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come un capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma sbattere di tele, di persiane, di mani,
bollitori sui fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

 

 

Poesie (Adelphi, 2012), a cura di G. Buttafava

Arseny Tarkovsky

arseny-tarkosky
Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

 

 

Poesie scelte (Libri Scheiwiller, 1989), trad. it. G. Zappi

Boris Pasternak

pasternak-interno-poesia

L’alba

Tu eri tutto nel mio destino,
poi vennero la guerra e lo sfacelo,
e a lungo, a lungo di te
non si seppè più nulla.

E dopo molti, molti anni
la tua voce di nuovo mi ha turbato.
Tutta la notte ho letto i tuoi precetti,
rianimandomi come da un deliquio.

Voglio andar tra la gente, nella folla,
nell’animazione mattutina.
Sono pronto a ridurre tutto in schegge
e a mettere tutti in ginocchio.

Scendo di corsa le scale,
come se uscissi per la prima volta
su queste strade coperte di neve
e sul selciato deserto.

Spuntano ovunque fiammelle accoglienti,
la gente beve il tè, s’affretta il tram,
nel giro di alcuni minuti
l’aspetto della città è irriconoscibile.

Nei portoni la bufera intreccia
una densa rete di fiocchi,
e per giungere in tempo tutti corrono,
senz’aver finito di mangiare.

 

Poesie (Einaudi, 2009), trad. it. A. M. Ripellino

Evgenij A. Evtušenko

aleksandrovic-evtusenko

Sempre si trova la mano di una donna
che, fresca e lieve,
compatendo e un poco amando,
come un fratello ti quieti.

Sempre si trova il seno di una donna,
dove trovi rifugio il tuo respiro ardente,
dove nascondere la tua testa dannata,
e affidargli il tuo sonno ribelle.

Sempre si trovano occhi di donna,
che lenendo tutti i tuoi affanni,
o se non tutti, una parte,
vedano la tua sofferenza.

Ma fra tutte queste dolci mani,
una ve n’è, che ha una speciale dolcezza,
quando una fronte tormentata
sfiora, come l’eternità, il destino.

Ma fra tutti i seni di donna,
uno ve n’è (e il perché non si sa)
che non per una notte, ma per sempre ti è dato,
e questo tu l’hai capito già da gran tempo.

Ma fra tutti gli occhi di donna
ve ne sono il cui sguardo è sempre melanconico,
e sono questi, fino agli ultimi tuoi giorni
gli occhi del tuo amore e della tua coscienza.

E tu vivi malgrado te stesso,
e non ti basta soltanto quella mano,
soltanto quel seno e quegli occhi sacri
che tu tante volte hai tradito!
Ed ecco la punizione comincia.

Traditore! – la pioggia ti schiaffeggia.
Traditore! – i rami ti sferzano il viso.
Traditore! – l’eco si ripercuote nel bosco.

Tu ti agiti, ti tormenti, ti affliggi.
Tu stesso non saprai perdonarti.

E soltanto quella mano diafana,
sebbene sia ben grave l’offesa, perdona,
e soltanto quello stanco seno
perdona adesso e anche in futuro perdonerà,
e soltanto quegli occhi tanto tristi
perdonano ciò che perdonare è impossibile.

 

 

La stazione di Zimà e altri versi (Feltrinelli, 1962), trad. it. A. Bertin

Osip Mandel’štam

osip-mandelstam5

Non c’è nulla di cui serva parlare
non c’è nulla di cui occorra insegnare;
bella e ricolma di malinconia
è questa buia anima ferina:

non c’è nulla che lei voglia insegnare,
in nessun modo lei riesce a parlare,
e come un giovane delfino guizza
per l’universo e i suoi canuti abissi.

 

Ottanta poesie (Einaudi, 2009), trad. it. R. Faccani

Viktor Krivulin

viktor-krivulin

La nostra causa è cercare e non trovare,
La nostra causa è amare, fugaci, in segreto,
E i peccati ci sono rimessi solo perché
Nessuno è senza peccato, nessuno lo è.

Il nostro tempo è nebbia d’autunno sul fiume,
È il nostro nome eliso dalla nostra mano,
Perché di notte non ci restano che
Il dubbio, la coscienza e la neve.

 

Concerto a richiesta e altre poesie (Passigli, 2016), a cura di M. Sabbatini