Charles Simic

simic

Snowy morning Blues

The translator is a close reader
He wears thick glasses
As he peers out the window
At the snowy fields and bushes
That are like a sheet of paper
Covered with quick scribble
In a language he knows well enough
Without knowing any words in it.

Only what the eyes discern
And the heart intuits of its idiom
So quiet now, not even faint
Rustle of a page being turned
In a white and wordless dictionary
For the translator to avail himself
Before whatever words are there
Grow obscure in the coming darkness.

 

*

 

Blues di un mattino di neve

Il traduttore è lettore e critico.
Porta lenti spesse
mentre guarda fuori dalla finestra
i campi e i cespugli innevati
che sono come un foglio di carta
coperto di scarabocchi veloci
in una lingua che sa abbastanza bene
senza saperne una sola parola,

se non quello che gli occhi distinguono
e il cuore intuisce della sua estraneità.
Che pace adesso, neppure il lieve
fruscio di una pagina voltata
in un dizionario senza parole, bianco,
di cui il traduttore possa valersi
prima che le eventuali parole
diventino oscure nel buio che scende.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. N. Gardini

Franca Mancinelli

Mancinelli-by Vito Panico
Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone che cade. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, il suo lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che finalmente ritorni. Disfi la valigia, ti scordi di partire.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Vito Panico

Sofia Fiorini

sofia fiorini
Mi si attacca dovunque la terra
mentre vengo da te e soltanto
vorrei non avere le suole,
per assicurarmi il tuo volto
potere allungare una mano;
ti prenderà come un vento sordo
questo ritornarti grato in mano
per il niente che hai dovuto
e mi ricorderai lontano
come ciglio di volpe selvaggio
sperando, avvicinarti il muso
– e il sospetto natura del bosco;
è fuori d’attitudine questo
coraggio feroce della bestia
mia più umana, talmente che
alla carezza offre la vita,
porge il nodo più chiaro d’offesa
mentre muto le spogli la gola.

 

La logica del merito (Interno Poesia, 2017)

Jane Hirshfield

-Hirschfield
Rain in May

The blackened iron
of the stove
is ticking into coolness
when the first drops
start against the roof.
It is late: the night
has darkened into this
like a fruit –
a sudden
pear-aroma fills the room.

Just before dawn
it comes up harder again,
a white, steady drum of day-rain
caught in the moon’s deep pail.
A battered tin-light
overspills ocean and sky,
hill opens to facing hill,
and I wake to a simple longing,
all I want of this ordinary hour,
this ordinary earth
that was long ago married to time:
to hear as a sand crab hears the waves,
loud as a second heart;
to see as a green thing sees the sun,
with the undividing attention of blind love.

 

*

 

Pioggia a maggio

Il ferro annerito
della stufa
si raffredda ticchettando
alle prime gocce
che iniziano a incontrare il tetto.
È tardi: la notte
s’è fatta scura così
come un frutto –
un sùbito
aroma di pere riempie la stanza.

Giusto prima dell’alba
ritorna più forte,
un bianco, costante rullio di pioggia diurna
preso nel secchio profondo della luna.
Una luce di latta ammaccata
trabocca di oceano e cielo,
colle che s’apre sul colle davanti,
e mi sveglio a un semplice desiderio,
ciò che voglio da quest’ora comune,
da questa terra comune
che in passato fu sposa del tempo:
sentire come un granchio sente l’onda,
forte come un secondo cuore;
vedere come una cosa verde vede il sole,
con l’attenzione esclusiva dell’amore cieco.

 

 

From: Jane Hirshfield Of Gravity & Angels, 1988
© traduzione di Loredana Foresta e Andrea Sirotti

Günter Herburger

Günter Herburger

Amore

È stato bello tesoro mio,
ora sei a nanna,
niente più avanti e indietro,
quasi hai smesso di strillare,
ecco l’altro cuscino, in braccio
l’orsacchiotto,
ma poi li scagli
tutti e due verso la finestra
che non si può aprire,
e io te li riporto,
succede varie volte,
ma quando ti bacio,
accarezzo i tuoi corti capelli grigi,
sono appena passati vent’anni
dalla prima volta,
allora ti fai immota,
non vuoi più strozzare
i bambini, te oppure me,
ti ritrovi almeno
nel piccolo vano chiuso
senza tavolo e senza sedie,
chiedi dell’acqua
ma basta
che tu pianga
stilla dopo stilla
giù dal volto
fino alla bocca,
da cui non mi separo.

 

Nuovi poeti tedeschi (Einaudi, 1994), trad. it. A. Chiarloni

Valerio Grutt

interno poesia valerio grutt ignani
Chi vede la mia ragazza non lo sa
che il suo cuore è un porto tranquillo
pieno di luce, con le barche alle funi
e la gente che aspetta l’ora del pranzo.
Chi mi vede non lo sa
che sono una nave inquieta
che cerca tempesta a ogni onda.

E chi ci vede insieme non sa
che siamo in due su un filo
sottilissimo tra pianeti in orbita
e insegne di slot e lavanderie,
siamo una casa storta sul fiume
che chiama pesci ed erbe alla festa.
Chi ci vede non vede
il diamante che riemerge
dopo millenni di buio.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Pietro Russo

russo
a Pietro C.,
che sa vedere

Di puro volere, accogliere i giorni
farli pietra angolare
del fiato a perdere. Per uno più grande
dove sei stato una volta e non è passato; per questo
custodisci la rimozione prossima
sui muri, il calendario che mangia le facce
e si sfarina. Non puoi
non vederlo: la città, fuori, ha sbagliato la vena
e forse non esiste e continua.
Credere i volti allora
dentro i palazzi, nella sequenza familiare
di cemento e panni stesi. Quando la sera
sembra più lontana e invece in qualche modo,
ogni volta ci sorprende.

 

A questa vertigine (Italic, 2016)

Gary Geddes

gary-geddes

What does a house want?

A house has no unreasonable expectations
of travel or imperialist ambitions;
a house wants to stay
where it is.

A house does not demonstrate
against partition or harbour
grievances;
a house is a safe
haven, anchorage, place
of rest.

Shut the door on excuses
greed, political expediency.

A house remembers
its original inhabitants, ventures
comparisons:
the woman
tossing her hair
on a doorstep, the man
bent over his tools and patch
of garden.

What does a house want?

Laughter, sounds
of love-making, to strengthen
the walls;
a house
wants people, a permit
to persevere.

A house has no stones
to spare; no house has ever been convicted
of a felony, unless privacy
be considered a crime in the new
dispensation.

What does a house want?

Firm joints, things on the level, water
rising in pipes.

Put out the eyes, forbid
the drama of exits,
entrances. Somewhere
in the rubble a mechanism
leaks time,
no place
familiar for a fly
to land
on

Palestine, 1993

 

“From What Does A House Want? Selected Poems, Red Hen Press, 2014. La poesia what does a house want non è inclusa nel volume, di prossima pubblicazione in Italia (2017-2018), On Being Dead in Venice, antologia che raccoglie testi e traduzioni apparsi su varie riviste online italiane insieme a poesie ancora inedite in Italia. Si ringrazia la redazione di Interno Poesia per averci consentito di riproporla”.

*

 

Cosa vuole una casa?

Una casa non ha aspettative irragionevoli
di viaggi o ambizioni imperialiste;
una casa vuole starsene
dove è.

Una casa non manifesta
contro partizioni o proteste
portuali;
una casa è un’oasi
sicura, ancoraggio, luogo
di riposo.

Chiudi la porta a pretesti,
avidità, calcolo politico.

Una casa ricorda
i suoi abitanti primi, azzarda
paragoni:
la donna
che scuote la chioma
su una soglia, l’uomo
chino sugli arnesi e il suo pezzo
di giardino.

Cosa vuole una casa?

Risate, rumori
d’amore, per rinforzare
le mura;
una casa
vuole gente, un placet
a persistere.

Una casa non ha pietre
da dar via; nessuna casa mai è stata accusata
d’un reato, a meno che la privacy
non sia considerata un crimine nella nuova
normativa.

Cosa vuole una casa?

Salde commessure, cose a livello, acqua
che sale nei tubi.

Strappa via gli occhi, vieta
il dramma di uscite,
d’entrate. In qualche luogo
fra i detriti un meccanismo
cola il tempo,
nessun punto
familiare perché una mosca
possa planarci
sopra

Palestina 1993

 

Testo e traduzione pubblicati per la prima volta su El Ghibli (Anno 9, numero 39, marzo 2013), trad. it. di Angela D’Ambra

Flaminia Cruciani

cruciani
Gli innominati

L’umanità sprofonda sotto
il peso della sua sentenza spirituale
nelle ferite inferte dalla menzogna,
banchi di nebbia
il mezzo dell’amore che ti portavi addosso
a confessione come un sacco
ti consumava il doppio di vita
un abbraccio di incertezza e fango
colmava il vuoto all’eternità.
Il vuoto si cimenta in un assolo assordante
colmo di ignoranza.
Ulcere sotto i miei piedi
procedo oltre il turno del mio dolore.
Il soffitto screpolato del mondo
crolla otto volte più pesante e brusco
tagliami la testa di argilla
schiuderò palpebre di paglia,
parlerò, d’accordo, demonio tentatore
racconterò in un canone breve
quella notte di novilunio durata anni
dirò lo sciagurato dente riposto
come refuso in bocca altrui
canterò le variazioni interrogative
che hanno accompagnato il diritto all’origine
intonerò piangendo l’urto delle virtù carnali
racconterò quelle stagioni silvestri
dagli innumerevoli petali
navigate senza albero maestro.
Vale appena un battito
e addormenterei il tempo ancora
lo incappuccerei alla spiacevole
circostanza dell’umanità posseduta
dall’equivoco nel suo apparato argenteo
riflessa su estremità di deliri irripetibili
periferie dell’umanità
riposte in illustri famiglie.

 

Semiotica del male (Campanotto, 2016)

© Foto di Dino Ignani