Sofia Fiorini

sofia fiorini
Mi si attacca dovunque la terra
mentre vengo da te e soltanto
vorrei non avere le suole,
per assicurarmi il tuo volto
potere allungare una mano;
ti prenderà come un vento sordo
questo ritornarti grato in mano
per il niente che hai dovuto
e mi ricorderai lontano
come ciglio di volpe selvaggio
sperando, avvicinarti il muso
– e il sospetto natura del bosco;
è fuori d’attitudine questo
coraggio feroce della bestia
mia più umana, talmente che
alla carezza offre la vita,
porge il nodo più chiaro d’offesa
mentre muto le spogli la gola.

 

La logica del merito (Interno Poesia, 2017)

 

Post originale del 5 aprile
 7a poesia più letta del 2017

Michele Mari


Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.

Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante

 

Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007)

 

Post originale dell’8 agosto
8poesia più letta del 2017

Maria Grazia Calandrone


se, da adulti, riappare
la bianca terra iniziale
che avevamo negli occhi da bambini,
siamo tornati quelli che eravamo

bassi, vicini al senso delle cose,
corolle aperte
a un palmo da terra

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

© Foto di Dino Ignani

 

Post originale del 21 gennaio
9poesia più letta del 2017

Franco Loi

franco_loi
Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

 

*

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

 

Liber (Garzanti, 1988)

© Foto di Dino Ignani

 

Post originale del 21 gennaio
10poesia più letta del 2017

Mariangela Gualtieri


Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.

 

Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006)

Post originale del 5 dicembre 2014
Poesia italiana più letta

Giulia Martini


Il deserto è questo lungometraggio
tra le tue iridi e il microasiatico
sintetico foulard, dove lenteggia
la memoria come natura morta

in preda a faraoni iconoclasti.
Là stilli ancora poche le tue resine,
tra il lungosenna e questo anniversario
passato a leggere I tre moschettieri.

Più spesso ti riversano leggende
metropolitane – Cloto, Lachesi
ti litaniano in nuove dinastie:

ittiti, galli, garamanti, dauni,
messeni, medi, lapponi, mirmidoni,
etei etei etei, tirreni danai.

 

© Inedito di Giulia Martini

Maria Del Vecchio


Simulacro

Ho fabbricato con queste
mie mani
(quelle stesse che per anni
t’hanno scelto, accarezzato,
succhiato qualche organo)
una statua di te
simulacro del mio disamore.
Di notte,
nel grano bagnato
striscio come una serpe
mi arrosso le gambe,
arrivo ai tuoi piedi
e col piccone ti abbatto,
ma lieve è il mio mestiere
perché solo tu possa
sapere il perdono.
Non devi pagare le mie pene,
ne sono ancella e custode gelata:
io rido.

 

Arimanere (Interno Poesia Editore, 2017)

Preordina il libro: www.produzionidalbasso.com/project/arimanere

© Foto di Marco Di Gioia

Nazim Comunale


Venezia non esiste

La bellezza intatta del mondo
sta nelle vene limpide
e nelle mani forti del giovane contadino di Nyaungshwe,
nel suo carretto stracolmo di agli e pomodori,
nel suo sguardo rotondo, capiente, esatto.

La bellezza intatta del mondo
sta nella sponda sinistra del lago,
nel cane zoppo che gioca con la merda di un bufalo,
nell’odore acre del pesce essiccato,
nella lenta serieta’ del vecchio all’angolo di Main Road
nell’allestire il suo stand di palloncini colorati.

La bellezza intatta del mondo
sta negli occhi di chi esce di casa a fumare
e vedere la città svegliarsi
tra benzina, coriandolo e frittelle,
nelle pose assorte della piccola dea del mercato,
nei mondi semplici e paralleli
del guidatore di risciò immerso nel suo
libro prezioso e sgualcito.

La bellezza intatta del mondo sta
nelle venditrici di fiori
accovacciate sul marciapiede,
perfettamente all’altezza
del tubo di scappamento dei motorini,
nel fumo dolce dei sigari verdi,
nel sipario perfetto della foschia
e delle quinte dei monti.

La bellezza intatta del mondo sta
nella devozione del monaco
che medita nella grotta,
nell’estasi della sua sofferenza,
nella polpa stopposa del tamarindo,
nel frastuono celeste
della barca a motore,
nel silenzio della pagoda.

Con le dita del mio sguardo imperfetto
ti sfioro, mondo,
e per la tregua di un più largo respiro
sono semplice e puro
come ieri.

Mondo, vienimi addosso lento,
sottrai il tempo alle smanie dei fessi,
alle ansie del calendario.
Mostrami la foto, la fine, la fauna.

Perché la tua bellezza intatta sta
nella scrittura arcana,
in questa intraducibile pace,
nell’indicibile voce,
nelle bugie della luce,
nella fortuna dell’esploratore
e nell’oro segreto dell’Amazzonia,
che è il luogo della metafora.

Porgimi gli spigoli con mano lieve,
arancia boreale,
dimmi di Orwell, di Verne, di Kipling,
mostrami la foce a gambe aperte dell’Irawaddy,
raccontami tutte le ipotesi di cui
non sarò mai capace.

Poiché Venezia non esiste
ed è impossibile non essere circolari qui in Oriente.

E allora da levante a ponente
levami di dosso la malinconia,
ponimi in ascolto,
che la bellezza intatta del mondo sta
nelle vene limpide e nelle mani forti
del giovane contadino di Nyaungshwe,
nel dorso della sua mano
d’argilla cotta al sole,
nella gloria del bambù,
nella bava azzurra del loto.

La bellezza intatta del mondo
sta in quella voce che sai
alla radio,
nell’arte paziente delle tessitrici,
nella foga dolce dei fabbri,
nei fatui furti della retorica umana.

Un cielo ch’è sputo stupefatto di stelle
forse saprà salvarti dalla tua furia animale
intrappolato nella disciplina di
un’impossibile foresta.

Perché la bellezza intatta del mondo sta
nella scienza esatta dei metalli,
nel polpaccio del barcaiolo,
nel fango sul fondo del lago.

La bellezza intatta del mondo sta
nella visita,
nel viaggio,
nel dono.

Fammi dono di un’altra visita,
mondo,
vienimi addosso lento,
portami in viaggio,
mi slaccerò l’anima
e proverò a dirti.

Perché la tua bellezza intatta del mondo sta
in ciò che ci aspetta dopo la pagina,
nel latrato randagio dei cani,
nel cibo di strada,
nelle bucce di oggi,
nei semi di domani.

Perché gli uccelli ignorano
le costellazioni di Galileo
e le illusioni della Buddità
ma sanno dove finisce
la collera del mare.

E la bellezza intatta del mondo sta
nelle vene limpide…
(ad libitum)

 

© Inedito di Nazim Comunale

Shu Ting

Il muro

Non ho modo di resistere al muro
ho solo il desiderio di resistergli.

Cosa sono io?
Lui cos’è? Forse è lui
la mia pelle che pian piano invecchia
insensibile alla pioggia e al vento
come insensibile al profumo dei fiori,
o forse anche,
io sono solo un ciuffo di piantaggine
che decora le sue crepe fangose,
io sono il caso, lui la necessità.

Di notte, il muro si anima,
stende i suoi molli tentacoli,
mi stringe, mi soffoca,
mi adegua a ogni forma.
Spaventata corro in strada,
e scopro che lo stesso incubo
è legato al tallone d’ogni uomo.
Sguardi orribili,
muri di ghiaccio.
Ah, ho capito,
ciò cui devo resistere anzitutto è:
un compromesso col muro,
e l’insicurezza di fronte a questo mondo.

 

 

Nuovi poeti cinesi (Einaudi, 1996), trad. it. C. Pozzana, A. Russo