Massimo Gezzi

gezzi

Discorso ai nuovi vicini

Difendere un perimetro di luci:
qui il muro, lì un tavolo disegnato
contro il bianco, delle tende, il bagliore
intermittente del televisore che le incanta
e le rende vive. Dentro storie semplici,
né colpevoli né innocenti: il termometro
per la febbre, un quadro, uno sguardo
che rade il buio e si consuma nell’attesa.
Chi abbia ragione e chi abbia torto non lo dicono
le case. Eppure tutti, appesi al vostro vuoto
che un passato di generazioni riempie sempre
di un senso, scambiate una parola con il monte
che incombe e guarda il lago come un angelo
di terracotta veglia una casa: senza vederla.
Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.

 

Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Giacomo Leopardi

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Ultimo canto di Saffo

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
Quando per l’etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de’ Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l’empia
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L’aprico margo, e dall’eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De’ colorati augelli, e non de’ faggi
Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl’inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l’odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell’indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D’implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl’inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l’atra notte, e la silente riva.

 

Canti (Garzanti, 2007)

Franca Mancinelli

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Nel giardino, vicino al pozzo di mattoni, un gomito di acciaio emerge dalla terra. Lì si congiunge un tubo di plastica che striscia sull’erba fino a raggiungere l’orto. La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Frutti sempre più piccoli di quelli che si aspetta riempiono ogni tanto le sue mani e un canestro sporco sulla credenza. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso dell’acqua si perde, crescono erbe dure da estirpare, infestanti dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso, cibo per gli uccelli. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Francesco Accattoli

foto accattoli Vito Panico

Nessuno si dimentica di noi
e una lampada arde elettrica
sui muscoli delle pareti
le carte gli intonaci morti
qualunque cosa viva
l’incarnato di un cono di luce.
Vedersi che è già mattino
salire sul peso dei tram, a questo
allude ogni tragitto che
precorre l’istinto.
Mi chiudo gli occhi perché
senza sarei lo stesso di quel momento
lo scoppio la resa la distrazione
un corpo involucro denso.

 

© Inedito di Francesco Accattoli

Franca Mancinelli

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Ci sorvegliano dalle soglie, un occhio socchiuso, l’altro dormiente. Conoscono i nostri tragitti. Sanno che torniamo all’ora dei pasti. Conoscono i nostri bisogni, le nostre debolezze diventate abitudini. Del nostro linguaggio comprendono il suono e l’intonazione di fondo. Dei nostri gesti comprendono tutto. Anche le intenzioni. Come portiamo loro la ciotola. Come può illuderci una carezza di averli avuti vicini.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Alfredo Giuliani

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Predilezioni

Accordo è la passione della mia ignoranza,
questo mondo lambito dai canili,
sesso d’un sogno, veramente s’umilia
in periferie ricciute e rosa,
puerilmente si macchia per capire l’ospitalità.

I torti sono tortosi, ma il nudo movimento
tenta di vivere la sua esistenza, il mimato dolore
è il sollievo che parla. Pure, il cuore si ghiaccia,
súbito è tempo per la rivoluzione delle pene.

L’anno licantropo ha dodici lune soltanto. La mia viltà
per la bellezza è incredibile, bisogno dell’ansia.
Perché fortuna e danno rapiscono la fiamma e
nella grigia ossea dignità non c’è che eleganza.

 

I novissimi. Poesie per gli anni ’60 (Einaudi, 1972)

© Foto di Dino Ignani

Franca Mancinelli

franca mancinelli

Per uscire da qui ci sono porte. Puoi vederne i contorni al crepuscolo o in certi giorni di sole e aria limpida. Ma il più delle volte si trovano tastando come ciechi le cose, i corpi. Senti il confine di una soglia, qualcosa che potrebbe cedere. Ma non accade. Resta questa percezione di qualcosa che c’era. Tutto è così murato o chiuso da lucchetti.

Siamo qui per uscire. Insieme o uno dopo l’altro dalla porta. È spalancata, siamo al varco. Mi porti in salvo per prima come sollevando la parte più fragile di te. Resisti nel tumulto. Ed eccoti sulla soglia, attraversato da scariche di luce chiara. Non hai più viso, sei fuori da ogni contorno. Soltanto luce chiara. Vorrei raccoglierti con le mani, contenerti mentre nasci, ma ti sprigioni, sei nella corrente prima che non si può toccare. Pura forza liberata che libera. Siamo salvi.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

franca mancinelli

 

Puoi disegnarmi come un pupazzo semplice. Al principio è un cerchio con dentro due punti e un taglio. Poi una linea che scende diritta fino ad aprirsi formando un triangolo isoscele. Dal cerchio un’altra linea, ma più breve e orizzontale. Sono questo con tutto il resto che puoi aggiungere di me, di te, del tempo trascorso insieme, di quello che abbiamo immaginato.
Con il tuo bene continui a tessere questo spazio, a portare dettagli e densità. Il tuo bene è un filo che si rigenera di continuo formando una ragnatela. Io sono avvolta lì, un po’ viva e un po’ morta. Ma se svolgessi il filo e tornassi a vedere troveresti una croce sormontata da un cerchio. Così sottile e lieve, tracciata sulla polvere. Basterebbe un tuo soffio per liberarmi.

Ma tu porti argilla. Aggiungi altra argilla dell’inizio del mondo. Vai verso i luoghi rotti e vuoti da riparare. Sei chiamato dagli spazi caldi, un manovale sudato che sorride del suo lavoro che crolla e si frantuma in sabbia sotto il sole cocente. Sorridi, ricomincia il tempo. Una tunica tiepida ti avvolge fino alle tempie, ti bagna i capelli, ti riporta in cucina, nella tinozza sul tavolo, tra le mani grandi di tua madre.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

FRANCA MANCINELLI

 

Acqua dove nuoti sola, una bracciata dopo l’altra. Breve sequenza di mare limpido, infranto solo dai tuoi gesti. A un tratto, di colpo, ti svegli. La scossa di terrore ti attraversa come una scarica elettrica di alta tensione. Hai sfiorato una grande medusa o un cumulo di rifiuti che galleggia. Ti fermi quel poco che basta perché l’allarme si plachi dentro le cellule. Non importa più distinguere la sostanza di questo corpo estraneo. Solo tornare a chiudere gli occhi nel mare, rientrare nei gesti, tracciare i tuoi cerchi che portano avanti.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

franca mancinelli

 

I piccoli gatti che hanno perso la madre hanno gli occhi chiusi. Sembrano ammalati. Se ne stanno accucciati in un angolo, aspettando che passi. O che ritorni lei, il suo calore, la sua lingua odorosa sul muso. Una mattina, nel sottopassaggio della stazione, ce n’era uno così, rifugiato nell’intercapedine tra il muro e le scale. Le sue palpebre sigillate sembravano ancora intuire le immagini. Bastò un po’ d’acqua tiepida come saliva per liberarle.

 

© Inedito di Franca Mancinelli