Davide Rondoni

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Sei un amore perché sei
un racconto

e partono in te
i velieri della fine,

appaiono
un attimo sui parabrezza bagnati
i nomi di città sconosciute

i violinisti si sono addormentati
e sognano e suonano e sognano

sbagliando qualche nota ma
portano il pianto inaudito dei cristalli

custodisci i miei
respiri
lasci impronte così nascoste
che le troverà solo il demonio o l’ultimo
degli angeli prima di mettere il cappello e
spegnere la luce

co gli occhi di un ferito è entrato
travestito alla festa
chiedendo c’è da bere qualcosa
e alzava brindisi da lontano strappandoci
il cuore.

Amore che non riesce a chiudere
il ventaglio dei baci

si confonde come uno in stazione
che guarda i treni, non sa mai partire
sperduto e felice –

sei un amore e sei un racconto
che ogni notte mi dimentico

e leggo nelle nuvole che lo scrivono

inquiete nei venti contrari
rubando luce ai visi attoniti di santi dipinti
e alle bici abbandonate sui binari

tutte le morti che hai traversato e le nascite
ti porgono il braccio –

sono lo stesso momento di sempre
da quando hai alzato lo sguardo

e il tuo respiro ha reciso il mio nome dal niente

 

 

La natura del bastardo (Mondadori, 2016)

© Foto di Viviana Nicodemo

Francesco Zani

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Ma tu come ti difendi?

Tengo due sigarette e una moneta
nella tasca interna del giubbotto

Mangio in riva al mare
sembra azzurro da qui
alla giusta distanza la vista migliora

Guardo i miei genitori
indovino quali rughe saranno le mie
vorrei sotto l’occhio sinistro la piega che ha mia madre
e che le mie mani invecchiassero come quelle di mio padre
salutarli è ogni volta accorciare il tempo insieme

Vivo sei giorni a settimana
uno lo tengo da parte
per quando saremo vecchi

 

© Inedito di Francesco Zani

Rosita Copioli

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Notte preziosa più dell’ebano

Questa notte, notte di delizia solitaria,
notte preziosa più dell’ebano,
profumata, questa notte ero tutta presa
e pure espansa, dentro il tuo abbraccio.
Mi aveva avvolta la nube della proprietà.
Io ero tornata. Il mio corpo era tornato
al suo corpo. L’appartenenza e la proprietà
erano sanciti di nuovo.
Mi sono resa conto di nuovo, di notte,
cosa vuol dire appartenenza e proprietà.
Se sei lontano, da tempo, credi
di mantenere. Solo il mistico mantiene
la realtà. Finché non lo diventi,
tu la devi avere nel corpo. Capisci
cosa è di diverso la lontananza
da quella presenza che hai in te.
E allora capisci
quanto è preziosa la presenza
oltre la presenza, quanto sei prezioso tu
in ogni goccia di tempo di presenza.

 

Le acque della mente (Mondadori, 2016)

© Foto di Flavio Marchetti

Ivonne Mussoni

mussoni
Mi è sembrato di vederti
quella volta che il vento ha alzato
come una risata le tende della casa,
pareva la tua mano a fare luce
ma tu torni sempre e non rimani,
non sai nasconderti e giocare
dire che no, non sei mai uscito dalla porta.

Non è tuo il respiro della gente
ch’è felice, quel rumore di stoviglie
di vino nei bicchieri.
Il tuo è una ciurma che ride in mare aperto,
da quel punto il vento fa dolore,
fa dolore il cielo come una colpa che spaventa
a dire che questo, anche questo essere soli
è sostanza universale.
E non è tua la fame, l’abbandono
non sono tuoi i diluvi,
gli sbagli, le cadute della terra
ma sei ad ogni precipizio,
spalancato all’abisso delle facce stanche.

Se non puoi stringerle
aprile bene queste mani
che diventino nido, approdo, radici.

 

© Inedito di Ivonne Mussoni

Isabella Leardini

leardini
Noi non siamo come tutte quelle cose
che nascono già doppie a coppie, a paia
come le scarpe che non sono senza l’altra.
Noi due assomigliamo a tutto quello
che il tempo fa giocare col destino.
Quando l’ultima tazzina ancora sana
e il piattino comprato chissà dove
arrivano uno sull’altro
nella strana inseparabile perfetta
abitudine che li mette insieme.
Ma tutti i cocci e le rotture mancate
i traslochi, le mani dei bambini
alla fine non esistono più
loro stanno nel cuore di ogni giorno.
Bellezza inimitabile e bizzarra
di tutte le coppie imprevedibili
che non assomigliano a nessuna cosa
pensata semplicemente insieme.
Come si svela un giorno dopo l’altro
il senso di ogni cosa perduta
nel colpo da maestro che decide
la perfezione inaspettata che rimane.

 

© Inedito di Isabella Leardini

© Foto di Dino Ignani

Martina Abbondanza

abbondanza interno poesia

Stiamo come il glicine,
aggrappati ad una casa
che nessuno sa.

Non ho imparato a tremare
come si deve.

Io so il tuo fianco
andare via al mattino
tra i fiori finti nei vasi.

Certi amori devono stare
nel buio dei portici
ma poi ritornano,
senza stagioni.

 

Il giorno tutto (Ladolfi, 2016)

Gabriele Belletti

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Dina
li sente pulsare
i corpi dei ricordi:

il campanello di casa,
l’abbaiare del cane
prima di uscire,
una sera d’estate
prima di partire,
l’odore dell’abbraccio
della madre Michela,
il volto della maestra
delle elementari
tornata al Nord
in primavera.

Ma lei non uno
riconosce,
ci nuota attraverso
e qualche filamento
la intercetta.

Poveretta
si emoziona
per qualcosa che
sente

ma costretta è
a riconoscere
solo poco più
di niente.

 

Krill (Marcos y Marcos, 2015)

Ennio Cavalli

ennio_cavalli

 

Lettera a un poliziotto

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di essere un po’ troppo
per i tuoi gusti e pure per i suoi,
spari anche ai due vecchi
che da giovani lo misero insieme,
in una notte di lampi e scosse,
così come i tuoi sottoscrissero te,
sull’altro fronte delle diplomazie.

Spari alla levatrice che aiutò i pompieri
a spegnere le doglie
di tua madre e della sua,
lavoro sprecato
teatrino screanzato
sapori entrati in bocca
e là rimasti.

E i pellegrini di mezzo mondo,
che chiedono la grazia
il giorno dell’Udienza?
Una benedizione di pallottole
sfoltirà i Vangeli.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se fai fuori un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di non avere un lavoro,
neanche una carta per mettersi in fila,
fai fuori maestri e maestranze.
Anche tu, come noi, qualcosa hai ereditato
da scuole, botteghe, oratori, osterie.
Fai fuori i tuoi colleghi in divisa,
colleghi e colleghe in servizio
permanente proficuo
e chi un lavoro te l’ha dato,
mentre piove sul bagnato
di curricula al macero
e i disoccupati occupano il web
dei terremotati.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di frequentare tipi strani,
tipi come lui,
non dire che un’arma
salva la decenza
e a volte anche la pelle,
che premendo il grilletto
si va in pari, al ritmo
della ballata dei malcapitati,
dei malcapitati mescolati.

La coscienza pulita è un poligono ingenuo,
senza sagome e sbirri.
Un colpo d’occhio
dall’oasi che siamo
alla veduta d’insieme.
Destrezza non ebbrezza.
La salvezza di tutti ha una madre
certa e rivoluzionaria:
la salvezza di ciascuno.
E la salvezza di ciascuno
non è l’isola di Robinson,
ma garanzia e buon uso di carta copiativa,
grandangolo sul particolare.
Dunque metti nel mirino l’infinito
e infilati in quel posto
la santabarbara delle tue licenze.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
lui col vizio di fare un po’ il gradasso
tu con la scusa di essere stato provocato
e mai prosciolto,
la prossima volta
spara in bocca all’imprudenza,
all’impazienza, all’obbedienza,
se questo è il punto.

Spògliati della divisa sotto la minaccia
di uno sgambetto,
rivendila al mercato dei peli sullo stomaco,
alla confraternita degli scortichini,
degli scalzacani,
tra gli sguardi a presa rapida di chi approva.
Torna nudo al Comando, in servizio,
sulla Pantera di un’altra era.

Ma siccome sappiamo
che uccidi per sbaglio,
inciampando sul più bello
e il colpo parte accidentalmente,
come niente,
dal mittente a spalle sconosciute
dal mittente a facce già pestate,
quanto detto valga almeno
per i comuni mortali,
per i comuni assassini,
per chi ammazza donne, cristiani e bambini,
bambini, donne e altri assassini
in pace, in guerra, in ogni terra.

Dal mio pulpito di carta straccia
offro a tutti un caffè, un Crodino,
ma chiedo un cucchiaino di attenzione,
per la conclusione.
Chi spera non spara.
Chi spara, punti a un cambio di filiera,
di carriera. Prima di sera.

 

La più bella poesia del libro e altre anomalie (Nino Aragno, 2015)

Foto di Dino Ignani

Mariangela Gualtieri

MariangelaGualtieri

 

Preghiera a sua madre perché muoia

Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.

Gesù non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi più le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipì – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi così spesso da quel tuo vacillare.

Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura più grande.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

 

Le giovani parole (Einaudi, 2015)

Elio Pagliarani

elio-pagliarani

 

 

 

 

 

 

 

 

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d’amore è adattamento,
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostro uomo-donna
non solo all’ombra dei parchi
l’imparo ora, forse.

Oh, ma scompagina come il vento
freddo di viale Piave i giorno scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo fusto flessibile
e scontroso.
Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per tua capacità di comprenderlo
come sia immane il mio bisogno d’amore.

 

Tutte le poesie. 1946-2005 (Garzanti, 2006)da Tutte le poesie. 1946-2005 (Garzanti, 2006)

Foto di Dino Ignani