Mariangela Gualtieri


Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.

 

Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006)

Post originale del 5 dicembre 2014
Poesia italiana più letta

Camillo Sbarbaro


Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

Pianissimo (Marsilio, 2001)

Giulia Martini


Il deserto è questo lungometraggio
tra le tue iridi e il microasiatico
sintetico foulard, dove lenteggia
la memoria come natura morta

in preda a faraoni iconoclasti.
Là stilli ancora poche le tue resine,
tra il lungosenna e questo anniversario
passato a leggere I tre moschettieri.

Più spesso ti riversano leggende
metropolitane – Cloto, Lachesi
ti litaniano in nuove dinastie:

ittiti, galli, garamanti, dauni,
messeni, medi, lapponi, mirmidoni,
etei etei etei, tirreni danai.

 

© Inedito di Giulia Martini

Maria Del Vecchio


Simulacro

Ho fabbricato con queste
mie mani
(quelle stesse che per anni
t’hanno scelto, accarezzato,
succhiato qualche organo)
una statua di te
simulacro del mio disamore.
Di notte,
nel grano bagnato
striscio come una serpe
mi arrosso le gambe,
arrivo ai tuoi piedi
e col piccone ti abbatto,
ma lieve è il mio mestiere
perché solo tu possa
sapere il perdono.
Non devi pagare le mie pene,
ne sono ancella e custode gelata:
io rido.

 

Arimanere (Interno Poesia Editore, 2017)

Preordina il libro: www.produzionidalbasso.com/project/arimanere

© Foto di Marco Di Gioia

Nazim Comunale


Venezia non esiste

La bellezza intatta del mondo
sta nelle vene limpide
e nelle mani forti del giovane contadino di Nyaungshwe,
nel suo carretto stracolmo di agli e pomodori,
nel suo sguardo rotondo, capiente, esatto.

La bellezza intatta del mondo
sta nella sponda sinistra del lago,
nel cane zoppo che gioca con la merda di un bufalo,
nell’odore acre del pesce essiccato,
nella lenta serieta’ del vecchio all’angolo di Main Road
nell’allestire il suo stand di palloncini colorati.

La bellezza intatta del mondo
sta negli occhi di chi esce di casa a fumare
e vedere la città svegliarsi
tra benzina, coriandolo e frittelle,
nelle pose assorte della piccola dea del mercato,
nei mondi semplici e paralleli
del guidatore di risciò immerso nel suo
libro prezioso e sgualcito.

La bellezza intatta del mondo sta
nelle venditrici di fiori
accovacciate sul marciapiede,
perfettamente all’altezza
del tubo di scappamento dei motorini,
nel fumo dolce dei sigari verdi,
nel sipario perfetto della foschia
e delle quinte dei monti.

La bellezza intatta del mondo sta
nella devozione del monaco
che medita nella grotta,
nell’estasi della sua sofferenza,
nella polpa stopposa del tamarindo,
nel frastuono celeste
della barca a motore,
nel silenzio della pagoda.

Con le dita del mio sguardo imperfetto
ti sfioro, mondo,
e per la tregua di un più largo respiro
sono semplice e puro
come ieri.

Mondo, vienimi addosso lento,
sottrai il tempo alle smanie dei fessi,
alle ansie del calendario.
Mostrami la foto, la fine, la fauna.

Perché la tua bellezza intatta sta
nella scrittura arcana,
in questa intraducibile pace,
nell’indicibile voce,
nelle bugie della luce,
nella fortuna dell’esploratore
e nell’oro segreto dell’Amazzonia,
che è il luogo della metafora.

Porgimi gli spigoli con mano lieve,
arancia boreale,
dimmi di Orwell, di Verne, di Kipling,
mostrami la foce a gambe aperte dell’Irawaddy,
raccontami tutte le ipotesi di cui
non sarò mai capace.

Poiché Venezia non esiste
ed è impossibile non essere circolari qui in Oriente.

E allora da levante a ponente
levami di dosso la malinconia,
ponimi in ascolto,
che la bellezza intatta del mondo sta
nelle vene limpide e nelle mani forti
del giovane contadino di Nyaungshwe,
nel dorso della sua mano
d’argilla cotta al sole,
nella gloria del bambù,
nella bava azzurra del loto.

La bellezza intatta del mondo
sta in quella voce che sai
alla radio,
nell’arte paziente delle tessitrici,
nella foga dolce dei fabbri,
nei fatui furti della retorica umana.

Un cielo ch’è sputo stupefatto di stelle
forse saprà salvarti dalla tua furia animale
intrappolato nella disciplina di
un’impossibile foresta.

Perché la bellezza intatta del mondo sta
nella scienza esatta dei metalli,
nel polpaccio del barcaiolo,
nel fango sul fondo del lago.

La bellezza intatta del mondo sta
nella visita,
nel viaggio,
nel dono.

Fammi dono di un’altra visita,
mondo,
vienimi addosso lento,
portami in viaggio,
mi slaccerò l’anima
e proverò a dirti.

Perché la tua bellezza intatta del mondo sta
in ciò che ci aspetta dopo la pagina,
nel latrato randagio dei cani,
nel cibo di strada,
nelle bucce di oggi,
nei semi di domani.

Perché gli uccelli ignorano
le costellazioni di Galileo
e le illusioni della Buddità
ma sanno dove finisce
la collera del mare.

E la bellezza intatta del mondo sta
nelle vene limpide…
(ad libitum)

 

© Inedito di Nazim Comunale

Giovanna Rosadini


Infanzia

I.

Un tempo la vita era larga e non si sottraeva,
nella città luminosa, spolverata dall’aria leggera –
viva del mare sospeso nell’intaglio del golfo,
scampoli di blu tramati ad ogni scorcio

E le strade prendevano per mano, portavano
lontano – l’approdo era sicuro, la nonna il parco
il Lido, mai un muro, le cose avevano
un nome solo, nessun agguato ci attendeva al varco…

 

© Inedito da “Fioriture capovolte”, di prossima uscita Einaudi

© Foto di Dino Ignani

Vittorio Sereni


In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscio
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

 

Poesie e prose (Mondadori, 2013)

 

Paola Casulli


Tu sai
come baciarmi dentro
mordermi dalle costole le ali che fanno male.
Voglio strade che dormono vuote
mentre io resto insonne
a chiedermi se godi o tremi
lontano dalla mia notte.
Il mio corpo disabitato gocciola resina,
ho fiori sulla fronte e brina
e mille pianure che cantano di te.

 

Sartie, lune e altri bastimenti (La Vita Felice, 2017)

Francesca Serragnoli

Non dire mai il tuo sogno
A chi non ti ama

Joyce Mansour

è spettrale e improvvisa
la visione dell’acqua
sul finestrino dell’auto ferma
tutto scivola, tremolanti gli alberi i viali
chi hai amato scende
apre l’ombrello s’incammina
la sua figura comincia a disfarsi
ti sembra che sia laggiù
per i colori della giacca
ne vedi due forse quattro
poi più niente

 

© Inedito di Francesca Serragnoli