Emilio Prados


Possessione luminosa

Come questo vento voglio
essere figura del mio calore
e, lentamente, entrare
dove riposa il corpo tuo
dell’estate, avvicinarmi
a lui senza che mi veda;
arrivare, come polso aperto,
pulsando nell’aria, essere
figura del pensiero mio di te, in sua presenza:
carne aperta di vento,
dimora d’amore nell’anima.
Tu – delicato avorio di sogno,
neve di carne, quiete
di palma, luna in silenzio –
seduta, addormentata, in mezzo
alla stanza. E io, entrando
come acqua chiara, inondarti tutto il corpo
fino a coprirti e, restare
così, integro dentro,
come l’aria in un lampione,
incendiandoti nel mio corpo,
illuminando la mia carne
tutta, ormai, carne di vento.

 

Memoria dell’oblio (Einaudi, 1966), trad. F. Tentori Montaldo

Czesław Miłosz


Non sa di brillare
Non sa di volare
Non sa di essere questo e non quello.

E come sempre più spesso a bocca aperta,
Con la Gauloise che si spegne,
Davanti a un bicchiere di vino rosso,
Penso a cosa significhi essere questo e non quello.

Quando avevo vent’anni era lo stesso.
Allora però con la speranza di essere tutto,
Forse anche farfalla e merlo, per sortilegio.
Ora vedo le strade polverose del circondario
E la cittadina dove l’impiegato delle poste si ubriaca ogni giorno
Per il rammarico di essere identico solo con sé.

E se a rinchiudermi fossero soltanto le stelle
E se le cose stessero semplicemente così,
Che ci sono il così detto mondo e il così detto corpo.
Se volessi essere non contraddittorio. Ma no.

 

 

Poesie (Adelphi, 1983), a cura di Pietro Marchesani

Luciano Erba


Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso.

 

Il male minore (Mondadori, 1960)

Miguel Hernández


Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

 

© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)

Pier Paolo Pasolini


Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2003)

Hart Crane


The Brooklyn Bridge

How many dawns, chill from his rippling rest
The seagull’s wings shall dip and pivot him,
Shedding white rings of tumult, building high
Over the chained bay waters Liberty—

Then, with inviolate curve, forsake our eyes
As apparitional as sails that cross
Some page of figures to be filed away;
—Till elevators drop us from our day…

I think of cinemas, panoramic sleights
With multitudes bent toward some flashing scene
Never disclosed, but hastened to again,
Foretold to other eyes on the same screen;

And Thee, across the harbor, silver-paced
As though the sun took step of thee, yet left
Some motion ever unspent in thy stride,—
Implicitly thy freedom staying thee!

Out of some subway scuttle, cell or loft
A bedlamite speeds to thy parapets,
Tilting there momently, shrill shirt ballooning,
A jest falls from the speechless caravan.

Down Wall, from girder into street noon leaks,
A rip-tooth of the sky’s acetylene;
All afternoon the cloud-flown derricks turn…
Thy cables breathe the North Atlantic still.

And obscure as that heaven of the Jews,
Thy guerdon . . . Accolade thou dost bestow
Of anonymity time cannot raise:
Vibrant reprieve and pardon thou dost show.

O harp and altar, of the fury fused,
(How could mere toil align thy choiring strings!)
Terrific threshold of the prophet’s pledge,
Prayer of pariah, and the lover’s cry,—

Again the traffic lights that skim thy swift
Unfractioned idiom, immaculate sigh of stars,
Beading thy path—condense eternity:
And we have seen night lifted in thine arms.

Under thy shadow by the piers I waited;
Only in darkness is thy shadow clear.
The City’s fiery parcels all undone,
Already snow submerges an iron year…

O Sleepless as the river under thee,
Vaulting the sea, the prairies’ dreaming sod,
Unto us lowliest sometime sweep, descend
And of the curveship lend a myth to God.

 

*

 

Al ponte di Brooklyn 

Per quante albe, mentre si sveglia gelido dal suo
Sonno ondeggiante, le ali del gabbiano
Lo faranno tuffare e roteare, e spargeranno attorno
Circoli bianchi di tumulto, eleveranno alta
La Libertà, sopra le incantate acque della baia

Poi con curva inviolata lasciano i nostri occhi
Spettrali come vele che si incrociano
Su qualche foglio illustrato da archiviare;
– Fino a che gli ascensori non ci spingono
Fuori dal nostro giorno…

Penso ai cinema, destrezze panoramiche
Con moltitudini inclinate verso qualche scena lampeggiante
Mai svelata, ma verso cui si accelera ogni volta,
Anticipata da altri occhi sullo stesso schermo;

E Tu, attraverso la baia, con passi d’argento
Come se il sole salisse su di te, lasciando però
Un po’ di movimento non speso nella tua andatura, —
La tua libertà implicitamente ti tiene fermo!

Da qualche botola della metropolitana, cella o solaio
Un pazzo si affretta verso i tuoi parapetti,
Percola lì per un momento, la camicia che si gonfia con suono acuto,
Uno zimbello cade dalla carovana senza parole.

Giù al Muro, dalla travata alla strada trapela il mezzogiorno,
Un dente strappato dell’acetilene del cielo;
Per tutto il pomeriggio le gru sfumate dalle nuvole girano…
I tuoi cavi respirano il calmo Atlantico del Nord.

E oscura come quel paradiso degli Ebrei,
La tua ricompensa… concedi tu elogi
Di anonimità che il tempo non può sollevare:
vibranti dilazioni e perdono tu mostri.

O arpa e altare, fuse dalla furia,
(Come potrebbe un semplice lavoro allineare le tue corde corali!)
Soglia grandiosa della promessa del profeta,
preghiera di un paria, e il pianto dell’amante, —

Di nuovo le luci del traffico che sfiorano il tuo veloce
Idioma frastagliato, visione immacolata di stelle
Che imperlano il tuo cammino—condensano l’eternità:
E abbiamo visto la notte sollevata nelle tue braccia.

Sotto la tua ombra tra i piloni ho aspettato;
Solo nell’oscurità la tua ombra è chiara.
I pacchetti infuocati della Città tutti sfatti,
La neve già sommerge un anno di ferro…

Oh Insonne come il fiume sottostante,
Tu che scavalchi con un arco il mare
E la zolla sognante delle praterie, slànciati
Verso le nostre bassezze, e qualche volta scendi,
E con la tua curvatura presta un mito a Dio.

 

Il ponte e altre poesie (Guanda, 1967), trad. it. R. Sanesi

Odisseas Elitis

Odisseas Elitis

Piango il sole e piango gli anni che verranno
Senza di noi e canto gli altri passati
Se veramente sono

Confidenti i corpi e le barche che sbattono dolcemente
Le chitarre che accendono e spengono sotto le acque
I “credimi” e i “non”
Ora nel vento ora nella musica

E le nostre mani, due piccole bestie
Che furtive cercavano di salire l’una sull’altra
Il vaso di brezza negli aperti cortili
E i frammenti di mare che ci seguivano
Fin dietro le siepi e sopra i muri a secco
L’anemone che si depose nella tua mano
E tremò tre volte il viola tre giorni sopra le cascate

Se tutto questo è vero io canto
La trave di legno e l’arazzo quadrato
Alla parete, la Gorgone con i capelli sciolti
Il gatto che ci guardò nel buio
Bambino con la croce vermiglia e l’incenso
Nell’ora che sull’impervia scogliera scende la sera
Piango la veste che sfiorai e fu mio il mondo.

 

È presto ancora (Donzelli, 2011), a cura di P. M. Minucci

Giorgio Manganelli

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

 

Poesie (Crocetti, 2006)

Ezra Pound


The garret

Come, let us pity those who are better off than we are.
Come, my friend, and remember
that the rich have butlers and no friends,
And we have friends and no butlers.
Come, let us pity the married and the unmarried.

Dawn enters with little feet
like a gilded Pavlova
And I am near my desire.
Nor has life in it aught better
Than this hour of clear coolness
the hour of waking together.

 

*

 

Soffitta

Vieni, compiangiamoli quelli che stanno meglio di noi.
Vieni, amica, e ricorda
che i ricchi han maggiordomi e non amici,
e noi abbiamo amici e non maggiordomi.
Vieni, compiangiamo gli sposati e i non sposati.

L’aurora entra a passettini
come una dorata Pavlova,
e io son presso al mio desiderio.
Né ha la vita in sé qualcosa di migliore
che quest’ora di chiara freschezza,
l’ora di svegliarsi in amore.

 

I cantos (Mondadori, 1985), a cura di M. De Rachewiltz

Elio Pagliarani

Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck all’inizio del secolo (dispute se era il principio o la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti d’azione fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica – scuola di Copenaghen
e da quella ondulatoria del principe di Broglie che ben presto i fisici
si accorsero come le nuove meccaniche benché basate su algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita

Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la penna
scrivendo a Roosevelt «Caro presidente, facciamola
l’atomica sennò i nazi» l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue dal naso che ti libera

Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto di B
se il microggetto in sé è in conoscibile
se l’onda di Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla
certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi

con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché i 160 milioni di decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore problema
quello cioè se i sopravissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti

Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da Cesaretto ruchetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di cuscini
nella mia stanza

Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l’anima
ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni.

 

Lezione di fisica e fecaloro (Feltrinelli, 1968)

© foto di Dino Ignani