Andrea Zanzotto


Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

 

IX Ecloghe (Mondadori, 1962)

Julian Zhara


Che geloso com’ero del tuo passato
di un uomo soltanto: tuo padre,
di te, delle altre, da prima, l’uomo
su cui hai modulato l’idea di uomo
nel lastricare il percorso di mimi
fuggendo o calcando l’immagine miliare,
i volti degli altri uniti a creare uno suo: sbiadito.
Di nessun altro sono mai stato geloso.

Ne estraevo la forma a partire
dalle tue due pupille, proiettandola intorno
una volta incarnata nello spazio tra me, te,
queste labbra si alteravano fino
a farsi gabbia
indicarti la ferita a partire dalla cura;
la terra non può più appartenere
a chi l’ha abbandonata.

In silenzio ti osservavo elencarmi piano
la lista di lacune che dovevo supplire,
per poi vederti volgere lo sguardo in basso,
alzarti lentamente e dirmi: vado, è tardi;

indaffarata com’eri
non mi hai mai riparato dalla paura
che a riflettere fosse in me (anche se lontanamente)
la sua di figura,
e ne uscivo sconfitto.

 

Vera deve morire (Interlinea, 2018)

© Foto di Piero Viti

Biancamaria Frabotta


La volontà dei luoghi

Prendersi per il giusto verso
con cautela afferrarne il lembo
già un po’ scostato dalla pelle
e tirare, attirati l’uno dall’altra
gli scorticati di belle speranze.
Dal regno della treccia, della frangetta
illuminata dall’assalto dei bacetti
ci difendeva la complicità domestica
ci insegnava a trarre vantaggio da
un amore condiviso, fertile di frutti.
Ma l’albero ferito ebbe l’aria di soffrirne
sotto il fusto liscio spuntò un lattante
dalla faccia secca. Andate via. Sparite
belle bambine arrampicate in cima
ai valori d’una scala su cui
gravano prematuri silenzi.
O voi, o loro, balbettava.
La coppia, il legno, la gobba.

 

Tutte le poesie 1971-2017 (Mondadori, 2018)

© Foto di Dino Ignani

Antonella Palermo


Se accettassi questa ritmica in levare
mi affrancherei dalla dispensa piena
e brinderei con l’aria.

Se scartassi il macramè ai confetti
o la spugna della melagrana
potrei arrivare agli acini rubini.

Se accentassi il tempo debole
mi salverei.

 

La città bucata (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Alessandro Guarasci

Luigi Trucillo


I figli dei profughi

Come se fosse mai,
tornato da un lavoro usurante
di un’altra epoca
priva di accoglienza
mio padre camminava avanti e indietro
per il corridoio di casa
simile a un topo in gabbia,
forse perché tutte le case sono gabbie
se diventiamo le cavie dei bisogni.
Uno, due, tre passi
dentro l’amigdala
per dimostrarmi che il tempo
ha pareti liquide
per chi si allena all’arte della fuga.
Lo sento ancora scricchiolare sull’assito:
in quale tempestosa mattonella
comprendeva chi era e dove andava
prima di cominciare ad affondare?
Quello che non capiamo
ricomincia sempre
come una ripetizione sconosciuta,
e I passi tornano
nel cavo delle orme
sfangate dalla pioggia.
L’ignoto iberna.
Perciò, guardiamo bene le facce
ammassate nelle stive.
Se le guardiamo cercando
nello strappo
non sono più “profughi” in frana,
ridiventano persone.

 

Altre amorose (Quodlibet, 2017 )

Franca Mancinelli


Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio, come una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso. Nello stesso istante perdi anche la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno abituato. Non resta che cercare il tuo abito. Scivolare come un raggio, fino al calare della luce.

 

Libretto di transito (Amos, 2018)

© Foto di Vito Panico

Patrizia Valduga

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…
comprimimi discioglimi tormentami…
infiammami programmami rinnovami.
Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami.

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domami, sgmominami poi sgomentami…
dissociami divorami… comprovami.

Legami annegami e infine annientami.
Addormentami e ancora entra… riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami.

 

Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi, 1989)

© Foto di Dino Ignani

Nelo Risi


Madrigale

Ho fatto un pieno di versi
per la traversata dei deserti
dell’amore, là dove il viaggiare
più comporta dei rischi, dove
occorre tenere gli occhi bene aperti
perché non sempre regge il cuore.

A malapena si conserva un viso
se il tempo ingoia il resto;
con un ritratto appeso non si va
molto lontano, a meno che un sorriso
una figura non venga a divorarti
con dolcezza, un modo ancora
per stare con la vita.

 

Ruggine (Mondadori, 2004)

Luca Vaglio


i neon bianchi della esso
di via galvani accendono le lamiere
delle macchine ferme per la benzina
mutano la vibrazione dei colori
la fanno scartare verso il freddo
lungo lo spettro visibile
quasi a mostrare nella notte
l’ipotesi piccola di un’epifania:
prima e dopo solo lampioni
di fioca luce arancione, eco debole
di motori, cemento e asfalto
e ancora fari bassi a segnare la strada

 

Il mondo nel cerchio di cinque metri (Marco Saya, 2018)

Claudio Damiani


Miei contemporanei
di questo tempo instabile
dove, lasciato un trapezio,
non abbiamo ancora afferrato l’altro
– noi equilibristi, più che trapezisti –
non siate in angoscia pensando
di essere nati troppo presto
per vedere l’allungamento della vita
come un elastico viscido,
non pensiate di essere gli ultimi
a morire, proprio scarognati,
non fate come Ray Kurzweil
che fa una dieta di farmaci
per vivere fino alla singolarità
e che se non ce la farà si farà ibernare
perché qualcuno poi, forse, lo venga a svegliare.

© Inedito da Prima di nascere