Lello Voce

lello voce

Madrigale muto VII

Per ogni assenza è calcolata l’urgenza
la sede unica del destino, il tuo collo
l’imbuto del desiderio che fa senza

che arrangia il volo ad ogni crollo
che tutto solo fa ala di folla e dice
che chi tace ignora, che chi manca

abdica e finge stinge piega la zanca,
piffero, squillo muto senza danzatrice.

 

© Inedito di Lello Voce

© Foto di Dino Ignani

Ada Negri

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Il dono

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: − È oggi −
ad ogni giorno che tramonta io dico:
− Sarà domani. − Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.

 

Poesie (Mondadori, 2002)

Franco Arminio

franco
Poco fa sentivo il cuore di mia moglie
sulla mia guancia.
Il cuore di mia moglie
è una cesta dove dormono i gatti,
un forno dove lievitano
le crostate.
Il cuore di mia moglie
è una luminosa chiesa di campagna,
un arcobaleno posato
sui campi.

 

Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere, 2017)

© Foto di Enrico Minasso

Beatrice Cristalli

beatrice cristalli
Del buio esaurito

«Per cui, non farti perdonare».
Mai che mi fosse accaduto considerarti
Un progetto, ma un suono di qualche buona tecnica.
Non c’è tuttavia rimedio al voler essere
A tutti i costi; a quest’ora, se hai bisogno, trovi
Qualche pezzo di ciabatta e le immagini
Della sera delle scelte.

È tardi – era davvero presto – per
Commettere ancora qualche grosso sbaglio.
Il tempo di riordinare la posa
O di chiarire gli spasmi; ma le chiavi
Non erano già più,
Non erano più gli anni,
Gli attimi, le vigorose alleanze del vivere.
Inventerei,
per ricominciare dove
La disillusione pesava.

Screpolato il ventre – ma non è poi
Così male essere e basta – le parole
Non frugano più. Nell’adagio tutto
Può schiudersi in un’annoiata bugia
O in un pianto che voleva stare da solo
Nell’umido che sempre salva.

Guarda che sei libero, verrà un ladro
E vorrà rubarti perché non potrà mai capire.
Essere le immagini della sera
Delle scelte, delle rivolte mature,
essere tutte le mie volte; al di qua
della tua mano la riva da cui le buone
proposte ripresentano le mancanze
e credono di essere cambiate.
Non è vero niente.

 

© Inedito di Beatrice Cristalli

© Foto di Samantha Wally Faini

Franca Mancinelli

franca mancinelli ignani
Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio come un bambino, una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso, un’immediata mutazione del sangue. Nello stesso istante perdi anche le pinne, la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno educato, a cui ti adegui. Non resta che cercare il tuo abito. Quello che rende invisibili. Scivolare come un raggio, diritta, fino al calare della luce.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Sergio Solmi

sergio solmi
Preghiera alla vita

Perché più bruci, per meglio sentirti,
perché sempre il cuor mi divida
il tuo taglio assetato di lama,
perché la notte smanioso
invano a cercarti io mi dibatta
e mi raggiunga l’alba
come una morte amica,
tregua non darmi, mia vita,
lasciami l’umiliata povertà,
le nere insonnie, le cure ed i mali.
Lasciami il delirante desiderio
che si gonfia in miraggi
e il timido sangue che s’agita ad ogni
soffio.

Perché più bruci, per meglio sentire
questo tuo bacio che torce e scolora,
ogni mia fibra consuma al tuo fuoco,
ogni pensiero soggioga ed annulla,
ogni tuo dolce, la pace e la gioia,
negami ancora.

 

Poesie (Mondadori, 1950)

Gianluca D’Andrea

gianluca
Alla fine di un’epoca il ricordo
sembra quasi rinnovare gli odori.
Forse svegliandoli da un sogno, allora,
ne riporto le scene suscitate.
Sentivo dire di Franco, in Sicilia
il Tirreno era il mare dell’infanzia,
non sapevo di Ustica, la Spagna,
però, mi dava gioia, quei mondiali,
disprezzo alla parola dittatura.
La TV degli anni Ottanta tentò
di rubarci la memoria, riuscendo
a cancellare ogni velocità
ogni appiglio, distanziando in un limbo
di benessere le generazioni.
Acini in un grappolo, carrellate
ricolme, gli individui al loro fondo,
tutti impegnati, da bolle, a sognare
il proprio mondo. C’era molto sole,
aspettavamo le vacanze estive,
captavamo i messaggi apocalittici
ma mai come segni d’appartenenza,
semmai come un ricordo già avvenuto,
ognuno poi scappava e nella corsa
ogni atomo era un rendiconto.
Infinitesimale allora l’aria
infettata si mescolava al fiato
vegetale. Così noi saltavamo
nella melma come fosse un recinto
trivellato di falle, ma nell’acqua,
non sapendolo, imparavamo il nuovo
nuoto; dall’allergia il contatto affoga
nel desiderio. Così giocavamo
a nascondino nell’erba e l’odore
acerbo del sudore a quell’età
si mischiava alla terra, per non dire
del mare incanalatosi in collina,
oltre quella fiumara, nello spiazzo
in cui trovavi i vermi nelle tasche
e non le mani. Poi le figurine
con cui sfidare i compagni, i cartoni
da cui apprendere lo sport e l’amore,
mentre il gioco già mutava in clangore,
la massa sferragliante, aperitivo
globale. Il naso cadeva coi muri.

 

Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Luca Bresciani


Ho partorito senza gridare
in nome di chi ho visto morire
e che ora è un pugnale di carne
incastrato nella fame delle onde.

La mia bambina è così piccola
che sul mio seno è una coccinella
soffocata dal peso di lacrime buie
crollate da volti allevati nel sangue.

Quante volte dobbiamo ingoiare
le agili spine dell’illusione?

Quante volte nel nostro corpo
deve scavare una tana il silenzio?

E ora moriamo un’altra volta
tra queste primavere di malta
noi figli illegittimi della speranza
noi maglie nere del giro dell’urgenza.

 

© Inedito da L’elaborazione del tutto

Valerio Grutt

valerio grutt ignani

Quel qualcosa nel giallo dei campi
o sulle ciminiere, le pale eoliche
quel qualcosa che non si può dire
nei capelli delle ragazze, nei fermagli,
le sciarpe, nei cortili delle scuole
o dentro a una parola incastonata
in un romanzo che ho già letto.

Tu sola in mezzo al nulla
di un parcheggio lontano
ti fermi e ascolti senza capire,
pensi a me o a tua madre
a una cosa che hai dimenticato
di fare e che ti esplode addosso
tutto il tempo.

A volte quel qualcosa è in una musica
e mi trascina in un bar o per strada,
è un’immagine che prende fuoco.
Forse, quel qualcosa ci fa ciò che siamo:
animali strani che non stanno mai fermi,
bagagli dimenticati negli aeroporti
che girano ancora e girano
e nessuno li tira su.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Piera Oppezzo

Piera-Oppezzo
Amo il corpo

Amo il corpo
Che ancora dorme voltato su un fianco
Quando mi sveglio al mattino.

Quello che resta con me solo un’ora
Mi tormenta più a lungo.
Ma non ne parliamo più.

L’amore si è decomposto nei lacrimatoi
Mentre voleva un dolore violento.
Il muschio si è spuntato sul ricordo.

Troppe volte, inutilmente,
Lo sguardo
Si è purificato durante la notte
La vena sulla tempia
Ha rinnovato il suo sangue.

 

Una lucida disperazione (Interlinea, 2016)