Franco Loi

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Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

 

*

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

 

Liber (Garzanti, 1988)

© Foto di Dino Ignani

Milo De Angelis

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Un secondo

Presa la vita, rallentato il tempo
con i gesti, tutto concordava:
cercavamo una fraternità
nell’ombra, dove l’esperienza non separa.
E quelle attese
come si accordavano bene
al buio del finestrino (“l’attimo
non ci lascerà più”).
Fingendoci veri
anche fuori, nelle strade, il resto
sarà credibile
e ora la tredicenne davanti alla scuola
ha una calza giù
conturbante, nel luogo incerto
dove tutto è meno meschino
di una fedeltà.
Correremo senza domande. Dopo i semafori
c’è la grande calma
del delta, il fiume pacificato nelle paludi
allontanato il padrone, per un secondo.
(“Guai se vivrete. Dovete capire, in mezzo alle cose
introvabili, sbriciolare un tempo
che egualmente passa senza di voi”)
(“L’arcipelago
che vi apparirà ogni notte
è il perduto
e non si può vivere al confine.
Guardarlo è vederlo da fuori. Ma entrarci
è non poterne più uscire”).

 

Somiglianze (Guanda, 1976)

Alda Merini

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L’amore,
quello che io cerco
non è certo dentro il tuo corpo
che adagi su donne facili
senza alcuno spessore.
L’amore quello che voglio io
è la costante presenza
è l’occhio vigile del padrone
che arde del suo cavallo.
Così ho cavalcato cavalli d’ombra
e gli altri che mi hanno
visto correre senza briglie
mi hanno considerato pazza.
In effetti una donna che vive sola
senza uno scudo istoriato
senza una storia di bimbi
non è né madre né donna
ma un ibrido nome che viene
stampato in calce alla tua pagina.

 

Clinica dell’abbandono (Einaudi, 2004)

Maria Grazia Calandrone

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Niente come le mani
parla Rosa Della Corte, incriminata dell’uccisione del fidanzato Salvatore Pollasto

 

Vidi dalla sua macchina la sua mano come la conoscevo – ma bianca
di vita vegetale.
Vidi il suo ultimo saluto alla terra. Contemporaneamente
vidi nei voli di quel primo mattino la tortuosa pazienza di una natura che non era stata montata
osso su osso per essere leggera, eppure
ha compreso il cielo.

Dopo, lui – la sua fascia di chiarore.
Dopo, lui – mero impasto di midolla.
La radiazione nera del suo corpo – il gorgo
del suo corpo – infettava l’aria
cristallina di aprile.

Ora sono una cupa necessità di ordine.
Ho riordinato tutti gli eventi materiali allo scopo di ritornare sola.
Cado nella mia festa. E il mondo è curvo sotto la pressione.

Come lasciano in sosta le giostre
hanno lasciato te, cosa che pure sembra respirare
davanti al mare e in me
ha iniziato a formare lacune
dalla mano, la stessa – ma bianca:
un ponte vuoto tra l’apparenza del mio corpo
(perché non è più vero che io viva) e te, che sei stato anzitempo
terminato. Ma c’è un niente premuto sul tuo volto
e questo niente sono le mie mani.

 

Roma, 8 ottobre 2009

 

Gli scomparsi (LietoColle, 2016)

Mia Lecomte

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Matrimoniale

Ho confidato all’uomo che non c’era
questo letto è troppo grande per me sola

Fu quando l’ennesima città
ricominciò a morirmi attorno
che presi come pretesto la misura
per via del fatto che l’amore
da me non può mai essere detto

Ad ogni colpo della nuova alba
di sotto rovesciano immondizia
finché il mattino
incontro a noi più forte

non osi la luce separare
ciò che il mio grande vuoto ha unito

 

Al museo delle relazioni interrotte (LietoColle, 2016)

© Foto di Enzo Cei

Giovanni Raboni

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Stanco della vita, io? Non scherziamo.
Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
tutte le sue insegne,se non c’è amo
al quale non abbocchi! Semmai è ora

d’accennare, questo sì, a qualche addio,
cominciare a spegnere le candele
e chiudere gli spartiti, un leggio
per volta fino all’ultimo, al più fedele

degli strumenti… Quale? La memoria
sussurra i due violini, il cuore un flauto
o il tuo silenzio – ma io so che una storia
si fa da sola, e che è empio o almeno incauto

scriversi il finale. Basti l’atroce
strozzarsi in gola, vero, della voce.

 

 

da Quare tristis (Mondadori, 1998)

© Foto di Carla Cerati

Maria Grazia Calandrone

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mentre mi abbandonavi
la volpe
faceva la sua tana
nel calco della bella testa pensante
sul cuscino
immobile

un odore selvatico di bestia
si mescolava
all’odore domestico dei tuoi capelli

una forma fulva
inaddomesticabile nidificava
nel nero assoluto dei tuoi capelli

addomesticami
dicevi
addomesticami

mentre mi abbandonavi
la bestia abbandonava il suo peso invernale
dov’è colato il miele
dell’ultimo bacio

intorno, tutto il giardino
si rinnovava
e gli uccelli beccavano i frutti in abbandono

eccomi. sono tornata
in luogo della bestia

per tenere pulita la casa
della gioia

 

21 luglio 2015

 

© Inedito da Giardino della gioia

© Foto di Dino Ignani

Anna Maria Carpi

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IO NON VOLEVO AMARE,
diventare
una piccola istanza ebbra, tenere stoffa
che un uomo tiene in una sola mano
e al primo abbraccio le sgualcisce il cuore.

No, non abbracci
mi figuravo.
Siediti sull’orlo del mio letto,
affetto venuto da lontano,
guardami senza mai stancarti,
come se fuori non fosse
più che neve neve e silenzio
e non si potesse più uscire.

 

E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015 (Marcos y Marcos, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Michele Mari

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Arrivati a questo punto
dicesti
o si va oltre
o non ci si vede mai più

Non capivi che il bello era proprio quel punto
era rimanere
nel limbo delle cose sospese
nella tensione di un permanente principio
nel nascondiglio di una vita nell’altra

Così il mio contrappasso di pokerista
è stato perdere tutto
appena hai forzato la mano

 

Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007)

Giovanni Testori

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Ragazzo di Taino

II

Se ti vedrò sporgere
di là dal tuo silenzio
ora che mia madre lentamente muore,
non chiamerò più amore:
sudario forse della mia già iniziata
ultima stazione
anche se lunga o brevissima forse,
tenerezza scontrosa mia carissima
-ora che lei distesa guarda
per l’ultime volte i muri
e oltre la finestra il mondo
e chiedere sembra
cosa siano i giorni
e cosa mai lo spazio
tanto è passato in luce
il suo materno, umile strazio-
ti dirò di sederti a me vicino
e non chiedere, no
non chiedere niente, cuore.
La tua pupilla lascerà che si sciolga
dentro il suo negro ardore
il mio smarrito, povero dolore.

 

Poesie 1965-1993 (Mondadori, 2012)