Tabish Khair


Immigrant
(Based on H. C. Andersen’s ‘The Little Mermaid’)

It hurts to walk on new legs:
The curse of consonants, the wobble of vowels.

And you for whom I gave up a kingdom
Can never love that thing I was.

When you look into my past
You see
Only
Weeds and scales.

Once I had a voice.
Now I have legs.

Sometimes I wonder
Was it fair trade?

 

*

 

Immigrata
(Basata su ‘La Sirenetta’ di H. C. Andersen)

Fa male camminare su gambe nuove:
cado sulle consonanti, vacillo sulle vocali.

E tu, per cui ho rinunciato a un regno,
non potrai mai amare quel che ero.

Se guardi nel mio passato
vedi
solo
alghe e squame.

Avevo voce un tempo.
Ora ho gambe.

A volte mi chiedo
è stato uno scambio equo?

 

Man of glass (HarperCollins, India 2010).

© Traduzione in italiano di Andrea Sirotti

Rabindranath Tagore

Vita della mia vita,
sempre cercherò di conservare
puro il mio corpo,
sapendo che la tua carezza vivente
mi sfiora tutte le membra.

Sempre cercherò di allontanare
ogni falsità dai miei pensieri,
sapendo che tu sei la verità
che nella mente
mi ha acceso la luce della ragione.

Sempre cercherò di scacciare
ogni malvagità dal mio cuore,
e farvi fiorire l’amore,
sapendo che hai la tua dimora
nel più profondo del cuore.

E sempre cercherò nelle mie azioni
di rivelare te,
sapendo che è il tuo potere
che mi dà la forza di agire.

 

Poesie. Gitanjali – Il giardiniere (Newton Compton, 2012), trad. it. G. Mancuso

Arundhathi Subramaniam

Arundhathi Subramaniam
For a poem, still unborn

Over tea we wonder why we write poetry.
Ten people read it, anyway.
Three are committed in advance
to disliking it.
Three feel a vague pang
but have leaking taps and traffic jams
to think about.
Two like it
and wouldn’t mind telling you so,
but don’t know how.
Another is busy preparing questions
about pat ironies
and identity politics.
The tenth is wondering
whether you wear contact lenses.

And we,
as soiled as anyone else
in a world addicted
to carbohydrates
and words,

still groping
among sunsets and line lengths and
slivers of hope

for a moment
unstained
by the wild contagion
of habit.

 

*

 

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza

per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

 

L’India dell’anima – Antologia di poesia femminile indiana contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006), trad. it. Andrea Sirotti

Sujata Bhatt

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Muliebrity

I have thought so much about the girl
who gathered cow-dung in a wide, round basket
along the main road passing by our house
and the Radhavallabh temple in Maninagar.
I have thought so much about the way she
moved her hands and her waist
and the smell of cow-dung and road-dust and wet canna lilies,
the smell of monkey breath and freshly washed clothes
and the dust from crows’ wings which smells different-
and again the smell of cow-dung as the girl scoops
it up, all these smells surrounding me separately
and simultaneously – I have thought so much
but have been unwilling to use her for a metaphor,
for a nice image – but most of all unwilling
to forget her or to explain to anyone the greatness
and the power glistening through her cheekbones
each time she found a particularly promising
mound of dung –

 

*


Femminilità

Ho pensato a lungo a quella ragazza
che raccoglieva sterco di vacca in un’ampia cesta rotonda
lungo la strada principale che passava da casa nostra
e dal tempio Radhavallabh a Maninagar.
Ho pensato a lungo al modo in cui lei
muoveva le mani e i fianchi
e all’odore di sterco e di polvere di strada e di gigli di canna umidi,
l’odore di fiato di scimmia e di abiti appena lavati
e la polvere dalle ali dei corvi che ha un odore diverso
ed ancora l’odore di sterco mentre la ragazza lo raccoglie
tutti questi odori che mi circondavano separatamente
e simultaneamente. L’ho pensata a lungo,
ma non volevo usarla per una metafora,
per una bella immagine, ma soprattutto non volevo
dimenticarla o spiegare a chiunque la grandezza
e la forza che rilucevano dai suoi zigomi
ogni volta che trovava un mucchio di sterco
particolarmente promettente.

 

L’India dell’anima, antologia di poesia femminile indiana contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006), a cura di Andrea Sirotti