Claudio Damiani

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Sì, ho cercato

Sì, ho cercato
ma adesso vorrei vagare
solo vagare
senza cercare.
Si, qualcosa ho trovato
cioè non proprio trovato,
qualcosa m’è passato vicino,
girandomi ho visto la coda
ma non mi va di inseguirlo,
ecco, lasciamolo stare, lasciamolo correre
dove gli pare.
Adesso vorrei essere io
questa cosa che appare non vista,
vorrei essere io questa cosa che vaga
e che ti sfiora, ti passa accanto nel sonno
mentre dormi, mentre mangi, mentre leggi
ti passa accanto e ti accarezza
o ti dà un bacio veloce
tu non fai a tempo a accorgertene
che già non mi vedi più.

 

© Inedito da Endimione

© Foto di Roberto Vignoli

Elsa Morante

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Tutto quel che t’appartiene, o che da te proviene,
è ricco d’una grazia favolosa:
perfino i tuoi amanti, perfino le mie lagrime.
L’invidia mia riveste d’incanti straordinari
i miei rivali: essi vanno per vie negate ai mortali,
hanno cuore sapiente, cortesia d’angeli.
E le lagrime che mi fai piangere sono il mio del diadema,
se l’amara mia stagione s’adorna del tuo sorriso.

Stupisco se ripenso che avevo tanti desideri
e tanti voti da non sapere quale scegliere.
Ormai, se cade una stella a mezzo agosto,
se nel tramonto marino balena il raggio verde,
se a cena ho una primizia nella stagione nuova,
o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione,
non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome,
o parola che m’apri la porta del paradiso.

Nel mio cuore vanesio, da che vi regni tu,
le antiche leggi del mondo son tutte rovesciate:
l’orgoglio si compiace d’umiliarsi a te,
la vanità si nasconde davanti alla tua gloria,
la voglia si tramuta in timido pudore,
la mia sconfitta esulta della tua vittoria,
la ricchezza è beata di farsi, per te, povera,
e peccato e perdono, ansia e riposo,
sbocciano in un fiore unico, una grande rosa doppia.
Ma la frase celeste, che la mia mente ascolta,
io ridirti non so, non c’è nota o parola.
Ti dirò: tu sei tutto il mio bene, ad ogni ora
questa grazia di amarti m’è dolce compagnia.
Potesse il mio affetto consolarti come mi consola,
o tu che sei la sola confidenza mia!

 

Alibi (Einaudi, 2012)

Patrizia Cavalli

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Questa notte perfetta, questa ora così dolce,
il silenzio, e nessuno che disturbi
in questa casa esposta solo al mare e al cielo
nella temperatura giusta della carne,
io senza carne qui di fronte a te
mentre mi annoio e mentre tu ti annoi e credi
che rompere il silenzio rompa la noia
che invece ogni parola accresce. E adesso?
Annoiarsi da soli forse è un lusso,
ma annoiarsi in due è disperazione
– non è noia che placida risieda,
ma attivamente lavora nel mio sangue
e mi fa scarsa e debole, mi estingue.

 

Datura (Einaudi, 2013)

© Foto di Dino Ignani

Mario De Santis

de santis

Il deserto Atacama

Per A.U.

1.

Quando alla fine siamo pressati, le stanze abolite,
unico e abnorme, privatissimo, ci resta un cunicolo:
il metro cubo dei senza-terra che siamo diventati.
Solo aria, la musica feroce, lunare, custodita in un sacco,
una crosta di pane, un rimedio, un odore
che finalmente posso dire mio, per quanto non saprei
come dirlo, passo nella condensa di un vapore pesante
di sale, lascio la casa come unico figlio, senza voce.

Ora sono qui, su un suolo blindato e derisorio,
con un pegno illegale, senza
carta, senza nome ufficiale: ho l’unico destino
che non esiste più di me, che non riesce a esistere –
siamo ombre, in un velo malvagio, ci rende poveri, fuori
dal panegirico e fuori dalle coincidenze. Tutti noi senza volto
che abitiamo l’estrema dissolvenza di quartieri,
dentro svincoli, non dormiamo, cerchiamo di vivere:
assenti, in questa forma di estrema stasi, come una santità
che è forse lasciare tutto questo almeno per ora.

Cosa sono nella carne se aspetto come un giudice in pensione
altri giudicare? Che cosa è il vuoto che non ho sperato mai
di riempire, scomparendo? La morte, che ci fa clandestini?

 

 

2.

Nel frattempo, depositato in tutti gli angoli, esule
abiterò gli anni dell’ evanescente con la solitudine –
abito tutto quello che vedi e che non ha i segreti
del perdono, morto di un amore che dilapido
osceno: tutto il pulviscolo del mondo sta nell’occhio,.
nella sua coda, elencato, come una lista di case
di persone amate e indirizzi, di numeri disattivati
di bar chiusi che mi ricordo. Una pura elettrolisi
una carne che viene salvata ad un destino e poi
lasciata in un intervallo di paralisi, questo giorno.
Il non sommabile, non ghiera, non raffica: lo scarno vivere –

E questo vento, invade e sequestra nella sua buriana
ogni possibile fiorire, lo strappa, lo rimanda
porta in bocca tutto il tempo di polvere che è rimasto
il non vissuto, bolo che soffoca, un troppo tardi
che uccide. Però i fiori di malva di Atacama sono lì,
fioriti senza noi, che sempre volevamo
visitare quel posto, come tutto
il mondo: esistono in un’ora che è l’unica che sia
e duri, senza noi, se diventiamo, se non saremo, restando.

 

© Inedito di Mario De Santis

© Foto di Valentina Tamborra

Laura Pugno

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I

sarà ovunque,
verde e verde gemmato,
il ritornare
sui tuoi passi nel mondo,
compiuto come meraviglia, distruzione

e dare tempo
a questo pensare col peso del corpo,
la mente
come una chiazza d’acqua che s’allaga

 

II

il letto nel legno d’ulivo,
la mente diffusa
il bagliore attraversa la pelle

il ramo che brucia di colpo
nel buio del bosco,
– l’imboscata, l’incendio –

dici che è fuoco controllato nei campi
perfezione terrestre

 

© Inediti di Laura Pugno

Claudio Damiani

damiani ignani

E mettiamo invece che abbiano ragione quelli che dicono che dopo la morte, per chi muore, non c’è niente. Visto che la morte non è qualcosa di casuale piovutoci da un cielo distratto, ma è necessaria all’evoluzione, anzi tutt’uno con essa, poiché per evolvere ci vogliono sempre nuovi individui, e devono morire i vecchi, allora è indubitabile anche questo: che in quanto preciso, unico elemento della macchina evolutiva, in quanto attore dell’evoluzione, l’individuo viene a essere come un organo di un organismo, come l’elemento di un composto, e dunque a partecipare con la sua piccola vita, della grande vita. Ecco allora che dire “dopo la morte non c’è niente” viene a essere qualcosa di insufficiente, e un po’ in malafede anche. L’individuo che nasce e muore, è come se avesse incisa, in una sua medaglietta, una particolare entità matematica, che significa una identità identica solo a sé, come un certo preciso numero, quello e non altro, e proprio per questo, cioè essere un preciso numero, dà a lui l’appartenenza a tutta la realtà dei numeri, l’essere lui anello di una grande catena, significa che se non ci fosse, la catena si spezzerebbe, e sprofonderebbe nell’abisso.

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Valentino Zeichen

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Il poeta

Presumibilmente,
sembro un poeta di elevata rappresentanza
sebbene la mia insufficienza cardiaca
ha per virtù medica il libro del “cuore”.
Abito appena sopra il livello del mare
mentre la salute, la purezza, la ricchezza
e gli sport invernali
stazionano oltre i mille metri.
Perciò mi ossigeno respirando l’aria
dei paradisi alpini
così arditamente fotografati
dagli scalatori sociali
nonostante la pericolosità dei dislivelli.

 

Poesie 1963-2014 (Mondadori, 2015)

© Foto di Dino Ignani

Mario De Santis

mario de santis

Interno

quando sono le stelle a viaggiare
siamo noi i punti fissi del mondo
attendere è ribaltare le attese
stare in un punto sapendo che tutto il resto
è vuoto. Così io aspetto il tuo arrivo
tra le famiglie dei pianeti, in un delirio
di orbite e attrazioni. L’universo fugge
verso tutti gli amori impossibili
il punto oscuro da cui il sole ha trovato,
nel buio, la sua strada. Così non c’è niente
da dire, farà tutto la materia
dove ci siamo già incontrati.

 

© Inedito di Mario De Santis

Sergio Corazzini

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La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.

Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vania
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.

 

Poesie (BUR, 2012)

Claudio Damiani

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Era da poco morta mia madre che vidi un ragnetto sul vetro di una finestra, camminava piano tutto solo e tranquillo e ho pensato che anche lui avrebbe avuto la sua morte come mia madre, e che ognuno ha una sua specifica e speciale morte, come la nascita e come tutta la vita. E poi ho pensato (ma devi partire dal fatto che esistono numeri molto piccoli, tu non mi chiedere ora quanto piccoli, ma così come riesci a pensare a un numero che per scriverlo ti serve uno spazio da qui alla luna, così puoi pensare a un numero talmente piccolo che abbisogni dello stesso spazio per scrivere tanti zeri)… e così insomma riprendendo il discorso ho pensato che niente è niente, ma tutti che sono stati non sono stati invano, tutti, per quanto piccoli, hanno messo qualcosa, anche se l’universo fosse infinito, lo stesso ognuno metterebbe una goccia che fa traboccare il vaso (infatti se tu all’oceano aggiungi una goccia, l’oceano non è più lo stesso). Ora tu dirai: com’è che alcuni mettono tantissimo? Non è una sproporzione?
No, perché quelli che mettono tanto mettono qualcosa che c’è già, non inventano, scoprono. La Passione secondo Matteo di Bach e E=mc2 sono già in natura. Se un extraterrestre potesse ascoltare Bach, sarebbe per lui un miracolo di bellezza. Starebbe anche lui camminando tutto solo su un vetro, e gli apparirebbe questa musica.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani