Francesca Serragnoli


Quando dai il cambio alle colline
al cielo esausto di febbraio, sconfitto
hai un chiaro delicato verde bottiglia
una dilagante profondità di fiume

quando vi date il cambio tu e il tramonto
a ritmi imprecisati
mi confondo e non so dove guardare

se dai il cambio al cielo
nel momento in cui si oscura
quando il blu mi lascia sola
l’infinito sceglie le tue mani

il vetro dell’eurostar trattiene
il prezioso peso di un’ombra
ferita da un riflesso
una divinità passeggera, tremante
che ha nei miei occhi
le sue candele.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli


Si dovrebbe avere il coraggio di morire
in un luogo dove la vita si ricompone
osservando un albero che abbiamo amato
portare mio padre lì, seduto
senza fare niente
insieme al vento dolce
che lo porterà via, un giorno
ora che rimanere fuori casa
non è più un pericolo
il sorriso del primo sole di maggio
ha per i vecchi il pudore di una madre
le rondini girano attorno
come una mano che sbatte
un uovo con lo zucchero
non c’è fretta, prenditi tutto il tempo
di mangiare e alzare gli occhi
contro quel volto scolorito
che torna a riprenderti la mano
ed io dividerò con lei
un cucchiaio e poi l’altro.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli
Ogni volto ha il suo vento
due dita fredde lo sfiorano talvolta
nel camminamento, il blu ha la vastità
di un arco e poi di un altro, il trucco
scende fino alle ginocchia
non osa toccare terra, lo trattiene
qualcuno che si volta
una parola detta a metà.

Seguiranno i giorni dove il bruciore
della quasi primavera conserverà
intatto lucido controluce
un raggio di vetrata, di polvere
ho scoperto che la notte mi guarda con soggezione
i suoi occhi bassi non riesco più
a incrociarli, il pianto è un lago freddo
dove nemmeno più riesco ad entrare.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Beatrice Cristalli

beatrice cristalli
Del buio esaurito

«Per cui, non farti perdonare».
Mai che mi fosse accaduto considerarti
Un progetto, ma un suono di qualche buona tecnica.
Non c’è tuttavia rimedio al voler essere
A tutti i costi; a quest’ora, se hai bisogno, trovi
Qualche pezzo di ciabatta e le immagini
Della sera delle scelte.

È tardi – era davvero presto – per
Commettere ancora qualche grosso sbaglio.
Il tempo di riordinare la posa
O di chiarire gli spasmi; ma le chiavi
Non erano già più,
Non erano più gli anni,
Gli attimi, le vigorose alleanze del vivere.
Inventerei,
per ricominciare dove
La disillusione pesava.

Screpolato il ventre – ma non è poi
Così male essere e basta – le parole
Non frugano più. Nell’adagio tutto
Può schiudersi in un’annoiata bugia
O in un pianto che voleva stare da solo
Nell’umido che sempre salva.

Guarda che sei libero, verrà un ladro
E vorrà rubarti perché non potrà mai capire.
Essere le immagini della sera
Delle scelte, delle rivolte mature,
essere tutte le mie volte; al di qua
della tua mano la riva da cui le buone
proposte ripresentano le mancanze
e credono di essere cambiate.
Non è vero niente.

 

© Inedito di Beatrice Cristalli

© Foto di Samantha Wally Faini

Francesca Serragnoli

serragnoli interno poesia
I tuoi occhi proteggono il ghiaccio
da un tonfo violento in mare
una glaciazione è la tua mano
chiusa fra cielo e terra
i tuoi passi sfogliano i cristalli
balene sepolte accanto a farfalle
hanno nascite fradicie, antiche
un grigio balzo è la neve
dai capelli scivola sulle guance
lì riaffiora il sangue.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli

Ieri notte a Bologna
la pioggia fine di ottobre
ha continuato a cadere
in ginocchio rifaccio
il gesto del cielo
quando scende rosa
sulle tue spalle, l’ombra
è un calice bevuto lentamente
rimane il fondo, un bisbiglio
un rubino che sfugge all’oblio

quanto cielo fra noi
due milioni, forse cento
la distanza che patiscono le stelle
è un sorriso spaccato in due
orizzonti lacerati dallo spazio
il cielo è niente, arrossisce
come prima di un bacio.

a E.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

francesca serragnoli

Che farai, Dio, se muoio?
Rainer Maria Rilke

 

Luccica come una gabbia il mio futuro
è ritornato mare calvo
l’orizzonte è un bisturi profondo
piega il ferro della schiena.

Sott’acqua la confusione diventa impazzimento
muovo il mio corpo
rompo il mio corpo
non so tenere la testa
occhi salati
fili scoperti in faccia.

Se non fosse che vivo ancora
ogni attimo aspettando
lascerei cadere il sangue torturato
nel mare bocca di lupo.

Le stelle sono i tuoi occhi gialli
e non è nemmeno la feroce spina del suo pelo
anche l’alga leggera esce dalle profondità
ed è una sorgente tutta sparsa
dai pori entrano ed escono le vele dei peccati.

La mia vita è anche questo squarcio
ho un cuore spaventato
penso ai tuoi capelli bagnati
alla pioggia dei suoi occhi
che ti corre nella schiena.

 

Aprile di là (LietoColle, 2016)

Antonio Riccardi

Riccardi

Dio conosce ogni cifra in radice.
Così mio padre: inerzia e gravità
avute in credito da frutta,
ogni biolca una quota di profitto
e un merito dalla terra.

Mio padre è un uomo mansueto,
risana la natura
nel sentiero per il fosso di Rì.
D’estate i gamberi muovono le tane
nelle bocche di tufo del fosso,
salgono fiduciosi al mattino,
alle opere del mondo.

 

Il profitto domestico (Mondadori, 1996)

© Foto di Dino Ignani

Matteo Marchesini

Matteo-Marchesini

Fatti

Il Male è solo quello che va a male.
Ce n’è comunque, ovunque, in ogni caso.
Tutto è emergenza, sì, e tutto è ridicolo

se il cosmo è una questione personale.
Ci si ammala, si muore, il volto è abraso
da tempo, si moltiplica il pericolo

per i prossimi e il fato generale.
Storni l’occhio davanti al cane invaso
dalla rabbia, e lo citi in un articolo:

ti vendichi del Caso universale
sciogliendo nell’Universale il caso
singolo e muto, nella rete il vicolo,

fitte ipotassi in slogan per le scene,
in sinfonia lo strido delle pene
del toro di Falaride Tivù.

Prima non sai, poi sai, poi non sai più
la verità che ti stringe in catene:
che oggi il Male è il microfono del Bene.

 

Cronaca senza storia. Poesie 1999-2015 (Elliot, 2016)

Sonia Lambertini

lambertini

Per sottrazione, mi ripeto.
Due passi in avanti
conto fino a tre
mi guardo alle spalle
e vedo che non sono
mai arrivata più in là del sei.
Il chiodo fisso di controllare le cose
con la matematica, un movimento:
meno anni, meno possibilità
meno tempo e luce
e poche parole
corte, le preferisco.
Il segno meno è una linea orizzontale
una lama sul collo,
un peso insopportabile.

 

Danzeranno gli insetti (Marco Saya, 2016)