Beatrice Cristalli

beatrice cristalli
Del buio esaurito

«Per cui, non farti perdonare».
Mai che mi fosse accaduto considerarti
Un progetto, ma un suono di qualche buona tecnica.
Non c’è tuttavia rimedio al voler essere
A tutti i costi; a quest’ora, se hai bisogno, trovi
Qualche pezzo di ciabatta e le immagini
Della sera delle scelte.

È tardi – era davvero presto – per
Commettere ancora qualche grosso sbaglio.
Il tempo di riordinare la posa
O di chiarire gli spasmi; ma le chiavi
Non erano già più,
Non erano più gli anni,
Gli attimi, le vigorose alleanze del vivere.
Inventerei,
per ricominciare dove
La disillusione pesava.

Screpolato il ventre – ma non è poi
Così male essere e basta – le parole
Non frugano più. Nell’adagio tutto
Può schiudersi in un’annoiata bugia
O in un pianto che voleva stare da solo
Nell’umido che sempre salva.

Guarda che sei libero, verrà un ladro
E vorrà rubarti perché non potrà mai capire.
Essere le immagini della sera
Delle scelte, delle rivolte mature,
essere tutte le mie volte; al di qua
della tua mano la riva da cui le buone
proposte ripresentano le mancanze
e credono di essere cambiate.
Non è vero niente.

 

© Inedito di Beatrice Cristalli

© Foto di Samantha Wally Faini

Francesca Serragnoli

serragnoli interno poesia
I tuoi occhi proteggono il ghiaccio
da un tonfo violento in mare
una glaciazione è la tua mano
chiusa fra cielo e terra
i tuoi passi sfogliano i cristalli
balene sepolte accanto a farfalle
hanno nascite fradicie, antiche
un grigio balzo è la neve
dai capelli scivola sulle guance
lì riaffiora il sangue.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli

Ieri notte a Bologna
la pioggia fine di ottobre
ha continuato a cadere
in ginocchio rifaccio
il gesto del cielo
quando scende rosa
sulle tue spalle, l’ombra
è un calice bevuto lentamente
rimane il fondo, un bisbiglio
un rubino che sfugge all’oblio

quanto cielo fra noi
due milioni, forse cento
la distanza che patiscono le stelle
è un sorriso spaccato in due
orizzonti lacerati dallo spazio
il cielo è niente, arrossisce
come prima di un bacio.

a E.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

francesca serragnoli

Che farai, Dio, se muoio?
Rainer Maria Rilke

 

Luccica come una gabbia il mio futuro
è ritornato mare calvo
l’orizzonte è un bisturi profondo
piega il ferro della schiena.

Sott’acqua la confusione diventa impazzimento
muovo il mio corpo
rompo il mio corpo
non so tenere la testa
occhi salati
fili scoperti in faccia.

Se non fosse che vivo ancora
ogni attimo aspettando
lascerei cadere il sangue torturato
nel mare bocca di lupo.

Le stelle sono i tuoi occhi gialli
e non è nemmeno la feroce spina del suo pelo
anche l’alga leggera esce dalle profondità
ed è una sorgente tutta sparsa
dai pori entrano ed escono le vele dei peccati.

La mia vita è anche questo squarcio
ho un cuore spaventato
penso ai tuoi capelli bagnati
alla pioggia dei suoi occhi
che ti corre nella schiena.

 

Aprile di là (LietoColle, 2016)

Antonio Riccardi

Riccardi

Dio conosce ogni cifra in radice.
Così mio padre: inerzia e gravità
avute in credito da frutta,
ogni biolca una quota di profitto
e un merito dalla terra.

Mio padre è un uomo mansueto,
risana la natura
nel sentiero per il fosso di Rì.
D’estate i gamberi muovono le tane
nelle bocche di tufo del fosso,
salgono fiduciosi al mattino,
alle opere del mondo.

 

Il profitto domestico (Mondadori, 1996)

© Foto di Dino Ignani

Matteo Marchesini

Matteo-Marchesini

Fatti

Il Male è solo quello che va a male.
Ce n’è comunque, ovunque, in ogni caso.
Tutto è emergenza, sì, e tutto è ridicolo

se il cosmo è una questione personale.
Ci si ammala, si muore, il volto è abraso
da tempo, si moltiplica il pericolo

per i prossimi e il fato generale.
Storni l’occhio davanti al cane invaso
dalla rabbia, e lo citi in un articolo:

ti vendichi del Caso universale
sciogliendo nell’Universale il caso
singolo e muto, nella rete il vicolo,

fitte ipotassi in slogan per le scene,
in sinfonia lo strido delle pene
del toro di Falaride Tivù.

Prima non sai, poi sai, poi non sai più
la verità che ti stringe in catene:
che oggi il Male è il microfono del Bene.

 

Cronaca senza storia. Poesie 1999-2015 (Elliot, 2016)

Sonia Lambertini

lambertini

Per sottrazione, mi ripeto.
Due passi in avanti
conto fino a tre
mi guardo alle spalle
e vedo che non sono
mai arrivata più in là del sei.
Il chiodo fisso di controllare le cose
con la matematica, un movimento:
meno anni, meno possibilità
meno tempo e luce
e poche parole
corte, le preferisco.
Il segno meno è una linea orizzontale
una lama sul collo,
un peso insopportabile.

 

Danzeranno gli insetti (Marco Saya, 2016)

Roberto Roversi

150912 - Roberto Roversi poeta nel 1998 (Pendragon) Foto Nucci_Benvenuti poesia Palmaverde

XXIV

È l’anno ’68? l’anno ’77? l’anno 2006?
A Bologna
(Italia numero ventiquattro sconquassata da mille mani e colori)
l’estate scoppia sempre con lunghi singhiozzi
con ululi di sirena sperduta nel mare in notti profonde.
Contro la porta di una chiesa giovani appena
nati stanno distesi. E aspettano.
Il cielo soffia sulla loro pelle che stride
perché non riescono a dimenticarsi di vivere.
C’è ancora un vecchio che ascolta esplodere la canzone delle pietre.
Un’ondata travolge la piazza.
Le torri sono tronchi di un legno molto duro.
I giovani hanno capelli di ferro e gli occhi di creta.
Si muove il vecchio con uno sputo che è un mare.
Tutti lasciano i buchi dove si va per confondersi
per visitare un amico o per piangere in solitudine.
Galoppa per la pianura il dolore incontro a un altro dolore.
È vero che all’alba
la vita è un’oliva verde appassita strizzata
e molti sembrano sulla riva in procella di
un fiume distesi.
Il giorno si mette a gridare a chiamare chiamare
le formiche pazienti
che alzano un muro con le seguenti parole:
Noi non dimentichiamo mai i morti.
Noi siamo uomini e anche noi piangiamo.
Ci guardiamo le mani che stretti i fucili
ma non odiamo.
Sulla piazza di giovani barbe sbatte il respiro
da primo giorno del mondo.
È lì che ciascuno ha vicino una mano. Una mano.
E non si lascia incantare.

 

Trenta miserie d’Italia (Sigismundus, 2011)

Francesca Serragnoli

serragnoli interno poesia

Arrivavi come un venticello
con valigie non per rimanere
ti stancavi affaticato
rimani ancora un po’
dicevo al sangue sulle braccia
posato come una Pietà
spegneva Dio con due dita
il lumicino brevissimo
la morte diventava arietta, cosa di fiato
alito di vento sul volto immobile
della statua inclinata sul fondale
che ha sentito le braccia sgretolarsi
e sul capo ammucchiarsi le foglie.
Ti rivedrò un giorno?
mi verrai vicino, ricorderai d’avermi conosciuto
sull’orlo dell’acqua riaffiorerà un tremito.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Antonio Delfini

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Avvertimento

Non venite con me
ché sono solo
E andar coi solitari
è come andar di notte
per le strade senza luce
Essi non vi danno nulla
che vi serva nella vita
Sono gente povera
che non ha da dire
se non dio mio mio dio
O senza soldi o senza idee
che facciano per voi
Sono tutti poveri
tutti abbandonati
con un sorriso triste
sulle labbra bianche
Sanno far dei segni
sanno balbettare
ma solo in modo strano
Voi non ci capireste

Non vi annoiate per carità
lasciatemi innocente
della vostra noia

 

Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo (Einaudi, 2013)