Giovanna Rosadini

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Mi hai attraversata
come un fuoco che consuma
E poco c’è mancato
che di me facessi cenere,
non fosse stato per la trama
antica che mi tesse al mondo,
per il ruggito del sole
al levarsi del giorno, richiamo
ineludibile più dell’ombra
serotina.

 

© Inedito di Giovanna Rosadini

© Foto di Dino Ignani

Edoardo Sanguineti

Edoardo-Sanguineti
Ballata delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

 

Mikrokosmos. Poesie 1951-2004 (Feltrinelli, 2004)

© Foto di Mario Dondero

Giovanna Rosadini

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S. Giorgio e il drago

per T.

Di oggi ricorderò
la luce purissima, nell’aria
e nei suoi occhi, il riverbero
che la città ridestata ai colori
emanava, l’aria addosso
sulla piattaforma del vaporetto,
mentre fuori parliamo contro
lo stantuffo dei motori, unica eco
nel panorama silente dei flutti.
Dopo, un contrasto di penombre
e frescura, nella Scuola deserta, e l’odore
vago di umido e legni stagionati. La meta
del nostro pellegrinaggio, sulla parete
di fronte, si offre muta alle nostre parole.

Di parole è fatto il tessuto che ci lega,
parole come archi e ponti protesi verso
una sponda che manca, si sottrae,
non riesce a darsi – monconi sospesi
sul rimosso dei corpi, cedimenti
emotivi tamponati dall’orgoglio;
arresi poco prima dell’arrivo,
approdo in terra sconosciuta e
forse ostile. Ora, vicino e abrasivo
nella sua presenza, apre ventagli
e dispone paraventi, crea illusionismi
schermando col proprio talento
il mondo. Tu che ti guardi vivere,
e non vedi la distanza.
Tu che mi insegni il valore
di chiamarsi col proprio nome…

È un arco anche la linea
centrale alla tela, ponte appoggiato
su macerie umane, inarcato
verso un chiarore percorso
da un alito largo, torri a occidente
e velieri verso oriente. Una doppia freccia –
la brezza che soffia a est nuvole e vele
e il gesto contrario che trafigge la bestia,
la lancia che fa ormai tutt’uno col cranio,
immobilizza nella fiera staticità
di un eterno istante
il santo guerriero e il mostro. Tutto
è ormai compiuto, irrevocabile,
fissato in una compostezza compositiva
risolutrice; non più fuoco
uscirà dalle fauci piegate in un ghigno
di resa, e l’arma spezzata
non avrà più nemici.

 

© Inedito di Giovanna Rosadini

© Foto di Dino Ignani

Giovanna Rosadini

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L’approdo

Per P.

C’è una strana quiete
mentre mangiamo pollo e arance –
nella casa vuota il silenzio
è una presenza lieve.
Mi guardo le mani separare
gli spicchi mentre siedi,
assorto e complice, sotto
la mensola delle spezie.
Il mondo è sibilato fuori
come l’ossigeno residuo in una navicella
spaziale, siamo quasi in apnea,
irreali quanto la propria voce ascoltata
in registrazione, o un corpo
sospeso in assenza di gravità.
Uno spigolo di luce nella stanza
che ci ha avuti, le ombre dei gesti
compiuti come un’eco nell’aria,
nella penombra del pomeriggio
che svapora lento.

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© Foto di Dino Ignani

Giovanna Rosadini

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Venezia, anni ‘80

Nebbia. Suoni affiorano
dalla quasi indifferenziata opacità
su cui si protende il balcone.
A breve sarò lì, ad affrontare
il giorno, affondata e compresa
in quella compatta rarefazione,
al morbido inseguimento
di echi e vaghi sciabordii.

Odore di acque intorpidite,
intermittenza di slabbrate,
intempestive conversazioni.

 

© Inedito di Giovanna Rosadini

© Foto di Dino Ignani

Giovanni Giudici

giudici

Mi chiedi cosa vuol dire

Mi chiedo cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone

che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.

Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.

Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.

È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Enrico Testa

testa

il vento di ponente sui tufi del Caos
sbatte le persiane contro i muri.

Le lettere sotto vetro
restano però immobili
nella loro polvere
illuminate dai riflessi
di questo mare africano.

Ricordati che ti amo
sta inciso su una spada d’agave.

Senza allontanarsi dalla casa
il custode porta a passeggio tra gli ulivi
– l’uno all’ombra dell’altra –
la povera figlia.

Cartagine è a poche miglia.

Ablativo (Einaudi, 2013)

Giovanna Rosadini

giovanna-rosadini

 

Let me be faithful to the central meanings:

I.

Saremo sempre profili in controluce
incisi sulla linea d’orizzonte, sospesi
al blu fondo e salino che regna d’estate
nel tempo senza tempo di ogni infanzia

 

II.

Saremo sempre quell’eco di passi
nella nebbia che stinge le calli,
Venezia culla d’acqua
in cui nuotiamo in attesa
del mondo che verrà,
pesci pilota che smossi
si cercano e si sono trovati

 

III.

Saremo sempre in quel tondo di luna
magrittiana appeso sopra i tetti di Milano,
a respirare l’aria leggera della sera mentre
fa scuro, e l’ultimo cielo si colora di presagi

 

IV.

Saremo sempre l’intuizione
dentro lo sguardo colto
al primo incontro, aver visto
nell’altro il fermo immagine
che il tempo non intacca,
la forma di un’infanzia
che dura e non si stacca

 

 

© Inedito di Giovanna Rosadini

© Foto di Dino Ignani

Franco Loi

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Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll,
no per el frègg, no per la pagüra,
no del dulur, legriâss o la speransa,
ma quel nient che passa per il ciel
e fiada sü la tèra che rengrassia…
Forsi l’è stâ cume che trèma el cör,
a tí, quan’ne la nott va via la lüna,
o vegn matina e par che’l ciar se mör
e l’è la vita che la returna vita…
Forsi l’è stâ cume se trèma insèm,
inscí, sensa savèl, cume Diu vör…

*

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle,
no per il freddo, no per la paura,
no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza,
ma di quel niente che passa per i cieli
e fiata sulla terra che ringrazia…
Forse è stato come trema il cuore,
a te, quando nella notte va via la luna,
o viene mattina e pare che il chiarore si muoia
ed è la vita che ritorna vita…
Forse è stato come si trema insieme,
così, senza saperlo, come Dio vuole…

 

Aria de la memoria. Poesie scelte 1973-2002 (Einaudi, 2005)

© Foto di Dino Ignani