Sergio Solmi

sergio solmi
Preghiera alla vita

Perché più bruci, per meglio sentirti,
perché sempre il cuor mi divida
il tuo taglio assetato di lama,
perché la notte smanioso
invano a cercarti io mi dibatta
e mi raggiunga l’alba
come una morte amica,
tregua non darmi, mia vita,
lasciami l’umiliata povertà,
le nere insonnie, le cure ed i mali.
Lasciami il delirante desiderio
che si gonfia in miraggi
e il timido sangue che s’agita ad ogni
soffio.

Perché più bruci, per meglio sentire
questo tuo bacio che torce e scolora,
ogni mia fibra consuma al tuo fuoco,
ogni pensiero soggioga ed annulla,
ogni tuo dolce, la pace e la gioia,
negami ancora.

 

Poesie (Mondadori, 1950)

Mario De Santis

de santis

Il deserto Atacama

Per A.U.

1.

Quando alla fine siamo pressati, le stanze abolite,
unico e abnorme, privatissimo, ci resta un cunicolo:
il metro cubo dei senza-terra che siamo diventati.
Solo aria, la musica feroce, lunare, custodita in un sacco,
una crosta di pane, un rimedio, un odore
che finalmente posso dire mio, per quanto non saprei
come dirlo, passo nella condensa di un vapore pesante
di sale, lascio la casa come unico figlio, senza voce.

Ora sono qui, su un suolo blindato e derisorio,
con un pegno illegale, senza
carta, senza nome ufficiale: ho l’unico destino
che non esiste più di me, che non riesce a esistere –
siamo ombre, in un velo malvagio, ci rende poveri, fuori
dal panegirico e fuori dalle coincidenze. Tutti noi senza volto
che abitiamo l’estrema dissolvenza di quartieri,
dentro svincoli, non dormiamo, cerchiamo di vivere:
assenti, in questa forma di estrema stasi, come una santità
che è forse lasciare tutto questo almeno per ora.

Cosa sono nella carne se aspetto come un giudice in pensione
altri giudicare? Che cosa è il vuoto che non ho sperato mai
di riempire, scomparendo? La morte, che ci fa clandestini?

 

 

2.

Nel frattempo, depositato in tutti gli angoli, esule
abiterò gli anni dell’ evanescente con la solitudine –
abito tutto quello che vedi e che non ha i segreti
del perdono, morto di un amore che dilapido
osceno: tutto il pulviscolo del mondo sta nell’occhio,.
nella sua coda, elencato, come una lista di case
di persone amate e indirizzi, di numeri disattivati
di bar chiusi che mi ricordo. Una pura elettrolisi
una carne che viene salvata ad un destino e poi
lasciata in un intervallo di paralisi, questo giorno.
Il non sommabile, non ghiera, non raffica: lo scarno vivere –

E questo vento, invade e sequestra nella sua buriana
ogni possibile fiorire, lo strappa, lo rimanda
porta in bocca tutto il tempo di polvere che è rimasto
il non vissuto, bolo che soffoca, un troppo tardi
che uccide. Però i fiori di malva di Atacama sono lì,
fioriti senza noi, che sempre volevamo
visitare quel posto, come tutto
il mondo: esistono in un’ora che è l’unica che sia
e duri, senza noi, se diventiamo, se non saremo, restando.

 

© Inedito di Mario De Santis

© Foto di Valentina Tamborra

Laura Pugno

laura-pugno

I

sarà ovunque,
verde e verde gemmato,
il ritornare
sui tuoi passi nel mondo,
compiuto come meraviglia, distruzione

e dare tempo
a questo pensare col peso del corpo,
la mente
come una chiazza d’acqua che s’allaga

 

II

il letto nel legno d’ulivo,
la mente diffusa
il bagliore attraversa la pelle

il ramo che brucia di colpo
nel buio del bosco,
– l’imboscata, l’incendio –

dici che è fuoco controllato nei campi
perfezione terrestre

 

© Inediti di Laura Pugno

Mario De Santis

mario de santis

Interno

quando sono le stelle a viaggiare
siamo noi i punti fissi del mondo
attendere è ribaltare le attese
stare in un punto sapendo che tutto il resto
è vuoto. Così io aspetto il tuo arrivo
tra le famiglie dei pianeti, in un delirio
di orbite e attrazioni. L’universo fugge
verso tutti gli amori impossibili
il punto oscuro da cui il sole ha trovato,
nel buio, la sua strada. Così non c’è niente
da dire, farà tutto la materia
dove ci siamo già incontrati.

 

© Inedito di Mario De Santis

Sergio Corazzini

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La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.

Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vania
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.

 

Poesie (BUR, 2012)

Dario Bellezza

bellezza ignani

Scaricato alla stazione di Martina Franca
fra trulli autunnali e polverosi fichi d’India
riversi sul suolo arso di mia Puglia materna –
abbandonato alle fredde rotaie di un treno per Bari
livido di una rabbia mattutina
ho pregato il Dio feroce degli esuli

L’esilio comincia dove finisce la terra
sacra degli amanti perpetui oltre la morte
dove il cuore impazzito sale le scale della sorte

Dio della velocità ferma dell’attimo fuggente
rapiscimi in una notte senza fondo
dove l’addio consumato fra pallide lenzuola
nasconda l’ulteriore figlio sconsacrato.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2015)

© Foto di Dino Ignani

Mario De Santis

de santis

tú cantas consuelo, tú cantas esperanza,
tú cantas rimedio.

(Gabriella Ferri)

 

A volere inventare partenze ora saremmo
lontani, come in un bicchiere di vino
vuoto sopravvive alla perfezione del brindisi.
In un chiodo di luce pixel abita la fine dei tuoi occhi,
a milioni. Nuotare invece in una goccia, trascendere
il rosso; da lì cade il tuo labbro che si volta
non su chi resta, al contrario – non io,
né dove sarei se non fossi con te che mi fissi
diretta ad un fondo, alla sete, agli orari, oltre me.

Non genera tempo la resa all’oggi che dichiari, non ne risponde:
c’è il fiato immobile di un parco di notte, la chiave persa
di una stanza d’hotel. E così non puoi vedermi né sapere
della partenza e di una direzione, né del ragno
sparito che attraversava il lenzuolo, la vernice
che cade, il futuro cliente, il binario – di domani, a quest’ora.
Ci siamo già detti quel che solo tu sapevi, ma ora è possibile
che questa lingua curva di una mattina nessuno più
la intenda, l’idioma nuovo solo di due stava su di noi.
Stava in quadro, in canale, nell’erba da nascere
Nella stagione, che si ripete e ricade
in altri silenzi e in altre sorti, senza di noi.
Eppure ne sarà il rimedio, perché dura. E tuttavia
se non fosse, c’è stato il volto dilatato da un ricordo
nel respiro, ci saranno occhi su cui riposano le pietre
del miracolo, in cui non abbiamo mai creduto.

 

© Inedito di Mario De Santis

© Foto di Valentina Tamborra

Mario De Santis

profilofot
Nasci in un tempo lavato, nel mezzo volto
delle foto, nel mezzo piano di uno schermo.
Nasciamo tutti così, nascosti in un dondolo
di negazioni ed affitti, una trincea della febbre.
Poi si arriva a vedere l’inganno ed era con te, da prima
che tutto fosse un bisbiglio, anche ottuso,
prima che ci incantasse la serie dei sorrisi
io nel tuo senso di fuga, dove non c’è affondo, o radura
tu nei miei giorni in eccesso che hanno troppe voci da capire.
Così per fondare la città che era noi, fu battaglia
ho provato a vendere case senza porte.
E nella città insicura noi soli ad abitare, come profughi
nei cubi di ferro occupati, per primi. Fu poi un difetto
l’attesa di un ritornello della storia, o un destino.
Da sempre non siamo che farina di luce.
Lampeggia, ognuno disperso, il pulviscolo
che siamo stati, come noi nei viali dove né armi
né insegne, riparano, dove né l’oro ci trova, né alla fine la resa.

 

© Inedito di Mario De Santis

Tommaso Landolfi

landolfi con uccello

Respingere, di poco anche, la morte,
Bagnare alquanto queste arse radici
E risalire queste fibre in linfa,
Od essere, altrimenti,
L’olio di questa lampada languente:
Ciò tu potevi,
E non hai fatto.
Or come puoi vedermi,
Me che dovevo fare la tua gloria,
Fino a tal punto degradato e scempio,
Tanto votato a distruzione?
Io dovevo fiorire la tua mano,
Dal tempo immune pel suo tocco:
Quale invece ti vengo? Abbietto e vile,
Oggetto d’un ignominioso
Trionfo: il tuo.
Ah, tu assisti la vita che m’appicca
E mi tiri pei piedi.

 

Il tradimento (Adelphi, 2014)

Maria Grazia Calandrone

calandrone
I muschi pavimentano le primavere

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquillo – dal quale apparve
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.

Di lei mi resta
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia.

 

© Inedito da Gli scomparsi

© Foto di Dino Ignani