Giovanna Rosadini


Vigilia di partenza

Fuori, la perfezione del giorno,
alto e pieno nella luce alata delle cose,
gli alberi mossi appena da un’aria
lieve, il morbido gioco dei colori posati
sul mondo, le finestre aperte alla clemenza
della nuova stagione, il ritrovato tepore
del tocco del sole. Dentro, si prepara
un’altra tua partenza, anche questi giorni
insieme sono ormai quasi finiti, figlio
che ci hai abituato alle tue assenze, ragazzo
ormai cresciuto nei luoghi di asserite lontananze.
Chi ci risarcirà dell’infinito tempo passato
lontani, delle ombre che ci hanno tinto
lo sguardo, dei pesi sul cuore patiti.
Solo una grande distanza ci ha guarito
dalla nostalgia, e ha permesso
che tornassimo a guardarci per intero,
di nuovo, in un tutto ancora vero.

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© foto di Dino Ignani

Pierluigi Cappello


Le belle lettere

A Eraldo Affinati

 

I polpastrelli premuti sulla terra battuta,
la combustione degli istanti liberata in uno scoppio
nel corpo lanciato verso cento metri che non finiscono più
che sono già finiti,
i lunghi ritorni a casa, estenuanti,
dove qualcosa dentro noi andava puntellato
nella desolazione, per catturare il mondo in un dettaglio,
come guardato attraverso una fessura.
Siamo antichissimi e giovani,
abbiamo visto Vienna liberata dai cavalieri alati,
chiuso le belle lettere in un tascapane,
accanto alle cartucce
scalato le marce e aperto il gas in un ruggito
dopo l’ultima curva
e ancora la bellezza e il dolore sono un cielo
che entra nella voce e la spezza.
Non orgoglio del compito svolto
ma per orgoglio del compito
qualcosa rimane del nostro dire
abbiamo inciso i nomi sul tronco folgorato,
siamo passati di lì.

 

Stato di quiete. Poesie 2010-2016 (BUR Rizzoli, 2016)

Alessandro Mantovani


Pesca notturna

Sono andato di notte
nelle cime da cui si vede
bene il mare
svellendo con attrezzi in fila
le radici lasciate a maturare
tra le crepe radiose della giovinezza.

Ne ho fatto polpa da masticare
per una certa evoluzione
alleggerire i carichi i bastimenti,
tentare un’esecuzione e dividere le leggi

ma sai, guardando bene il mare
sulla terra solo si piange
e le ombre e le corone di spine
amare dappertutto nel nero del flutto,
il lutto delle spigole. Le reti. Lampare.

 

© Inedito di Alessandro Mantovani

Violeta Medina Méndez


Es cuestión de tiempo
borrarse en el espejo
asomarse con las palabras
que no han sido disparadas
y desaparecer en
el trozo de vidrio
que mira descarnado,

los ojos no son los tuyos ni los míos,

la transparencia se quedó
en otro continente
donde los pájaros no se han marchitado.

No busques, no palpes,
la noche ya no es nuestra.

El agua está trizada.

 

 

*

 

 

È questione di tempo
cancellarsi allo specchio
guardare fuori con le parole
che non sono state buttate fuori
e sparire nel
pezzo di vetro
che fissa scarno,

gli occhi non sono i tuoi né i miei,

la trasparenza è rimasta
in un altro continente
dove gli uccelli non sono appassiti.

Non cercare, non toccare
la notte non è più nostra.

L’acqua è fatta a pezzi.

 

 

© Inedito di Violeta Medina Méndez

© traduzione di Laura Pugno

Francesca Serragnoli


Si dovrebbe avere il coraggio di morire
in un luogo dove la vita si ricompone
osservando un albero che abbiamo amato
portare mio padre lì, seduto
senza fare niente
insieme al vento dolce
che lo porterà via, un giorno
ora che rimanere fuori casa
non è più un pericolo
il sorriso del primo sole di maggio
ha per i vecchi il pudore di una madre
le rondini girano attorno
come una mano che sbatte
un uovo con lo zucchero
non c’è fretta, prenditi tutto il tempo
di mangiare e alzare gli occhi
contro quel volto scolorito
che torna a riprenderti la mano
ed io dividerò con lei
un cucchiaio e poi l’altro.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Marilena Renda


La fine della storia è dove c’è la firma
di chi l’ha scritta, lo scrittore, l’autore.
Non so la fine e nemmeno l’inizio,
ma anche se chiedi agli altri,
non te lo dirà nessuno,
qui tutti usano concetti relativi
e comandano di saperli a mente.
Ma molte cose sono se stesse per convenzione,
nient’altro. Potrebbero in un attimo
diventare qualcos’altro, senza per questo
soffrire più di tanto.
Sono nato da una donna,
ma ho imparato tutto dalle locuste.
Se così fosse nessuno potrebbe dire niente.
Ho visto mio padre con un’altra donna, e poi ho perso la visione.
Devo stare fermo tutto il giorno,
ma a un certo punto – forse – potrò muovermi.


Poesia d’oggi. Un’antologia italiana
(Elliot, 2016)

Patrick McGuinness


The Age of the Empty Chair

In Monet’s The Beach at Trouville, it is week one of the Franco-Prussian war.
The chair lodges in the sand between two women. One reads, the other

points her face at the emptying beach. The chair belongs to no one,
it is a found chair, a trouvaille, and there is not one chair too many

but one sitter too few. A flag rigid on its pole indicates
a swelling in the air, or something stronger, and the rent waves,

delicate turmoils of spume and lace, are distant cousins of the revolution,
bound into the ebb and flow it breaks free of, then breaks back into.

There is sand in the paint; the place is mixed into its making,
and even the brushstrokes replicate the water’s peaks as they take

the light: rooves pell-mell across a city skyline, flashpoints in the sun.
The chair suggests all that can be suggested about change, but it remains

apart from it: the way a sail suggests the wind; the way a shell holds
a recording of the waves even as the waves turn around it.

 

*

 

L’età della sedia vuota

Ne La spiaggia a Trouville di Monet è la prima settimana della guerra franco-prussiana.
La sedia è sulla sabbia tra due donne. Una legge, l’altra

ha il viso rivolto alla spiaggia che si svuota. La sedia non è di nessuno,
è una sedia trovata, una trouvaille, e non c’è una sedia in più

ma una persona in meno. Una bandiera ritta sull’asta segnala
un muoversi dell’aria, o qualcosa di più, e le onde frante,

delicati tumulti di spuma e pizzo, sono lontane cugine della rivoluzione,
legata al flusso e riflusso da cui si rompe, e in cui di nuovo irrompe.

C’è sabbia nel dipinto; il luogo si fonde con la sua fattura,
e perfino le pennellate replicano i picchi dell’acqua quando prendono

la luce: tetti alla rinfusa su un orizzonte urbano, scoppi nel sole.
La sedia suggerisce tutto ciò che si può suggerire sul cambiamento, ma vi rimane

distaccata: così come una vela suggerisce il vento; come una conchiglia registra
il suono delle onde proprio mentre le onde le girano intorno.

 

L’età della sedia vuota (Il ponte del sale Editore, 2011), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Maria Grazia Calandrone


fototessera di Lucia Galante

sotto il vestito buono
preme l’esuberanza onesta della carne (tese
le cuciture sulle spalle)
ed è facile immaginare quel corpo
muoversi sotto il cielo vastissimo del grano di maggio,
stare nella compattezza
di un’esistenza sola
sotto il peso del cielo,
sentire il peso del cielo
e una valenza come di moltitudine che non va indagata
mamma, se dal centro del grano risale
lo stridore meccanico della tua morte
immatura come il grano di maggio
e perdonata
come si perdona un papavero
nella solitudine del grano,
come si perdona la vita
che non conosce altro che se stessa

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

© Foto di Dino Ignani

Chandra Livia Candiani


Siamo nuvole
i nomi complicano la tessitura
ma siamo nuvole,
notturne mattiniere
dipende,
oltraggiose spaurite
candide sprezzanti,
cavalieri e cavalcature
bastimenti e animali
siamo pronte
a dissolverci con fierezza
in quel tutto pacatissimo
del cielo ultimo
che ci affida il mondo.
Siamo nuvole
cambiamo vita di frequente
lì, sopra il disordine della realtà
il fondo
sereno delle cose,
la pioggia
la sete.

 

Fatti vivo (Einaudi, 2017)

Roberta Dapunt

dapunt

A chi pensa che io non sia di oggi,
io dico che il mio stare ad ascoltarlo è oggi.
Non è ieri, non sarà domani la mia attenzione,
bensí oggi. Oggi sono e sto qui davanti al foglio di carta,
sente forte il graffio di ogni mia parola.
Che da esse parte l’intimità quotidiana del mio corpo,
il suo nudo guardarmi è aderenza indubitabile alla realtà.
Da lui soltanto la mia vista, da lui il mio udito,
nelle sue mani l’umido nero degli orti in questo luogo
e sotto i piedi il fruscio verde e nel dicembre
il freddo a mostrare chiare le stelle.

Dunque, so di non errare. Non mi perdo,
finché posso tenermi forte a questo.

 

Le beatitudini della malattia (Einaudi, 2013)