Emilio Villa

Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California…

…A nivale di nebbie dei re longobardi,
si partiva per le cene, con le torce,
coi letti arrugginiti, sulle spalle,
a fare una pasqua, per i morti,
senza fine. Poi tramontava il giùbilo
di pentecoste, a picco
sopra il torrente del mio paese, o giovane Strona:
grigia, quanto la tunica dei giorni:
le donne ci hanno vigilato
han volto, a capo in giù, le sacre torce.
Solo, tre becchi di lampada, a petrolio,
ancora rischiaravano gli àzimi,
che si doveva trangugiare nelle albe
del bene (e del male), sulle strade.
Ho preso, un giorno, lo stallo
nel coro, o cicale!, dei miei simboli benedetti:
dove a scorze d’alberi, mangiati dalla folgore,
le foglie fuggite cantavano le antifone:
“Alza ferro contro il tuo petto!
perché si sappia, fin dall’inverno,
se tu sei arido o fertile: e chi ti salverà dai gesti futuri?”
“Non mettere il tuo cuore sulla vigna di Sirtori o di Somma,
sulla vigna d’Appiano o di Missaglia:
perché il vendemmiatore bagna il pane
dentro la secchia dell’aceto”.
“Colui che implora, a ogni mattino,
la sapienza dagli àcini dell’uva,
saprà incendiar tutte le vigne
nel giorno dell’addio…”.

 

L’opera poetica (L’orma, 2014)

Bertolt Brecht


A chi esita

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

 

Poesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino

Juan Rodolfo Wilcock

A mio figlio

Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morirai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

 

Poesie (Adelphi, 1980)

Valentino Zeichen


Il nome rimosso

Ho volutamente confuso le tue iniziali
nell’impasto di molti nomi
ma il lievito della memoria
le evidenzia in una sigla
che ancora mi abbaglia.

Dell’infanzia sopravvive uno scenario di guerra,
in un suo rifugio ho sotterrato
il mio amore per te
temendo che venisse distrutto
ma stento a riconoscerne il mascheramento.

Quando altri ti nominano in mia presenza
mostro un’indifferenza minerale
e mi fingo altrove
simile a un vaso dalla crepa girata
verso il vuoto oltre la finestra.

Al poligono d’addestramento
non miro più alla sagoma romantica
che di spalle mi ti ricorda.
Non mi è concesso di rivelare a chi appartengo
pur avendo sempre il tuo nome
sulla punta della lingua
come un colpo in canna
puntato all’altezza del cuore e
non comprendo perché mi manchi sempre
nonostante il ripetuto segnale di: “fuoco!”

 

Le poesie più belle (Fazi, 2017)

© foto di Dino Ignani

Marianne Moore


Picking and Choosing

Literature is a phase of life. If one is afraid of it,
the situation is irremediable; if one approaches it familiarly,
what one says of it is worthless.
The opaque allusion, the simulated flight upward,
accomplishes nothing. Why cloud the fact
that Shaw is self-conscious in the field of sentiment
but is otherwise rewarding; that James
is all that has been said of him. It is not Hardy the novelist
and Hardy the poet, but one man interpreting life as emotion.
The critic should know what he likes:
Gordon Craig with is “this is I” and “this is mine”,
with his three wise men, his “sad French greens”, and his “Chinese cherry”
Gordon Craig so inclination and unashamed – a critic.
And Burke is a psychologist, of acute racoon-like curiosity.
Summa diligentia; to the humbug whose name is so amusing –
very young and very rushed – Caesar crossed the Alps
on the top of a “diligence”!
We are not daft about the meaning,
but this familiarity with wrong meanings puzzles one.
Humming-bug, the candles are not wired for electricity.
Small dog, going over the lawn nipping the linen and saying
that you have a badger – remember Xenophon;
only a rudimentary behavior is necessary to put us on the scent.
“A right good salvo of barks”, a few strong wrinkles puckering
the skin between the ears, is all we ask.

 

*

 

Cogliere e scegliere

La letteratura è un fase della vita. Per chi ne ha paura
la situazione è senza rimedio; per chi le si accosta in confidenza
non conta quello che se ne può dire.
L’opaca allusione, il simulato volo verso l’alto
non ottengono nulla. Perché stendere un velo sopra il fatto
che Shaw si muove con impaccio sul terreno dei sentimenti
ma per il resto è gratificante; che James
è tutto quello che di lui si è detto? Non esiste uno Hardy romanziere
e uno Hardy poeta, ma un uomo solo che interpreta la vita come emozione.
Il critico deve sapere quello che a lui piace:
Gordon Craig con il suo “questo sono io” e “questo è mio”,
con i suoi tre re magi, i suoi “tristi prati francesi” e il suo “ciliegio cinese”,
Gordon Craig così soggettivo e privo di pudori – un vero critico.
E Burke è uno psicologo, di una curiosità acuta da procione.
Summa diligentia; per quell’imbroglione che ha un nome così divertente –
molto giovane e molto temerario – Cesare attraversò le Alpi
sul sommo di una “diligenza”!
Noi non siamo maniaci del significato,
ma ci sconcerta la dimestichezza con i significati errati.
Noioso calabrone, le candele non sono fatte per l’elettricità.
Cagnolino che corri per il prato ad addentare la biancheria
e sostieni di avere preso un tasso, ricorda Senofonte:
basta un comportamento elementare per metterci sulla pista.
“Una buona salva di latrati”, qualche robusta grinza che increspa la pelle tra le orecchie,
è tutto quello che noi pretendiamo.

 

 

Le poesie (Adelphi, 1992), a cura di L. Angioletti, G. Forti

Pablo Neruda


Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

Cento sonetti d’amore (Passigli, 2010), trad. it. G. Bellini

Sylvia Plath


The Applicant

First, are you our sort of a person?
Do you wear
A glass eye, false teeth or a crutch,
A brace or a hook,
Rubber breasts or a rubber crotch,

Stitches to show something’s missing? No, no? Then
How can we give you a thing?
Stop crying.
Open your hand.
Empty? Empty. Here is a hand

To fill it and willing
To bring teacups and roll away headaches
And do whatever you tell it.
Will you marry it?
It is guaranteed

To thumb shut your eyes at the end
And dissolve of sorrow.
We make new stock from the salt.
I notice you are stark naked.
How about this suit——

Black and stiff, but not a bad fit.
Will you marry it?
It is waterproof, shatterproof, proof
Against fire and bombs through the roof.
Believe me, they’ll bury you in it.

Now your head, excuse me, is empty.
I have the ticket for that.
Come here, sweetie, out of the closet.
Well, what do you think of that?
Naked as paper to start

But in twenty-five years she’ll be silver,
In fifty, gold.
A living doll, everywhere you look.
It can sew, it can cook,
It can talk, talk, talk.

It works, there is nothing wrong with it.
You have a hole, it’s a poultice.
You have an eye, it’s an image.
My boy, it’s your last resort.
Will you marry it, marry it, marry it.

 

From: The Collected Poems

 

*

 

Il candidato

Punto primo, lei è il tipo di persona che noi trattiamo?
Ha
occhio di vetro, gruccia o dentiera?
Protesi o uncino,
Seni o inguine di gomma,

Suture comprovanti asportazioni? No, no? E
cosa possiamo darle a queste condizioni?
Basta piangere.
Apra la mano.
Vuota? Vuota. Ecco una mano

Per riempirla, disposta
A portare tazze di tè e fugare emicranie
E fare tutto quel che le dirà.
Vuole sposarla?
Con garanzia

Che le chiuderà gli occhi nel finale
E si squaglierà di dolore.
Rimpolperemo le scorte con quel sale.
Lei è proprio nudo, noto.
Che gliene pare di questo vestito?

Nero e stecchito, ma non male.
Vuole sposarlo?
È impermeabile, infrangibile, inattaccabile
Da fuoco e bombe in caduta libera.
Mi creda, ci si farà seppellire.

La testa ora, mi scusi, è vuota.
Ho quel che ci vuole.
Vieni qui, zuccherino, esci dall’armadio.
Bene, che ne pensa?
Nuda come un pezzo di carta al momento

Ma in venticinque anni sarà d’argento
In cinquanta, d’oro
Una bambola viva, sotto ogni aspettativa
Sa cucire, sa cucinare
Sa parlare, parlare, parlare.

Funziona, non ha nessun pezzo rotto.
Ha un buco? È un cerotto.
Ha un occhio? È una visione.
Ragazzo mio, è la sua ultima occasione
La vuole sposare, sposare, sposare.

 

 

© traduzione di Carla Buranello

Emilio Prados


Possessione luminosa

Come questo vento voglio
essere figura del mio calore
e, lentamente, entrare
dove riposa il corpo tuo
dell’estate, avvicinarmi
a lui senza che mi veda;
arrivare, come polso aperto,
pulsando nell’aria, essere
figura del pensiero mio di te, in sua presenza:
carne aperta di vento,
dimora d’amore nell’anima.
Tu – delicato avorio di sogno,
neve di carne, quiete
di palma, luna in silenzio –
seduta, addormentata, in mezzo
alla stanza. E io, entrando
come acqua chiara, inondarti tutto il corpo
fino a coprirti e, restare
così, integro dentro,
come l’aria in un lampione,
incendiandoti nel mio corpo,
illuminando la mia carne
tutta, ormai, carne di vento.

 

Memoria dell’oblio (Einaudi, 1966), trad. F. Tentori Montaldo

Czesław Miłosz


Non sa di brillare
Non sa di volare
Non sa di essere questo e non quello.

E come sempre più spesso a bocca aperta,
Con la Gauloise che si spegne,
Davanti a un bicchiere di vino rosso,
Penso a cosa significhi essere questo e non quello.

Quando avevo vent’anni era lo stesso.
Allora però con la speranza di essere tutto,
Forse anche farfalla e merlo, per sortilegio.
Ora vedo le strade polverose del circondario
E la cittadina dove l’impiegato delle poste si ubriaca ogni giorno
Per il rammarico di essere identico solo con sé.

E se a rinchiudermi fossero soltanto le stelle
E se le cose stessero semplicemente così,
Che ci sono il così detto mondo e il così detto corpo.
Se volessi essere non contraddittorio. Ma no.

 

 

Poesie (Adelphi, 1983), a cura di Pietro Marchesani

Luciano Erba


Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso.

 

Il male minore (Mondadori, 1960)