Fabrizio Cavallaro


Il paese delle cose amate
tenue, che non traballa
ai colpi di vento
o di tosse. È un futuro
di mese in mese,
giorno che discopre
ciò che la notte solleva.

*

Steso sul divano
arreso – il divano
non lui – al peso
di quel corpo
mitico indifeso
vilipeso
ai baci.

*

Vedo tutto farsi aria
aria le mani, le dita
aria le carezze
il bosco, il recinto
regni intoccabili
in cui chiudi i pensieri
e ne fai rami appesi
al vento delle soglie.

*

Quale sarà mai l’alfabeto
delle carezze? Cosa possono
sanno dire le mani
aperte o semichiuse
sul diario della carne,
sulla copertina della pelle?

 

 

Di seconda virtù (Interno Poesia, 2017)

Domenico Cipriano


(a Pier Paolo Pasolini)

Si diradano (le nuvole)
con la passione che restituisce la bellezza del creato. Nulla è
immobile, tutto ha un respiro incessante
anche il corpo morto col tempo si dissolve
o si eleva nel ricordo. Le parole
le interminabili visioni

l’anfiteatro della vita che non ostacola il male
e precipita. Le confessioni, i segreti.
Tutto ha un divenire, un’acerba contestazione
o la richiesta di un miracolo. Ferma il paesaggio.
Ciò che convive. La periferia del pensiero
che ci crolla addosso. Ora. In ogni istante.

Sono altri i volti sudici, altre le braccia vigorose
a chiedere pietà al cielo. Cambiano i nomi
l’idioma che non riconosciamo. Resta tutto identico
negli occhi. A queste nuvole
che si deformano umane
sappiamo solo chiedere (ancora) un segno di perdono.

 

© Inedito di Domenico Cipriano

© Foto di Dino Ignani

Sergej Georgievič Stratanovskij


Dio è nelle cose di ogni giorno:
nei magazzini d’ortofrutta, nelle fabbriche
nel caos degli incontri calcistici
nel boccale di birra di un chiosco
Nella noia, nelle lacrime scorate
nelle lettere di un’offesa amorosa
nei recessi delle querce bibliche
nel tremito della carne esangue di paura
l’umile colcosiano osserva
la Sua tenda di tessuto fine
nello studio ha impastato i Suoi colori
un pittore dalla vista acuta
chi è Costui? Un Padre dai tanti volti
dentro occhiute cattedrali
o un bambino che gioca
con una nuova stella del mattino?

 

Buio Diurno (Einaudi, 2009), a cura di A. Niero

Milo De Angelis


Eppure ci proibivamo
l’aria degli altri: anche tu
che ti dai in favore di esseri
e la tua tentazione è parola
tra le classi.
Dovevamo pagare
ancora, in cantina.
Mentre il cavo alle mani e uccidere
con la corrente nelle pupille:
l’attimo dell’offerta, se volevi, per scintillarle.
Senza imparare il presagio, affrontandoci,
il gesto meno certo. Niente
andava aggiunto
perché nemmeno un’opera
è già espiata
e le nostre mutilazioni
erano solo un inizio.
Ti sei fatto vedere, lasci
tracce, tu che rinneghi
le mosche massacrate nell’olio
per un dolore pubblico, nell’azione.
E sei lontano, ami tra i denti
una donna
che non cederà la sua salvezza.

Noi siamo la famiglia ferma
nella nascita. Noi ti chiediamo.

 

Tutte le poesie 1969-2015 (Mondadori, 2017)

Giovanna Rosadini


Vigilia di partenza

Fuori, la perfezione del giorno,
alto e pieno nella luce alata delle cose,
gli alberi mossi appena da un’aria
lieve, il morbido gioco dei colori posati
sul mondo, le finestre aperte alla clemenza
della nuova stagione, il ritrovato tepore
del tocco del sole. Dentro, si prepara
un’altra tua partenza, anche questi giorni
insieme sono ormai quasi finiti, figlio
che ci hai abituato alle tue assenze, ragazzo
ormai cresciuto nei luoghi di asserite lontananze.
Chi ci risarcirà dell’infinito tempo passato
lontani, delle ombre che ci hanno tinto
lo sguardo, dei pesi sul cuore patiti.
Solo una grande distanza ci ha guarito
dalla nostalgia, e ha permesso
che tornassimo a guardarci per intero,
di nuovo, in un tutto ancora vero.

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© foto di Dino Ignani

Pierluigi Cappello


Le belle lettere

A Eraldo Affinati

 

I polpastrelli premuti sulla terra battuta,
la combustione degli istanti liberata in uno scoppio
nel corpo lanciato verso cento metri che non finiscono più
che sono già finiti,
i lunghi ritorni a casa, estenuanti,
dove qualcosa dentro noi andava puntellato
nella desolazione, per catturare il mondo in un dettaglio,
come guardato attraverso una fessura.
Siamo antichissimi e giovani,
abbiamo visto Vienna liberata dai cavalieri alati,
chiuso le belle lettere in un tascapane,
accanto alle cartucce
scalato le marce e aperto il gas in un ruggito
dopo l’ultima curva
e ancora la bellezza e il dolore sono un cielo
che entra nella voce e la spezza.
Non orgoglio del compito svolto
ma per orgoglio del compito
qualcosa rimane del nostro dire
abbiamo inciso i nomi sul tronco folgorato,
siamo passati di lì.

 

Stato di quiete. Poesie 2010-2016 (BUR Rizzoli, 2016)

Alessandro Mantovani


Pesca notturna

Sono andato di notte
nelle cime da cui si vede
bene il mare
svellendo con attrezzi in fila
le radici lasciate a maturare
tra le crepe radiose della giovinezza.

Ne ho fatto polpa da masticare
per una certa evoluzione
alleggerire i carichi i bastimenti,
tentare un’esecuzione e dividere le leggi

ma sai, guardando bene il mare
sulla terra solo si piange
e le ombre e le corone di spine
amare dappertutto nel nero del flutto,
il lutto delle spigole. Le reti. Lampare.

 

© Inedito di Alessandro Mantovani

Violeta Medina Méndez


Es cuestión de tiempo
borrarse en el espejo
asomarse con las palabras
que no han sido disparadas
y desaparecer en
el trozo de vidrio
que mira descarnado,

los ojos no son los tuyos ni los míos,

la transparencia se quedó
en otro continente
donde los pájaros no se han marchitado.

No busques, no palpes,
la noche ya no es nuestra.

El agua está trizada.

 

 

*

 

 

È questione di tempo
cancellarsi allo specchio
guardare fuori con le parole
che non sono state buttate fuori
e sparire nel
pezzo di vetro
che fissa scarno,

gli occhi non sono i tuoi né i miei,

la trasparenza è rimasta
in un altro continente
dove gli uccelli non sono appassiti.

Non cercare, non toccare
la notte non è più nostra.

L’acqua è fatta a pezzi.

 

 

© Inedito di Violeta Medina Méndez

© traduzione di Laura Pugno

Francesca Serragnoli


Si dovrebbe avere il coraggio di morire
in un luogo dove la vita si ricompone
osservando un albero che abbiamo amato
portare mio padre lì, seduto
senza fare niente
insieme al vento dolce
che lo porterà via, un giorno
ora che rimanere fuori casa
non è più un pericolo
il sorriso del primo sole di maggio
ha per i vecchi il pudore di una madre
le rondini girano attorno
come una mano che sbatte
un uovo con lo zucchero
non c’è fretta, prenditi tutto il tempo
di mangiare e alzare gli occhi
contro quel volto scolorito
che torna a riprenderti la mano
ed io dividerò con lei
un cucchiaio e poi l’altro.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Marilena Renda


La fine della storia è dove c’è la firma
di chi l’ha scritta, lo scrittore, l’autore.
Non so la fine e nemmeno l’inizio,
ma anche se chiedi agli altri,
non te lo dirà nessuno,
qui tutti usano concetti relativi
e comandano di saperli a mente.
Ma molte cose sono se stesse per convenzione,
nient’altro. Potrebbero in un attimo
diventare qualcos’altro, senza per questo
soffrire più di tanto.
Sono nato da una donna,
ma ho imparato tutto dalle locuste.
Se così fosse nessuno potrebbe dire niente.
Ho visto mio padre con un’altra donna, e poi ho perso la visione.
Devo stare fermo tutto il giorno,
ma a un certo punto – forse – potrò muovermi.


Poesia d’oggi. Un’antologia italiana
(Elliot, 2016)