Michele Mari


Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.

Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante

 

Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007)

Emilio Villa

Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California…

…A nivale di nebbie dei re longobardi,
si partiva per le cene, con le torce,
coi letti arrugginiti, sulle spalle,
a fare una pasqua, per i morti,
senza fine. Poi tramontava il giùbilo
di pentecoste, a picco
sopra il torrente del mio paese, o giovane Strona:
grigia, quanto la tunica dei giorni:
le donne ci hanno vigilato
han volto, a capo in giù, le sacre torce.
Solo, tre becchi di lampada, a petrolio,
ancora rischiaravano gli àzimi,
che si doveva trangugiare nelle albe
del bene (e del male), sulle strade.
Ho preso, un giorno, lo stallo
nel coro, o cicale!, dei miei simboli benedetti:
dove a scorze d’alberi, mangiati dalla folgore,
le foglie fuggite cantavano le antifone:
“Alza ferro contro il tuo petto!
perché si sappia, fin dall’inverno,
se tu sei arido o fertile: e chi ti salverà dai gesti futuri?”
“Non mettere il tuo cuore sulla vigna di Sirtori o di Somma,
sulla vigna d’Appiano o di Missaglia:
perché il vendemmiatore bagna il pane
dentro la secchia dell’aceto”.
“Colui che implora, a ogni mattino,
la sapienza dagli àcini dell’uva,
saprà incendiar tutte le vigne
nel giorno dell’addio…”.

 

L’opera poetica (L’orma, 2014)

Chandra Livia Candiani


Siamo nuvole
i nomi complicano la tessitura
ma siamo nuvole,
notturne mattiniere
dipende,
oltraggiose spaurite
candide sprezzanti,
cavalieri e cavalcature
bastimenti e animali
siamo pronte
a dissolverci con fierezza
in quel tutto pacatissimo
del cielo ultimo
che ci affida il mondo.
Siamo nuvole
cambiamo vita di frequente
lì, sopra il disordine della realtà
il fondo
sereno delle cose,
la pioggia
la sete.

 

Fatti vivo (Einaudi, 2017)

Giorgio Manganelli

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

 

Poesie (Crocetti, 2006)

Franco Loi

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Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

 

*

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

 

Liber (Garzanti, 1988)

© Foto di Dino Ignani

Milo De Angelis

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Un secondo

Presa la vita, rallentato il tempo
con i gesti, tutto concordava:
cercavamo una fraternità
nell’ombra, dove l’esperienza non separa.
E quelle attese
come si accordavano bene
al buio del finestrino (“l’attimo
non ci lascerà più”).
Fingendoci veri
anche fuori, nelle strade, il resto
sarà credibile
e ora la tredicenne davanti alla scuola
ha una calza giù
conturbante, nel luogo incerto
dove tutto è meno meschino
di una fedeltà.
Correremo senza domande. Dopo i semafori
c’è la grande calma
del delta, il fiume pacificato nelle paludi
allontanato il padrone, per un secondo.
(“Guai se vivrete. Dovete capire, in mezzo alle cose
introvabili, sbriciolare un tempo
che egualmente passa senza di voi”)
(“L’arcipelago
che vi apparirà ogni notte
è il perduto
e non si può vivere al confine.
Guardarlo è vederlo da fuori. Ma entrarci
è non poterne più uscire”).

 

Somiglianze (Guanda, 1976)

Alda Merini

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L’amore,
quello che io cerco
non è certo dentro il tuo corpo
che adagi su donne facili
senza alcuno spessore.
L’amore quello che voglio io
è la costante presenza
è l’occhio vigile del padrone
che arde del suo cavallo.
Così ho cavalcato cavalli d’ombra
e gli altri che mi hanno
visto correre senza briglie
mi hanno considerato pazza.
In effetti una donna che vive sola
senza uno scudo istoriato
senza una storia di bimbi
non è né madre né donna
ma un ibrido nome che viene
stampato in calce alla tua pagina.

 

Clinica dell’abbandono (Einaudi, 2004)

Maria Grazia Calandrone

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Niente come le mani
parla Rosa Della Corte, incriminata dell’uccisione del fidanzato Salvatore Pollasto

 

Vidi dalla sua macchina la sua mano come la conoscevo – ma bianca
di vita vegetale.
Vidi il suo ultimo saluto alla terra. Contemporaneamente
vidi nei voli di quel primo mattino la tortuosa pazienza di una natura che non era stata montata
osso su osso per essere leggera, eppure
ha compreso il cielo.

Dopo, lui – la sua fascia di chiarore.
Dopo, lui – mero impasto di midolla.
La radiazione nera del suo corpo – il gorgo
del suo corpo – infettava l’aria
cristallina di aprile.

Ora sono una cupa necessità di ordine.
Ho riordinato tutti gli eventi materiali allo scopo di ritornare sola.
Cado nella mia festa. E il mondo è curvo sotto la pressione.

Come lasciano in sosta le giostre
hanno lasciato te, cosa che pure sembra respirare
davanti al mare e in me
ha iniziato a formare lacune
dalla mano, la stessa – ma bianca:
un ponte vuoto tra l’apparenza del mio corpo
(perché non è più vero che io viva) e te, che sei stato anzitempo
terminato. Ma c’è un niente premuto sul tuo volto
e questo niente sono le mie mani.

 

Roma, 8 ottobre 2009

 

Gli scomparsi (LietoColle, 2016)

Mia Lecomte

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Matrimoniale

Ho confidato all’uomo che non c’era
questo letto è troppo grande per me sola

Fu quando l’ennesima città
ricominciò a morirmi attorno
che presi come pretesto la misura
per via del fatto che l’amore
da me non può mai essere detto

Ad ogni colpo della nuova alba
di sotto rovesciano immondizia
finché il mattino
incontro a noi più forte

non osi la luce separare
ciò che il mio grande vuoto ha unito

 

Al museo delle relazioni interrotte (LietoColle, 2016)

© Foto di Enzo Cei

Giovanni Raboni

raboni

Stanco della vita, io? Non scherziamo.
Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
tutte le sue insegne,se non c’è amo
al quale non abbocchi! Semmai è ora

d’accennare, questo sì, a qualche addio,
cominciare a spegnere le candele
e chiudere gli spartiti, un leggio
per volta fino all’ultimo, al più fedele

degli strumenti… Quale? La memoria
sussurra i due violini, il cuore un flauto
o il tuo silenzio – ma io so che una storia
si fa da sola, e che è empio o almeno incauto

scriversi il finale. Basti l’atroce
strozzarsi in gola, vero, della voce.

 

 

da Quare tristis (Mondadori, 1998)

© Foto di Carla Cerati