Alessandro Moscè


Stazione di Roma

L’ombra immobile di Roma Termini
dove i maghrebini fumano sigari
scorre nell’aldilà
e si sente la purezza
nelle facce occhialute di chi si affretta ai binari,
di chi si affaccia dal finestrino dell’Intercity
che sfila via indolente.
La messicana chiede l’elemosina al binario 6
e sui capelli corvini si posa una mosca
mentre l’abusivo vende giornali e fazzoletti
agli studenti che si accodano.
Nella metropolitana buia
ci sono amori da reinventare
in una routine che non è più
nel ritardo della Freccia Rossa,
nel canto di un barbone senza fiato,
nella morsa di un biglietto da timbrare

 

© Inedito di Alessandro Moscè

Patti Smith


preghiera

con le calze di nylon o scalza
stracolma d’orgoglio o curva come l’amore
ramoscello o ballerina al vento
lo stesso vento ma fetido di porci
polline che dà la tosse o rosa
fantastica crudele diversa da tutto

fare a meno dell’apparecchiatura
da sala operatoria
essere immune da ogni danno fisico
conoscere l’amore senza eccezione
essere santa in qualsiasi forma

 

*

 

prayer

stocking feet or barefoot
immensely proud or bent like love
twig scaffold
gravedigger or dancer in wind
the same wind yet stinking of pigs
roses or the pollen which makes one cough
cruel fantastic unlike anything else

to have no need for the apparatus
of the operating room
to be safe from bodily harm
to know love without exception
to be a saint in any form

 

Il sogno di Rimbaud (Einaudi, 1994), trad. it. Massimo Bocchiola

Giovanna Rosadini


“– È stato solo un bacio, Libby –”
Philip Roth, Lasciar andare

Ogni cosa ha occhi e ali in questa
notte romana che pare contenere
un annuncio, sono contagiata dalla tua
leggerezza, ma seduti a cena nella sera
estiva, al Ghetto in mio onore,
parliamo con altre voci, pur specchiandoci
nelle pupille dilatate dell’altro.
Ha fatto freddo nelle nostre vite,
e forse questa sera è una parentesi
dovuta, di una mai avuta grazia passeggera.
Non mi sorprende il tuo tocco sulla mano,
è la conferma di una domanda
che chiede assoluzione, punto di arrivo
di una rincorsa che parte da lontano.

Cuore catafratto che prova a uscirsi fuori
e non risolve lo spavento redivivo,
avremo tempo per tornare ad esser soli…

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© Foto di Dino Ignani

Fabiano Alborghetti


Talvolta si alza e va allo stanzino
il passo malcerto a strisciar le ciabatte
le braccia allargate a far l’aeroplano
appoggiando la mano per reggersi al muro
perché vuol controllare
la fisarmonica:
se è sempre al suo posto
se è tutto a posto come lui lo ricorda
poi torna convinto ridacchiando un pochetto
poi ferma a metà con lo sguardo smarrito
non avendo capito che s’è alzato a fare
e resta così: grattandosi il capo e affondato nel nulla
le labbra socchiuse e quegli occhi vaganti:
ammainate bandiere che cercano un nome
un dito che punta
come a dir qualcosa che s’è appena scordato.
Non c’è neanche paura, cosa ha da temere?
È appena arrivato pur se qui da decenni
ma c’è qualcosa tra le pieghe dei gesti:
un corpo a corpo tra adesso e memoria
e nessun vincitore

nemmeno per te
che hai le parole in punta di lingua
e lo chiami per cena masticando il dolore
come ogni sera ripetendo la scena
e lui si siede e il gatto carezza
poi la certezza che dice a gran voce:
io da domani me ne torno ad Amelia.

 

Maiser (Marcos y Marcos, 2017)

Faraj Bayrakdar


Richiamo

Il tuo richiamo di colomba mi insegue la sera.
Inseguimi, allora.
E’ come il vino della poesia quando mi chiami
e io per causa tua
spingo i cavalli alle lacrime
piego le ali agli uccelli
sfioro il canto.
Il tuo richiamo è un’altalena
quando lo spazio si restringe
si restringe nell’assenza.
L’albero del cuore basta
se cade la nostra brezza
e noi cadiamo con lei?
E’ fatto del nostro sangue l’albero del cuore
o è solo illusione?
Una domanda che mi tormenta meteora dopo meteora
una rosa due rose
mi dormono sul braccio
e l’alba s’insinua azzurra
perché si bagni la rugiada
perché io la veda.
Per questa domanda gazzella
per quel che ci terrà imprigionati
nella rete della risposta
perché il cielo non si restringa.
Libererò uno stormo di giovani colombe
e aprirò le mie mura al loro domani.
Se mi annegheranno nel richiamo
annegherò
e se mi sveglieranno
lascerò aperta la finestra del sogno
e dormirò.

Sezione Palestina, 1987

 

Il luogo stretto (Nottetempo, 2016), a cura di Elena Chiti

Adonis


Oggi ho la mia lingua

Ho distrutto il mio regno
ho distrutto il mio trono, le mie piazze e i miei portici
e con la forza dei polmoni ho iniziato
a insegnare al mare le mie piogge, regalargli
il mio fuoco e le mie braci
a scrivere il tempo che verrà sulle mie labbra.

Oggi ho la mia lingua
ho le mie frontiere, la mia terra, il mio aspetto
ho popoli che mi nutrono con la loro incertezza
e si illuminano con le mie rovine e le mie ali.

 

I canti di Mihyar il Damasceno (Mondadori, 2017), trad. it. Fawzi Al Delmi

Francesca Serragnoli


Quando dai il cambio alle colline
al cielo esausto di febbraio, sconfitto
hai un chiaro delicato verde bottiglia
una dilagante profondità di fiume

quando vi date il cambio tu e il tramonto
a ritmi imprecisati
mi confondo e non so dove guardare

se dai il cambio al cielo
nel momento in cui si oscura
quando il blu mi lascia sola
l’infinito sceglie le tue mani

il vetro dell’eurostar trattiene
il prezioso peso di un’ombra
ferita da un riflesso
una divinità passeggera, tremante
che ha nei miei occhi
le sue candele.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Fabio Chiusi

Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

 

Era la guerra (Interno Poesia, 2017)

Ocean Vuong


Someday I’ll Love Ocean Vuong

Ocean, don’t be afraid.
The end of the road is so far ahead
it is already behind us.
Don’t worry. Your father is only your father
until one of you forgets. Like how the spine
won’t remember its wings
no matter how many times our knees
kiss the pavement. Ocean,
are you listening? The most beautiful part
of your body is wherever
your mother’s shadow falls.
Here’s the house with childhood
whittled down to a single red trip wire.
Don’t worry. Just call it horizon
& you’ll never reach it.
Here’s today. Jump. I promise it’s not
a lifeboat. Here’s the man
whose arms are wide enough to gather
your leaving. & here the moment,
just after the lights go out, when you can still see
the faint torch between his legs.
How you use it again & again
to find your own hands.
You asked for a second chance
& are given a mouth to empty out of.
Don’t be afraid, the gun re
is only the sound of people
trying to live a little longer
& failing. Ocean. Ocean—
get up. The most beautiful part of your body
is where it’s headed. & remember,
loneliness is still time spent
with the world. Here’s
the room with everyone in it.
Your dead friends passing
through you like wind
through a wind chime. Here’s a desk
with the gimp leg & a brick
to make it last. Yes, here’s a room
so warm & blood-close,
I swear, you will wake—
& mistake these walls
for skin.

*

Un giorno amerò Ocean Vuong

Ocean, non avere paura.
La fine della strada è tanto distante
che è già alle nostre spalle.
Niente paura. Tuo padre è tuo padre soltanto
finché uno di voi non se ne dimentica. Come le vertebre
non si ricorderanno le proprie ali
a dispetto di tutte le volte che le tue ginocchia
baceranno il lastrico. Ocean,
mi ascolti? La parte più bella
del tuo corpo è ovunque
si proietta l’ombra di tua madre.
Ecco la casa con l’infanzia
ridotta a un unico cavetto rosso, innesco di mina.
Niente paura. Basta che lo chiami orizzonte
& non lo raggiungerai mai.
Ecco l’oggi. Salta. Ti garantisco non è
una scialuppa di salvataggio. Ecco l’uomo
dalle braccia ampie abbastanza da accogliere
il tuo andartene. & ecco l’attimo
subito dopo spente le luci, in cui ancora scorgi
la flebile fiaccola tra le sue gambe.
E come la usi, ripetutamente,
per ritrovare le tue mani.
Hai chiesto un’altra chance
& ti viene concessa una bocca da cui svuotarti.
Non avere paura, gli spari
sono solo il rumore di gente
che cerca di vivere un po’ più a lungo
& non ce la fa. Ocean. Ocean –
alzati. La parte più bella del tuo corpo
è il luogo verso cui si dirige. & ricorda,
la solitudine è comunque tempo trascorso
insieme al mondo. Ecco
la stanza in cui ci sono tutti.
Gli amici morti che ti
attraversano come il vento
che soffia a tra i sonagli a vento. Ecco una scrivania
con la gamba zoppa & un mattone
per farla durare. Sì, ecco una stanza
così calda & vicina al sangue
che giuro, ti sveglierai –
& crederai che questi muri
siano pelle.

 

Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, 2017), trad. it. Damiano Abeni, Moira Egan

Claudio Damiani


Stando in silenzio, ti sento
e una pace mi scende dentro,
t’ho cercato per quanto tempo
per quanti giorni ho camminato solo
senza sapere dove
ché ti avevo perso
cioè non mi ero accorto che ti avevo perso
non mi ero accorto neanche che ti avevo vicino
ti avevo vicino e non ti vedevo
tu mi parlavi e io non mi chiedevo
chi fosse quella voce.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani