Carlos de Oliveira

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Chiave

Se questa pellicola di vetro
aderisce alla pelle della pietra; se alcun
vento verrà.

Ne controlla lo splendore; martella,
ferisce: un suono di ferro
all’esterno; dentro
un’altra testura più spessa. Posa
come una vernice poi l’aria
soave la sua
lacca sullo smalto fratturato.

E allora si leva.
Minuziosamente. Si è alzato
l’alone
delle colline; la lenta bellezza
lievitata in ogni granello
di pietra. Irradiando le lance
che il brillio del vento
ha restituito alla luce; nel cerchio
più spesso dell’aria.

Girare la chiave della poesia
e chiuderci nel suo fulgore
al di sopra della valle glaciale. Rileggere
il freddo ricordato.

 

Rivista “Poesia”. Mensile internazionale di cultura poetica (N. 324, Marzo 2017) trad. it. G. Lanciani

Sophia de Mello Breyner Andresen

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Cicladi
(Evocando Fernando Pessoa)

 
La chiarità frontale del luogo mi impone la tua presenza
Il tuo nome emerge come se qui
Il negativo che fosti di te stesso si sviluppasse

Vivesti nel rovescio
Viaggiatore incessante dell’inverso
Esente da te stesso
Vedovo di te stesso
A Lisbona scenografia della vita
Ed eri l’inquilino di una stanza affittata sopra una latteria
L’impiegato competente di una ditta commerciale
Il frequentatore ironico delicato e cortese dei caffè della Baixa
Il visionario discreto dei caffè voltati verso il Tago

(Dove ancora sul marmo dei tavolini
Cerchiamo l’impronta fredda delle tue mani
– L’impercettibile diteggiare delle tue mani) –

Squartato dalle furie del non-vissuto
A margine di te degli altri e della vita
Aggiornasti tutti i tuoi quaderni
Con meticolosa esattezza disegnasti le carte
Delle multiple navigazioni della tua assenza –

Quel che non fu né fosti è stato detto
Come isola sorta sottovento
Con scandagli sonde astrolabi bussole
Procedesti al rilevamento dell’esilio
Nascesti dopo
E qualcuno aveva consumato in sé tutta la verità
La via delle Indie era già stata scoperta
Degli dèi solo restava
L’incerto trapassare
Nel mormorio e nell’odore dei paesaggi
E avevi molti visi
Perché non essendo nessuno dicessi tutto
Viaggiavi nel rovescio nell’inverso dell’avverso

Eppure ostinata io invoco – o diviso –
L’istante che ti unisse
E celebro il tuo arrivo alle isole dove giammai venisti

Questi sono gli arcipelaghi alla deriva lungo il tuo viso
Questi sono i rapidi delfini della tua allegria
Che gli dèi non ti diedero né volesti

Questo è il paese dove la carne delle statue come pioppi trema
Attraversata dal respirare lieve della luce
Qui brilla l’azzurro-respirazione delle cose
Sulle spiagge dove c’è uno specchio voltato verso il mare

Qui l’enigma che mi interroga da sempre
È più nudo e veemente e per questo ti invoco:

“Perché furono spezzati i tuoi gesti
Chi ti cinse di muri e di abissi
Chi versò a terra i tuoi segreti”

Ti invoco come se arrivassi su questa nave
E posassi i tuoi piedi sulle isole
E la loro eccessiva prossimità ti invadesse
come un viso amato sporto su di te

Nella canicola di questo luogo chiamo te
Che mettesti in letargo la tua vita come l’animale nella stagione avversa
Che ti volesti distante come chi davanti al quadro per meglio vedere arretra
E volesti la distanza che subisti

Ti chiamo – riunisco le macerie le rovine i pezzi –
Perché il mondo è schioccato come una cava
E a terra rotolano capitelli e bracci
Colonne divise schegge
E dell’anfora resta lo spargimento di cocci
Di fronte ai quali gli dèi si fanno estranei

Però qui le dee color di grano
Ergono la lunga arpa delle loro dita
E incantano il sole azzurro dove ti invoco
Dove invoco la parola impersonale della tua assenza

Potesse l’istante della festa rompere il tuo lutto
O vedovo di te stesso
E che essere e stare coincidessero
Nell’uno delle nozze

Come se la tua nave ti aspettasse a Thassos
Come se Penelope
Nelle sue alte stanze
Fra i suoi capelli ti filasse

 

Come un grido puro (Crocetti, 2013), trad. it. F. Bertolazzi

Camilo Pessanha

Camilo Pessanha

Statua

Sono stanco di sondare il tuo segreto:
nel tuo sguardo incolore, – freddo scalpello, –
ho spezzato il mio sguardo, dibattendolo,
come l’onda sulla cresta di uno scoglio.

Segreto di quest’anima, e mio esilio
e mia ossessione! Per berlo, sono venuto
a baciare le tue labbra, in un incubo,
lungo notti di sgomento, impaurito.

Ed il mio bacio, allucinato, ardente,
si raffreddò sul marmo irreprensibile
di quelle gelide labbra socchiuse…

Di quelle labbra marmoree, discrete,
severe come un sepolcro chiuso,
severe come l’abisso quieto del mare.

Clessidra (Einaudi, 2000), trad. it. B. Spaggiari

Alexandre O’Neill

Alexandre ONeill

 

Amico

Ci conosciamo da poco
inauguriamo la parola “amico”.

Amico è un sorriso
di bocca in bocca
uno sguardo pulito
una casa, anche modesta, che si offre
un cuore pronto a pulsare
nella nostra mano!

Amico (si ricordano, voi costì,
scrupolosi detriti?)
Amico è il contrario di nemico!

Amico è l’errore corretto,
non l’errore perseguitato, esplorato;
è la verità condivisa, praticata.

Amico è la solitudine sconfitta.

Amico è una grande impresa
un lavoro senza fine
uno spazio utile, un tempo fertile,
amico sarà una gran festa, lo è già.

 

da Portogallo, mio rimorso (Einaudi, 1966), trad. it. Joyce Lussu.

José Saramago

Jose_Saramago

 

 

 

 

 

 

 

 

Incidente stradale

Vago, segreto, estraneo e camuffato
nel solito viavai della città,
svolto angoli e mi fermo separato,
aspettando me stesso o la metà
che, ignara, è rimasta dall’altro lato.

E lettere bastarde metto a fianco
di tutti i cruciverba del giornale,
urlo un avvertimento, orripilato,
verso la luce rossa del semaforo
e tocco, come brace, il suol bagnato.

Resta indietro il mio abito stracciato,
che sanguina da squarci e cuciture,
di corsa arriva il sarto convocato,
mentre io nella mente me la rido,
vivo, segreto, estraneo e camuffato.

da Poesie (Einaudi, 2007), trad. it. Fernanda Toriello.