Alessandro Moscè


Stazione di Roma

L’ombra immobile di Roma Termini
dove i maghrebini fumano sigari
scorre nell’aldilà
e si sente la purezza
nelle facce occhialute di chi si affretta ai binari,
di chi si affaccia dal finestrino dell’Intercity
che sfila via indolente.
La messicana chiede l’elemosina al binario 6
e sui capelli corvini si posa una mosca
mentre l’abusivo vende giornali e fazzoletti
agli studenti che si accodano.
Nella metropolitana buia
ci sono amori da reinventare
in una routine che non è più
nel ritardo della Freccia Rossa,
nel canto di un barbone senza fiato,
nella morsa di un biglietto da timbrare

 

© Inedito di Alessandro Moscè

Francesco Scarabicchi


Mi condanna l’azzurro delle vene,
l’ombra lontana che non sa tornare,
le lettere del nome femminili.

Chissà dov’ero prima d’esser qui,
chissà chi ero prima d’esser te
che scivoli discreta da un foulard
e sei un numero civico, una via
del chiuso mondo che mi tiene fuori.


L’ora felice
(Donzelli, 2010)

© Foto di Dino Ignani

Franca Mancinelli


Te n’eri andata
nel fondo del respiro.

Franato dal mondo
il suo corpo di pietra premeva.
– La salvezza era una gabbia d’ossa.

Gira e rigira la chiave
inverte l’ordine di ogni parola
lega la testa ai piedi, in un gorgo
ti chiude gli occhi.

 

© Inedito da Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

Mancinelli-by Vito Panico
Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone che cade. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, il suo lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che finalmente ritorni. Disfi la valigia, ti scordi di partire.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Vito Panico

Franca Mancinelli

franca mancinelli ignani
Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio come un bambino, una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso, un’immediata mutazione del sangue. Nello stesso istante perdi anche le pinne, la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno educato, a cui ti adegui. Non resta che cercare il tuo abito. Quello che rende invisibili. Scivolare come un raggio, diritta, fino al calare della luce.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Laura Corraducci

laura-corraducci

alla fine anche tu ci sei arrivato
a guardare il bicchiere dal suo fondo
a spegnere il telefono dentro la tasca
a scrostare tutti i muri per vedere
quali segreti possono nascondere
in mezzo al rosso spento de i mattoni
a cercarla nelle pagine dei libri
ad annusarla nell’aria della notte
a scoprirti felice su di un letto dove
le lenzuola sono barche per il mare
con un’unica vela che si spiega
a soli pochi centimetri dal collo

 

© Inedito di Laura Corraducci

Franca Mancinelli

franca-mancinelli

Un bicchiere d’acqua sul tavolo. Un bicchiere per nessuno, senza nessuno. Rimasto per caso quasi colmo dopo la cena, non vuotato. Eravamo limpidi e soli, con qualcosa che bruciava dentro. Un colore prima di un altro, e poi diversi, insieme, come in una rete che si muove, luminosa. Tante volte l’abbiamo inseguita. L’azzurro saliva dalle caviglie, fino a dove potevamo ancora parlare, lanciare un richiamo. Poi ci ha toccati. Si è immerso nell’acqua e immediatamente tutto ha avuto il suo oscuro richiamo che scende.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

franca-mancinelli
Nella notte ti veniva vicino un animale segnato dal suo peso, un animale strisciante sul pavimento. Alzava verso di te il suo umido muso di bestia irriconoscibile, senza altra forma che quella data dalle cose che sfiorava. Aveva un capo di sorgente, un capo di fiume che ti lambiva appena le gote del viso, cercandoti le labbra. Ciecamente, a tentoni, baciandoti ti avrebbe travolto nella sua piena, portandoti con sé attraverso strade deserte e campi mietuti, fino al mare. La mattina il letto era vuoto. Qualcosa nel tuo corpo si muoveva come un’acqua attraversata dalla corrente.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Massimo Gezzi

gezzi

Discorso ai nuovi vicini

Difendere un perimetro di luci:
qui il muro, lì un tavolo disegnato
contro il bianco, delle tende, il bagliore
intermittente del televisore che le incanta
e le rende vive. Dentro storie semplici,
né colpevoli né innocenti: il termometro
per la febbre, un quadro, uno sguardo
che rade il buio e si consuma nell’attesa.
Chi abbia ragione e chi abbia torto non lo dicono
le case. Eppure tutti, appesi al vostro vuoto
che un passato di generazioni riempie sempre
di un senso, scambiate una parola con il monte
che incombe e guarda il lago come un angelo
di terracotta veglia una casa: senza vederla.
Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.

 

Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Giacomo Leopardi

leopardi
Ultimo canto di Saffo

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
Quando per l’etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de’ Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l’empia
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L’aprico margo, e dall’eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De’ colorati augelli, e non de’ faggi
Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl’inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l’odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell’indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D’implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl’inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l’atra notte, e la silente riva.

 

Canti (Garzanti, 2007)