Ilaria Caffio


Quando mi tenevi ferita
infinita debitrice nella lirica minore
scalza danzatrice smaniosa come sai
mi facevi piaga del tuo cordone
somma altissima di un massacro a cielo aperto
e all’ultima indulgenza
nei recinti solitari
altissima gratitudine.
Il baratto è resa d’amore
guerra con la clava delle parole-
in tutta la mia composizione
in tutta la mia creazione
scucita in cenere
venivo al mondo dal tuo grano
verticale balbettavo dal guscio il tuo nome
la materica fonte
che a sud in luce sommerge il mio dire.

 

Congiungimento (Spagine, 2017)

Matteo Greco


Canzune de l’amore rraggiatu

Tania n’amore e l’aggiu persu.
Ha d’essere successu nu marisciu
sutta nu velu de risate
nu giurnu ca sctia bella scuscitata
o na notte, chianu chianu
m’aggiu fatta picca a picca scanusciuta.

Amore beddhu ca no stai chiù annanzi,
tie moi m’ha’ capire
se t’aggiu spriculatu ntr’i frantoi
se t’aggiu sbattutu susu l’aiare
se t’aggiu scannatu intra li curtii.
Tie lu sai, puru ca no tu pozzu dire:
ogni casctignata
è sutta sutta na benedizione
ognu frustata de lu mare ntra lu pettu
è alla n ne na carizza,
e non è pe punizione
ogni tronu ca cade sulla terra:
è
nu schiantu de scinucchie
nu scarrare de case ntra lu core.
Ulìa te nchianu susu, amore
e t’aggiu sotterrare,
ulìa te baciu
e t’aggiu fare guerra.

 

*

 

Canzone dell’amore adirato

Avevo un amore e l’ho perso.
Deve essere successo un pomeriggio
sotto un velo di risate
un giorno in cui ero bella rilassata
o una notte, piano piano
mi sono fatta poco a poco sconosciuta.

Amore bello che non mi stai più davanti
tu adesso mi devi capire
se ti ho sbriciolato nei frantoi
se ti ho sbattuto sulle aie
se ti ho sgozzato nei cortili.
Tu lo sai, anche se non te lo posso dire:
ogni bestemmia
è sotto sotto una benedizione
ogni frustata del mare nel petto
è alla n ne una carezza
e non è per punizione
ogni tuono che cade sulla terra:
è
uno schianto di ginocchia
un crollare di case dentro al cuore.
Vorrei salirti addosso, amore
e ti devo sotterrare
ti vorrei baciare
e devo farti guerra.

 

Da grande voglio fare il Meridione (CartaCanta, 2016)

Claudio Damiani

claudio-damiani
Altri attraversano l’oceano in solitaria
su piccole barche, altri volano su parapendii
o si gettano con paracadute da altezze stratosferiche,
io sono contento dei boschi del Soratte
davanti casa, e del Lucretile amato
dove un lupo incontrò Orazio e evitò di assalirlo,
ciò che mi è caro è camminare fra gli alberi
e sentire le loro voci e esser visto da loro
e salutato, e non mi è caro dirlo
ai quattro venti, ma tenermelo per me,
quando, seduti a un tavolo, ognuno narra i suoi viaggi
in terre esotiche, m’è caro tacere
tuttalpiù riferire che io quasi
non mi sono mai allontanato dalla mia terra,
l’ho camminata in lungo e in largo
e ogni giorno m’è nuova
ogni giorno mi sembra di non conoscerla,
di non amarla abbastanza.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

claudio-damiani
Ci dica, come fa a fare queste scarpe così belle?

– Ci dica, come fa a fare queste scarpe così belle?
– Mah, io sono un artigiano, lavoro. Vede io lavoro, non faccio altro che lavorare. La mattina mi alzo, e giù a lavorare. Vado avanti come un treno. Se mi fermassi, sarei come un treno fermo nella campagna. Potrei stare fermo un poco, ma ogni momento che passa è sempre più imbarazzante…
– Ma lei, per fare queste scarpe così belle, ha sicuramente capito qualcosa del mondo, e chi siamo noi, e perché siamo qui. Ce lo dica, la prego, ce lo dica.
– Mah vede, io non ho capito un bel niente. Io semplicemente lavoro. Gliel’ho già detto: mi alzo la mattina, e lavoro. Se mi fermassi, gliel’ho detto, sarebbe imbarazzante…

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

Claudia Di Palma

claudia di palma
La mia anarchia intima,
segreta, marginale. La mia
periferia nel centro, nel fondo di me.
Ti guardo con le mie case popolari,
i miei popoli scomparsi, con le vie
d’estinzione che mi compongono
e scompongono. Ignoto
è la parola d’ordine, e rischio.
Togliere la proprietà privata
dalle parole, occuparle, accarezzarle
come onde gravitazionali e
stropicciarle, scoperchiarle,
non metterle in nessuna teca
di vetro, in nessuna campana.

 

Altissima miseria (Musicaos, 2016)

Andrea Donaera

andrea-donaera
C’è rifugio nel misticismo grezzo
che suscita il tramonto. Tramortito
vi lascio tutto – e questo sa di fine –
vecchi alle panchine di Piazza Candia,
bimbi aspiranti Del Piero giù al porto,
e pensionati all’ombra delle chiese.
Lascio il giallastro della Cattedrale,
la sabbia sporca della Purità,
e lo sgretolarsi delle fontane.
L’ideale dell’olio buono, lascio,
dei calamari ripieni, dei gamberi.
Questo nostro rifugio. Questo nostro
amarci di pietra e terra. Gallipoli,
cara, quanto sai di fine, così
simile a una Madonna che mai
appare.

 

Occhi rossi (‘Round midnight, 2015)

Claudio Damiani

claudio-damiani
Sì, ho cercato

Sì, ho cercato
ma adesso vorrei vagare
solo vagare
senza cercare.
Si, qualcosa ho trovato
cioè non proprio trovato,
qualcosa m’è passato vicino,
girandomi ho visto la coda
ma non mi va di inseguirlo,
ecco, lasciamolo stare, lasciamolo correre
dove gli pare.
Adesso vorrei essere io
questa cosa che appare non vista,
vorrei essere io questa cosa che vaga
e che ti sfiora, ti passa accanto nel sonno
mentre dormi, mentre mangi, mentre leggi
ti passa accanto e ti accarezza
o ti dà un bacio veloce
tu non fai a tempo a accorgertene
che già non mi vedi più.

 

© Inedito da Endimione

© Foto di Roberto Vignoli

Carla Saracino

saracino

Riuscire a intendere nel neon
d’una vetrina di oggetti kitsch
il simulacro delle proprie idee
e costruirlo sommamente lì,
nell’astuzia d’un semi–commercio.

Sentire che in una sera tutte le altre
non è il passato che le richiama
ma il presente.

Avere come esempio la pagina
nei suoi universi per idolatri
scorrere l’indice sul tratto nero
e fiutare del segno il mantello
che piantò una mano materna
nell’orto della fine dell’infanzia.

Non saper decidere se vivere di
stenti o morire per la fame. E in tutto
questo, far passare della vita
il primo capoverso su un rigo contrario.

Finire sconsideratamente a cenare
in un paese.

 

Il chiarore (LietoColle, 2013)

Salvatore Ritrovato

salvatore-ritrovato
Sognando Omero

«Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.» (Qohelet)

Omero spense la luce perché pensava:
il buio cancellerà ogni sogno.
Gli eroi, gli errori di quel poema troppo lungo
i discorsi che per abitudine o inerzia
salgono alle labbra degli oratori, tutto cancellato.
E gli dei che puntano sui match e truccano la partita.
La rivolta di Tersite contro ogni certezza.
Anche il bacio di Achille e Patroclo
e il pianto di Briseide spariranno all’alba.

Lo incontrai il giorno dopo che se ne andava
ripetendo (ma con calma): cosa ho fatto?
e fra sé: chiedetemi ancora un verso!
La sua voce appena si sente, freme un po’, si spezza.
Il tempo è come il mare, mi ha detto,
quando passa sulla sabbia:
all’inizio è solo una macchia, poi ha fretta.

 

Radure e fughe. Poesie 1989-2015 (Arcipelago Itaca, 2016)

Claudio Damiani

damiani ignani

E mettiamo invece che abbiano ragione quelli che dicono che dopo la morte, per chi muore, non c’è niente. Visto che la morte non è qualcosa di casuale piovutoci da un cielo distratto, ma è necessaria all’evoluzione, anzi tutt’uno con essa, poiché per evolvere ci vogliono sempre nuovi individui, e devono morire i vecchi, allora è indubitabile anche questo: che in quanto preciso, unico elemento della macchina evolutiva, in quanto attore dell’evoluzione, l’individuo viene a essere come un organo di un organismo, come l’elemento di un composto, e dunque a partecipare con la sua piccola vita, della grande vita. Ecco allora che dire “dopo la morte non c’è niente” viene a essere qualcosa di insufficiente, e un po’ in malafede anche. L’individuo che nasce e muore, è come se avesse incisa, in una sua medaglietta, una particolare entità matematica, che significa una identità identica solo a sé, come un certo preciso numero, quello e non altro, e proprio per questo, cioè essere un preciso numero, dà a lui l’appartenenza a tutta la realtà dei numeri, l’essere lui anello di una grande catena, significa che se non ci fosse, la catena si spezzerebbe, e sprofonderebbe nell’abisso.

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

© Foto di Dino Ignani