Francesca Serragnoli

Non dire mai il tuo sogno
A chi non ti ama

Joyce Mansour

è spettrale e improvvisa
la visione dell’acqua
sul finestrino dell’auto ferma
tutto scivola, tremolanti gli alberi i viali
chi hai amato scende
apre l’ombrello s’incammina
la sua figura comincia a disfarsi
ti sembra che sia laggiù
per i colori della giacca
ne vedi due forse quattro
poi più niente

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Alessandro Ghignoli

a babbo, per sempre

quante le domande quando c’eri
o non eri lì o chissà era solo ieri
il tuo rimanere purché non finisse
in un forse nell’oppure di un mai
o di quelle volte rimaste nel mezzo
che non era che questo non senso
se penso alla storia di noi cosa vuoi
adesso ed ora che dica per dirtelo
direi che il tempo e il luogo il vento
erano la voce il mio inverno insieme
al gelo la fatica dei passi tutti
gli assi nascosti e dentro e fuori
i rancori il bene si misura e sai
che so che dura che gli anni in noi
si fanno nei minuti nelle scelte
d’ogni tanto in giorni per sempre
e poi ancora soltanto il poi
senza ora senza il noi

 

© Inedito di Alessandro Ghignoli

Waldo Leyva

La distancia y el tiempo 

Tú estás en el portal, apenas has nacido
caminas hacia el mar y cuando llegas:
tienes el pelo blanco y la mirada torpe.
Desde la costa se ven las tejas rojas de la casa.
Si quieres regresar, ya no es posible;
a medida que avanzas se borran los caminos.
Tu camisa de niño aún está húmeda
y veleta de abril en el cordel
indica para siempre la dirección del viento.
Qué gastadas las uñas,
qué frágil la memoria,
qué viejo tu zapato por la arena.

 

*

 

La distanza e il tempo 

Tu sei nell’atrio, sei appena nato
cammini verso il mare e quando arrivi:
hai i capelli bianchi e lo sguardo goffo.
Dalla costa si vedono le tegole rosse della casa.
Se vuoi tornare, oramai non è possibile;
man mano che avanzi si cancellano i sentieri.
La tua camicia di bambino è ancora umida
banderuola d’aprile sulla corda
indica per sempre la direzione del vento.
Che consumate le unghie,
che fragile la memoria,
che vecchia la tua scarpa per la sabbia.

 

© Traduzione in italiano di Antonio Nazzaro

Tiziano Fratus

Un falegname di faglia

Non esiste storia antica degli aironi
e non esiste storia moderna dei platani.
Non esiste storia contemporanea dei ghiri
e non esiste storia famigliare in foglie.
La cascata ruggisce e ingrotta,
allieta e mortifica le radici dei pini
che abitano aggrappati alle rocce,
ammaestra il suono del tuono.
Esiste finché sa gonfiare i fianchi
e allungare i piedi in spume.
Soltanto i pesci, quando càpita,
iniziano a credere che il Sovrano
– dispotico, evvero – delle Acque
smetta di viaggiare orizzontalmente.
Cos’è dunque questo pensiero che cammina,
se non una raccolta di segni e foglie e pelli,
una scatola odorosa di radici e cortecce,
l’opera incerta di un modesto falegname
della parola, momentaneamente issatosi
sulla faglia ai margine del mondo abitato?

 

© Inedito di Tiziano Fratus

Francesco Guazzo


– siamo troppo brevi, siamo
sulla linea gialla, a bordotreno –
ed era come dire – silenzio
ti presento il mare – rovesciando
il palmo della mano era come
non ambire più alla complicatezza
dei suoni, per trovarsi poi improvvisamente
davanti allo specchio, con mia madre,
a fare delle sue parole dattilografia
e calcolo, sostanza di fiore

 

© Inedito di Francesco Guazzo

© Foto di Dino Ignani

Isabella Leardini


Tutti i miei anni identici li lascio
in fila nei cortili e sui balconi
come i giocattoli che a fine pomeriggio
rimangono per prendersi la notte
e passano i mattini ad asciugare
e perdono colore a poco a poco.
Ogni volta che mi fermo faccio casa
in ogni casa faccio i miei cortili
di noia abbandonata che rimane.
Forse possiamo vivere soltanto
in queste due nature senza pace
chi in ogni cosa abita e chi passa
da sempre
chi fa il vento e chi fa il muro.

 

*

 

Come è difficile per me e per te
lasciare andare via la giovinezza,
non ci riusciamo a romperla in un colpo
è la fatica di ogni cosa che muore.
Le nostre prove infinite di volo
posati accanto come bambini
che aprono gli occhi dentro piccoli addii.
Non è arrivata ancora una stagione
che non ci abbia colti di sorpresa.

 

*

 

Desiderare è una questione di distanze,
di corpi freddi che riescono a brillare.
Cercavo la costellazione esatta
che riunisse i tuoi punti con i miei
la congiunzione fatale negli anni
lo squilibrio infallibile del cielo.
Il vero amore regge il capogiro
con la testa piantata nell’aria
di una logica che splende se si avvera.
Sovrappone come una mappa
il tuo buio di pianeti con il mio
la precisione muta delle stelle.
L’ho studiato come una scienza
il codice dell’ora in cui sei nato,
amare è un atto di interpretazione
che riempie il giorno dopo l’evidenza.

 

 

Una stagione d’aria (Donzelli, 2017)

© Per gentile concessione di Donzelli Editore

© Foto di Valentina Solfrini

Tabish Khair


Immigrant
(Based on H. C. Andersen’s ‘The Little Mermaid’)

It hurts to walk on new legs:
The curse of consonants, the wobble of vowels.

And you for whom I gave up a kingdom
Can never love that thing I was.

When you look into my past
You see
Only
Weeds and scales.

Once I had a voice.
Now I have legs.

Sometimes I wonder
Was it fair trade?

 

*

 

Immigrata
(Basata su ‘La Sirenetta’ di H. C. Andersen)

Fa male camminare su gambe nuove:
cado sulle consonanti, vacillo sulle vocali.

E tu, per cui ho rinunciato a un regno,
non potrai mai amare quel che ero.

Se guardi nel mio passato
vedi
solo
alghe e squame.

Avevo voce un tempo.
Ora ho gambe.

A volte mi chiedo
è stato uno scambio equo?

 

Man of glass (HarperCollins, India 2010).

© Traduzione in italiano di Andrea Sirotti

Claudio Damiani


E questo canto, amore mio, di cicale
sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,
cielo azzurro e poche nuvole, piccole,
odore forte di rosmarino e ginestre
e questo canto pazzo che non si ferma
nell’aria bianca bruciata
e noi, io e te, sotto questi pini
alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,
tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate
e perle tra i capelli,
là sulla collina il nostro capanno di legno
e giù lo scoglio dove passo tutte le notti
a piangere guardando il mare.

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Antonio Ferrara


Sto portando il mio cuore
su un balcone fiorito,
e mi ricordo quando
mi stava dentro
e sapeva di mandarino sbucciato,
mio cuore secco
bruciacchiato avvilito,
avanzo di questo disordine
di foglie, petali, sorrisi,
che divampava come il vento
sul balcone tende la bandiera
asciuga la camicia
ride tra i fiori.
E mi ricordo quando
coi miei occhi appuntiti
nuovi di zecca
sul tavolo di legno
disegnavo cavalli
e andavo come loro,
come loro andavo sempre
trotterellando,
un animale non sa
che c’è la morte
e vive e basta
e corre e piega l’erba
come la pioggia fa col prato,
il grillo con la notte,
semplicemente.
Col mio cuore in mano
vado, lo porto sul balcone
e aspetto che ci cresca dentro
ancora la pazienza,
ché la vita coi suoi denti morde
e lascia segni nella carne a lungo,
semplicemente.

 

Fratture a legno verde (Interno Poesia, 2017)

© Foto di Marianna Cappelli

Bernard O’Donoghue

The Definition of Love

It’s strange, considering how many lines
Have been written on it, that no one’s said
Where love most holds sway; neither at sex
Nor in wishing someone else’s welfare,
But in spending the whole time over dinner
Apparently absorbed in conversation,
While really trying to make your hand take courage
To cross the invisible sword on the tablecloth
And touch a finger balanced on the linen.

A young curate of a parish in West Cork
Was told his mother was seriously ill
And he must come home to Boherbue
(In fact she was dead already; they had meant
To soften the blow). He drove recklessly
Through mid-Kerry and crashed to his death
In the beautiful valley of Glenflesk.
This was because he fantasised in vain
About touching her fingers one last time.

*

Definizione di amore

Strano, considerando quanto sull’amore
è stato scritto, che nessuno lo abbia detto
dove l’amore signoreggia: non nel sesso,
né nel volere il bene degli altri,
ma nell’occupare tutto il tempo a cena,
in apparenza assorti nel discorso,
a cercare invero di far prendere coraggio
alla mano affinché oltrepassi l’invisibile spada
sulla tovaglia e tocchi un dito in equilibrio sul tessuto.

A un giovane curato di una parrocchia di West Cork
fu detto che sua madre era gravemente ammalata
e che lui doveva venire a casa a Boherbue
(di fatto era già morta, ma l’intendimento era
di attenuare il colpo). Corse in auto mezzo Kerry
spericolatamente, per schiantarsi e lì morire
nella bella valle di Glenflesk.
Così avvenne, per quel suo fantasticare vano
di toccarle un’ultima volta le dita della mano.

 

© Rivista Poesia (N. 330, ottobre 2017), trad. it. Alessandro Gentile