Andrea Donaera

andrea-donaera
C’è rifugio nel misticismo grezzo
che suscita il tramonto. Tramortito
vi lascio tutto – e questo sa di fine –
vecchi alle panchine di Piazza Candia,
bimbi aspiranti Del Piero giù al porto,
e pensionati all’ombra delle chiese.
Lascio il giallastro della Cattedrale,
la sabbia sporca della Purità,
e lo sgretolarsi delle fontane.
L’ideale dell’olio buono, lascio,
dei calamari ripieni, dei gamberi.
Questo nostro rifugio. Questo nostro
amarci di pietra e terra. Gallipoli,
cara, quanto sai di fine, così
simile a una Madonna che mai
appare.

 

Occhi rossi (‘Round midnight, 2015)

Carla Saracino

saracino

Riuscire a intendere nel neon
d’una vetrina di oggetti kitsch
il simulacro delle proprie idee
e costruirlo sommamente lì,
nell’astuzia d’un semi–commercio.

Sentire che in una sera tutte le altre
non è il passato che le richiama
ma il presente.

Avere come esempio la pagina
nei suoi universi per idolatri
scorrere l’indice sul tratto nero
e fiutare del segno il mantello
che piantò una mano materna
nell’orto della fine dell’infanzia.

Non saper decidere se vivere di
stenti o morire per la fame. E in tutto
questo, far passare della vita
il primo capoverso su un rigo contrario.

Finire sconsideratamente a cenare
in un paese.

 

Il chiarore (LietoColle, 2013)

Salvatore Ritrovato

salvatore-ritrovato
Sognando Omero

«Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.» (Qohelet)

Omero spense la luce perché pensava:
il buio cancellerà ogni sogno.
Gli eroi, gli errori di quel poema troppo lungo
i discorsi che per abitudine o inerzia
salgono alle labbra degli oratori, tutto cancellato.
E gli dei che puntano sui match e truccano la partita.
La rivolta di Tersite contro ogni certezza.
Anche il bacio di Achille e Patroclo
e il pianto di Briseide spariranno all’alba.

Lo incontrai il giorno dopo che se ne andava
ripetendo (ma con calma): cosa ho fatto?
e fra sé: chiedetemi ancora un verso!
La sua voce appena si sente, freme un po’, si spezza.
Il tempo è come il mare, mi ha detto,
quando passa sulla sabbia:
all’inizio è solo una macchia, poi ha fretta.

 

Radure e fughe. Poesie 1989-2015 (Arcipelago Itaca, 2016)

Claudio Damiani

damiani ignani

E mettiamo invece che abbiano ragione quelli che dicono che dopo la morte, per chi muore, non c’è niente. Visto che la morte non è qualcosa di casuale piovutoci da un cielo distratto, ma è necessaria all’evoluzione, anzi tutt’uno con essa, poiché per evolvere ci vogliono sempre nuovi individui, e devono morire i vecchi, allora è indubitabile anche questo: che in quanto preciso, unico elemento della macchina evolutiva, in quanto attore dell’evoluzione, l’individuo viene a essere come un organo di un organismo, come l’elemento di un composto, e dunque a partecipare con la sua piccola vita, della grande vita. Ecco allora che dire “dopo la morte non c’è niente” viene a essere qualcosa di insufficiente, e un po’ in malafede anche. L’individuo che nasce e muore, è come se avesse incisa, in una sua medaglietta, una particolare entità matematica, che significa una identità identica solo a sé, come un certo preciso numero, quello e non altro, e proprio per questo, cioè essere un preciso numero, dà a lui l’appartenenza a tutta la realtà dei numeri, l’essere lui anello di una grande catena, significa che se non ci fosse, la catena si spezzerebbe, e sprofonderebbe nell’abisso.

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Biagio Lieti

biagio-lieti-interno-poesia
Mi dico che è solo un altro tempo nascosto,
un andamento ripreso dal sottosuolo. L’indizio che segue
non è più così vivo. L’ora che lampeggia nel display
accorcia di un niente il buio, complica alcune prove scontate:
come sembrano le linee del letto, il pentagono inarcato di sporcizia
tra le gambe della sedia. Mi scopre fermo la pausa incisa
nel rapido calore dei led, la presa accanto alla scarpiera
ha ripreso a funzionare con un forte vento. È la traccia che sfugge di ciò
che può esistere senza movimenti. Confusa la posizione dei nomi.

 

Non trasmettono più le ore (Spagine, 2014)

© Foto di Savino Carbone

Claudio Damiani

claudio-damiani

Era da poco morta mia madre che vidi un ragnetto sul vetro di una finestra, camminava piano tutto solo e tranquillo e ho pensato che anche lui avrebbe avuto la sua morte come mia madre, e che ognuno ha una sua specifica e speciale morte, come la nascita e come tutta la vita. E poi ho pensato (ma devi partire dal fatto che esistono numeri molto piccoli, tu non mi chiedere ora quanto piccoli, ma così come riesci a pensare a un numero che per scriverlo ti serve uno spazio da qui alla luna, così puoi pensare a un numero talmente piccolo che abbisogni dello stesso spazio per scrivere tanti zeri)… e così insomma riprendendo il discorso ho pensato che niente è niente, ma tutti che sono stati non sono stati invano, tutti, per quanto piccoli, hanno messo qualcosa, anche se l’universo fosse infinito, lo stesso ognuno metterebbe una goccia che fa traboccare il vaso (infatti se tu all’oceano aggiungi una goccia, l’oceano non è più lo stesso). Ora tu dirai: com’è che alcuni mettono tantissimo? Non è una sproporzione?
No, perché quelli che mettono tanto mettono qualcosa che c’è già, non inventano, scoprono. La Passione secondo Matteo di Bach e E=mc2 sono già in natura. Se un extraterrestre potesse ascoltare Bach, sarebbe per lui un miracolo di bellezza. Starebbe anche lui camminando tutto solo su un vetro, e gli apparirebbe questa musica.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Vanna Carlucci

vanna carlucci interno poesia

Io so di poterlo accettare il vuoto,
quest’assenza tutto intorno:
dalla corteccia cariata dal tempo
alla foglia che mi circonda,
l’artiglio della parola:
questo bisturi selvatico che mi contiene
lingue mute del verso
sul pulsare del cielo
con la sua bocca sporta al sole
come un Dio tornato pieno di parole.
È salvezza
questa bestia che mi compete
bagnata di midollo,
sfinito dal grido mortale
di seni vigili alla preghiera
di boschi gonfi di respiro
per un universo addosso
la perla nell’occhio.

 

© Inedito di Vanna Carlucci

Vittorio Bodini

bodini

Quando tornai al mio paese nel Sud,
dove ogni cosa, ogni attimo del passato
somiglia a quei terribili polsi di morti
che ogni volta rispuntano dalle zolle
e stancano le pale eternamente implacati,
compresi allora perché ti dovevo perdere:
qui s’era fatto il mio volto, lontano da te,
e il tuo, in altri paesi a cui non posso pensare.

Quando tornai al mio paese del Sud,
io mi sentivo morire.

 

Tutte le poesie (Controluce, 2015)

Anita Piscazzi

piscazzi
Di notte quando dormi
sento distaccarsi i gomiti lontano
dalla curva del ginocchio.

Il tuo respiro pesante, affannoso
porta in sé la fatica delle parole
quelle che dici di giorno.

Affondo quello che posso nel
velluto dei tuoi peli
fronte, naso, bocca, dita.

Di tutto ciò che è
lo avverti solo nel corpo
lo succhi cogli occhi.

Non dissi una parola
vegliai tutta la notte
appiccicata al sudore poroso.

Vivrò a lungo, tanto a lungo
da conservare il ricordo
di quel confine d’intimità

che solo gli uomini hanno
e nel risveglio al fresco dell’alba
andare, andare forte verso maggio.

Accostarmi all’eco delle tue mani
e dirti: “non posso chiamarti!”
nessuno lo saprà solo il mio quaderno.

E cercherò un’altra età, tirerò a sorte
la vita e chiamerò tormento solo
ciò che non ho cantato.

 

© Inedito di Anita Piscazzi

Claudio Damiani

damiani ignani

Camminavamo per questa strada
in mezzo ai fiori
e ogni tanto ci baciavamo,
tu eri molto contenta dei fiori
e delle siepi, e accarezzavi le api
e eri sorpresa delle lucertole,
l’aria era bianca e fina, e tu la respiravi
io la respiravo nella tua bocca
e la espiravo, e il sole in alto brillava
e diffondeva la sua luce su tutto.
Più bianchi erano i tuoi piedi
dei colombi che si posavano
sui rami alti dei pini.

 

 

© Inedito da Endimione

© Foto di Dino Ignani