Federica Volpe


Per te cambierei la mia geografia,
– un nome altro prenderebbero i ginocchi,
pulserebbero altri fiumi dalle tempie
ai calcagni, si muoverebbero le carni
come in danza a seguire i tuoi significanti
che tieni chiusi tra le labbra come un bacio – .
Cambierei anche di stagione, addosso
mi starebbe come l’abito di sposa
di tua madre, o come il canto
che ascoltavi da bambino e non capivi.
Cambierei anche di punto cardinale, sarò
est od ovest perché non importa
da che parte mi sorga il sole, ma
che sorga, e sarò nord o sud perché
non sono diversi nel seguire l’equatore.
Non che io non ami i luoghi, e i climi,
e le coordinate, e ciò che è mio:
vedi: sono il sostrato sotto i tuoi nomi,
i fossili antichi sotto le tue stagioni,
sono l’est che impara a tramontare il sole.
È ricchezza se mi ricopri di parole
nuove, come un corpo in amore,
se insieme facciamo di me un paese
rinato che ha lasciato ad altri le paure.

 

Parole per restare (Raffaelli, 2016)

Emilio Villa

Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California…

…A nivale di nebbie dei re longobardi,
si partiva per le cene, con le torce,
coi letti arrugginiti, sulle spalle,
a fare una pasqua, per i morti,
senza fine. Poi tramontava il giùbilo
di pentecoste, a picco
sopra il torrente del mio paese, o giovane Strona:
grigia, quanto la tunica dei giorni:
le donne ci hanno vigilato
han volto, a capo in giù, le sacre torce.
Solo, tre becchi di lampada, a petrolio,
ancora rischiaravano gli àzimi,
che si doveva trangugiare nelle albe
del bene (e del male), sulle strade.
Ho preso, un giorno, lo stallo
nel coro, o cicale!, dei miei simboli benedetti:
dove a scorze d’alberi, mangiati dalla folgore,
le foglie fuggite cantavano le antifone:
“Alza ferro contro il tuo petto!
perché si sappia, fin dall’inverno,
se tu sei arido o fertile: e chi ti salverà dai gesti futuri?”
“Non mettere il tuo cuore sulla vigna di Sirtori o di Somma,
sulla vigna d’Appiano o di Missaglia:
perché il vendemmiatore bagna il pane
dentro la secchia dell’aceto”.
“Colui che implora, a ogni mattino,
la sapienza dagli àcini dell’uva,
saprà incendiar tutte le vigne
nel giorno dell’addio…”.

 

L’opera poetica (L’orma, 2014)

Maria Grazia Calandrone


fototessera di Lucia Galante

sotto il vestito buono
preme l’esuberanza onesta della carne (tese
le cuciture sulle spalle)
ed è facile immaginare quel corpo
muoversi sotto il cielo vastissimo del grano di maggio,
stare nella compattezza
di un’esistenza sola
sotto il peso del cielo,
sentire il peso del cielo
e una valenza come di moltitudine che non va indagata
mamma, se dal centro del grano risale
lo stridore meccanico della tua morte
immatura come il grano di maggio
e perdonata
come si perdona un papavero
nella solitudine del grano,
come si perdona la vita
che non conosce altro che se stessa

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

© Foto di Dino Ignani

Giorgio Manganelli

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

 

Poesie (Crocetti, 2006)

Pierangela Rossi

pierangela rossi(il poeta) come tutti ha un corpo solo
fatuo o desolato traversato
dagli immensi meridiani
della terra, al centro un vuoto
esasperato nòcciolo di fuoco
turbamento eventuale, logo
del vulcano un tempo.
Attardato ai sensi da accordare
in sentimento o ciclo o pelle o anima

più non si sa dove, più non sa che le parole
sono così spesso carne.
(il poeta) è un corpo solo
arruffa speme
seme di inquietudini
dormienti il giorno
in un risveglio prossimo
all’assenza o confusione
di pensieri in tracce
(pensieri di pensieri)
(il poeta) è un corpo solo
inesatto nell’accento e di parole
trasformate ad arte più concreta
d’esser vivi- Quando scrive
ha un corpo imperfettamente teso
all’apparire del sovrasenso bisbigliato
povero, già destinato

sempre al limite riprendersi
quel tutto dato a incanto
dispiegata forma dell’ineguale
all’esercizio del nascondere
e parlare di tempo, di tempo, di tempo
di che tempo fa in questo esatto
punto del continente australe
arrovesciato svolto il corpo dell’attesa

 

Avventure di un corpoanima (puntoacapo, 2017)

Ada Negri

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Il dono

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: − È oggi −
ad ogni giorno che tramonta io dico:
− Sarà domani. − Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.

 

Poesie (Mondadori, 2002)

Milo De Angelis

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Un secondo

Presa la vita, rallentato il tempo
con i gesti, tutto concordava:
cercavamo una fraternità
nell’ombra, dove l’esperienza non separa.
E quelle attese
come si accordavano bene
al buio del finestrino (“l’attimo
non ci lascerà più”).
Fingendoci veri
anche fuori, nelle strade, il resto
sarà credibile
e ora la tredicenne davanti alla scuola
ha una calza giù
conturbante, nel luogo incerto
dove tutto è meno meschino
di una fedeltà.
Correremo senza domande. Dopo i semafori
c’è la grande calma
del delta, il fiume pacificato nelle paludi
allontanato il padrone, per un secondo.
(“Guai se vivrete. Dovete capire, in mezzo alle cose
introvabili, sbriciolare un tempo
che egualmente passa senza di voi”)
(“L’arcipelago
che vi apparirà ogni notte
è il perduto
e non si può vivere al confine.
Guardarlo è vederlo da fuori. Ma entrarci
è non poterne più uscire”).

 

Somiglianze (Guanda, 1976)

Alda Merini

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L’amore,
quello che io cerco
non è certo dentro il tuo corpo
che adagi su donne facili
senza alcuno spessore.
L’amore quello che voglio io
è la costante presenza
è l’occhio vigile del padrone
che arde del suo cavallo.
Così ho cavalcato cavalli d’ombra
e gli altri che mi hanno
visto correre senza briglie
mi hanno considerato pazza.
In effetti una donna che vive sola
senza uno scudo istoriato
senza una storia di bimbi
non è né madre né donna
ma un ibrido nome che viene
stampato in calce alla tua pagina.

 

Clinica dell’abbandono (Einaudi, 2004)

Maria Grazia Calandrone

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Niente come le mani
parla Rosa Della Corte, incriminata dell’uccisione del fidanzato Salvatore Pollasto

 

Vidi dalla sua macchina la sua mano come la conoscevo – ma bianca
di vita vegetale.
Vidi il suo ultimo saluto alla terra. Contemporaneamente
vidi nei voli di quel primo mattino la tortuosa pazienza di una natura che non era stata montata
osso su osso per essere leggera, eppure
ha compreso il cielo.

Dopo, lui – la sua fascia di chiarore.
Dopo, lui – mero impasto di midolla.
La radiazione nera del suo corpo – il gorgo
del suo corpo – infettava l’aria
cristallina di aprile.

Ora sono una cupa necessità di ordine.
Ho riordinato tutti gli eventi materiali allo scopo di ritornare sola.
Cado nella mia festa. E il mondo è curvo sotto la pressione.

Come lasciano in sosta le giostre
hanno lasciato te, cosa che pure sembra respirare
davanti al mare e in me
ha iniziato a formare lacune
dalla mano, la stessa – ma bianca:
un ponte vuoto tra l’apparenza del mio corpo
(perché non è più vero che io viva) e te, che sei stato anzitempo
terminato. Ma c’è un niente premuto sul tuo volto
e questo niente sono le mie mani.

 

Roma, 8 ottobre 2009

 

Gli scomparsi (LietoColle, 2016)

Mia Lecomte

foto-enzo-cei
Matrimoniale

Ho confidato all’uomo che non c’era
questo letto è troppo grande per me sola

Fu quando l’ennesima città
ricominciò a morirmi attorno
che presi come pretesto la misura
per via del fatto che l’amore
da me non può mai essere detto

Ad ogni colpo della nuova alba
di sotto rovesciano immondizia
finché il mattino
incontro a noi più forte

non osi la luce separare
ciò che il mio grande vuoto ha unito

 

Al museo delle relazioni interrotte (LietoColle, 2016)

© Foto di Enzo Cei