Franca Mancinelli


Le tue scarpe erano terra asciugata dal sole. Si sgretolavano sul selciato, si scioglievano nelle pozze. Eri scalza, e capivi le foglie. Il freddo ti risaliva nel petto.
A stento trascinavi i piedi. Fino a che ti accorgevi di poggiare sulle caviglie: cercavi equilibrio come l’ uccello di passo dalle zampe sottili. Continuavi ad andare. Non smettevi di perdere corpo. Gli occhi aperti, le labbra chiuse.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Alberto Bevilacqua


Luminescenze dal profondo

acqua ad acque materne corona
… una donna incinta si bagna la pancia nel mare
il feto scalcia per spezzare l’incantesimo

portandomi per aggiungere mare
alle tue acque materne
ti fu tentazione
l’andare oltre nel sole
sprofondare
… tu sola mandrina
del tuo essere madre
né compagno né marito ad assisterti da riva

ero
il tuo piccolo “sì”
ai “no” della vita
cominciando insieme a balbettare il tuo primo
linguaggio di madre
essenziale
al primo battere delle mie vene
… strategia di affondare
agli ultimi gradini e ai limiti estremi
incanti del profondo
per farmeli poi risalire
con il loro coro abissale

– ancora mi fai paragone
con la vita troppo grande
che non poteva starci tutta nel tuo ventre,
al massimo un’imitazione
a miniatura, un’illusione fondata:
ed eccomi

– io cerco un ventre
orgoglioso e umiliato
per morirci teneramente
come ci sono nato

 

Le poesie (Mondadori, 2015)

Giuseppe Goffredo


Con un’ala sola

Non una lacrima per la felicità
che ho vissuto. Molte cose ho
toccato per non andare ho dato.
Davvero è accaduto che il vero
fosse. Anche mi sono sentito
in volo. Mi ha commosso ogni
albero lungo la strada. E la
fronte dal cielo non ho distolto.
Ogni volta atterrito mi sono fatto
schiena fra le rive. Poco per
quanto ho potuto e con un’ala sola.

 

© Inedito di Giuseppe Goffredo

Francesca Serragnoli


Mai dovrebbero i tuoi occhi spegnersi
lasciano intravedere nebbie nei dintorni
spezzano raggi di sole come matite

a primavera, sciolto il volto contratto
rimane vedrai qualche vecchia foglia
uguale alle mani quando aprendosi
chiedono al sole di essere scaldate

un calore improvviso scuoterà il sonno
una nube si lascerà cadere

non sai cosa la pioggia spenga di questo sguardo
quale voragine offra la terra
cosa rimanga sospeso, intatto e cosa voli via
trascinando il filo che disfa l’aria.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Monia Gaita


E dire

È rimasto soltanto un fiammifero di te.

Ne stivo fino al vigore ultimo
la belva più crudele.

Aspiro l’eco delle briciole,
mi semino
dentro il granaio dei volti,
vado a capo.

E dire che mi manchi
è contemplare le stagioni
che fioriscono,
è misurare il salto della perdita
ora che i fili del tuo ordito
sono forti
e giacciono nascosti
nel mio ventre.

E dire che mi manchi
è decifrarti l’alfabeto dell’assenza
nella nebbia,
guardare questa vita scorticata
produrre un taglio che risanguina
e rimarca.

 

© Inedito di Monia Gaita

Silvio Ramat


Ordine inverso

Rinasco, primogenito. Ai due maschi
venuti dopo di me e alla bambina
mostrerò come si allaccia una scarpa.
Dalla mia voce i primi rudimenti
impareranno di scrittura e i numeri,
più qualche verso a memoria. Farò
che siano puntuali a scuola. Giorni
saranno, e mesi e anni, di chiamate
per me, di allarmi senza alcun riposo.
Ai due maschi le regole del calcio
insegnerò e la passione. Alla bimba
come s’inventa un dolce: le terrò
le bambole, finché assorta in cucina
abbia impastato l’uovo e la farina.
Quattro ragazzi – e intanto il forno cuoce –
che non scordano il segno della croce.

 

La dirimpettaia e altri affanni (Mondadori, 2013)

Davide Brullo


cercammo il Nord per orientare
la gola alla sassaia delle stelle
e raccontare nel petto una migrazione
alle sule – gli iceberg sono

i multipli della nostra speranza –
riparammo tra i taciturni quando

era monumentale l’inverno
«i cavalli sprigionano con un nitrito
l’identità dei nativi –
fu sufficiente correre per dimenticare
una famiglia e i suoi fiumi» è scritto

la didascalia dell’alba inclinò
la casa come un veliero ma è solo
ricamo del vetro e metallurgia emotiva
l’astio con cui incunei i figli
nell’enclave delle lenzuola –
c’è chi pensa che Antartide possa
realizzarsi in una tazza –

 

Abbecedario antartico (Raffaelli, 2017)

© Foto di Simone Casetta

Giovanna Rosadini


Infanzia

II.

Da piccola non c’erano guerre, e il mondo
sorrideva, pettinato e ben educato.
Ci chiamava un riflesso iridescente,
modellava il nostro sguardo, ne asciugava
le ombre, sarebbe sempre stato così.
Luce alta e diffusa disegnava strade e case,
i luoghi semplici del nostro divenire,
giardini ricolmi dei misteri colorati dei fiori
cuciti dal ronzio degli insetti, quella
sospesa immobilità nei pomeriggi
delle stagioni di mezzo, è sempre maggio
riguardando indietro, è sempre tempo
di promesse, e complicità salde e leggere
che sono, e non occorre dire.

 

© Inedito da Fioriture capovolte (di prossima pubblicazione presso Einaudi)

© Foto di Dino Ignani