Umberto Piersanti


La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
così antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

 

Nel tempo che precede (Einaudi, 2002)

© Foto di Dino Ignani

Franca Mancinelli


Sei stanca. Stai facendo spuntare le gemme. Le scorze si frangono, non resistono più. Con gli occhi chiusi continui a lottare. La terra è una roccia, si sbriciola in ghiaia sottile. È una parete e una porta. Continua a dormire. Le foglie si parlano fraterne. Dal cuore alla cima della chioma, stanno iniziando una frase per te.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Alessandro Moscè


Stazione di Roma

L’ombra immobile di Roma Termini
dove i maghrebini fumano sigari
scorre nell’aldilà
e si sente la purezza
nelle facce occhialute di chi si affretta ai binari,
di chi si affaccia dal finestrino dell’Intercity
che sfila via indolente.
La messicana chiede l’elemosina al binario 6
e sui capelli corvini si posa una mosca
mentre l’abusivo vende giornali e fazzoletti
agli studenti che si accodano.
Nella metropolitana buia
ci sono amori da reinventare
in una routine che non è più
nel ritardo della Freccia Rossa,
nel canto di un barbone senza fiato,
nella morsa di un biglietto da timbrare

 

© Inedito di Alessandro Moscè

Francesco Scarabicchi


Mi condanna l’azzurro delle vene,
l’ombra lontana che non sa tornare,
le lettere del nome femminili.

Chissà dov’ero prima d’esser qui,
chissà chi ero prima d’esser te
che scivoli discreta da un foulard
e sei un numero civico, una via
del chiuso mondo che mi tiene fuori.


L’ora felice
(Donzelli, 2010)

© Foto di Dino Ignani

Franca Mancinelli


Te n’eri andata
nel fondo del respiro.

Franato dal mondo
il suo corpo di pietra premeva.
– La salvezza era una gabbia d’ossa.

Gira e rigira la chiave
inverte l’ordine di ogni parola
lega la testa ai piedi, in un gorgo
ti chiude gli occhi.

 

© Inedito da Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

Mancinelli-by Vito Panico
Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone che cade. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, il suo lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che finalmente ritorni. Disfi la valigia, ti scordi di partire.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Vito Panico

Franca Mancinelli

franca mancinelli ignani
Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio come un bambino, una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso, un’immediata mutazione del sangue. Nello stesso istante perdi anche le pinne, la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno educato, a cui ti adegui. Non resta che cercare il tuo abito. Quello che rende invisibili. Scivolare come un raggio, diritta, fino al calare della luce.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Laura Corraducci

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alla fine anche tu ci sei arrivato
a guardare il bicchiere dal suo fondo
a spegnere il telefono dentro la tasca
a scrostare tutti i muri per vedere
quali segreti possono nascondere
in mezzo al rosso spento de i mattoni
a cercarla nelle pagine dei libri
ad annusarla nell’aria della notte
a scoprirti felice su di un letto dove
le lenzuola sono barche per il mare
con un’unica vela che si spiega
a soli pochi centimetri dal collo

 

© Inedito di Laura Corraducci

Franca Mancinelli

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Un bicchiere d’acqua sul tavolo. Un bicchiere per nessuno, senza nessuno. Rimasto per caso quasi colmo dopo la cena, non vuotato. Eravamo limpidi e soli, con qualcosa che bruciava dentro. Un colore prima di un altro, e poi diversi, insieme, come in una rete che si muove, luminosa. Tante volte l’abbiamo inseguita. L’azzurro saliva dalle caviglie, fino a dove potevamo ancora parlare, lanciare un richiamo. Poi ci ha toccati. Si è immerso nell’acqua e immediatamente tutto ha avuto il suo oscuro richiamo che scende.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Nella notte ti veniva vicino un animale segnato dal suo peso, un animale strisciante sul pavimento. Alzava verso di te il suo umido muso di bestia irriconoscibile, senza altra forma che quella data dalle cose che sfiorava. Aveva un capo di sorgente, un capo di fiume che ti lambiva appena le gote del viso, cercandoti le labbra. Ciecamente, a tentoni, baciandoti ti avrebbe travolto nella sua piena, portandoti con sé attraverso strade deserte e campi mietuti, fino al mare. La mattina il letto era vuoto. Qualcosa nel tuo corpo si muoveva come un’acqua attraversata dalla corrente.

 

© Inedito di Franca Mancinelli