Francesca Serragnoli

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I tuoi occhi proteggono il ghiaccio
da un tonfo violento in mare
una glaciazione è la tua mano
chiusa fra cielo e terra
i tuoi passi sfogliano i cristalli
balene sepolte accanto a farfalle
hanno nascite fradicie, antiche
un grigio balzo è la neve
dai capelli scivola sulle guance
lì riaffiora il sangue.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Franco Loi

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Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

 

*

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

 

Liber (Garzanti, 1988)

© Foto di Dino Ignani

W. S. Merwin

W. S. Merwin
For The Anniversary Of My Death

Every year without knowing it I have passed the day
When the last fires will wave to me
And the silence will set out
Tireless traveller
Like the beam of a lightless star

Then I will no longer
Find myself in life as in a strange garment
Surprised at the earth
And the love of one woman
And the shamelessness of men
As today writing after three days of rain
Hearing the wren sing and the falling cease
And bowing not knowing to what

 

*

 

Per l’anniversario della mia morte

Ogni anno senza saperlo ho vissuto il giorno
in cui gli ultimi fuochi mi saluteranno
e il silenzio si preparerà a partire
instancabile viaggiatore
come il raggio di una stella senza luce

allora non mi ritroverò più
nella vita come in un vestito strano
sorpreso dalla terra
e dall’amore di una donna
e dall’impudenza degli uomini
come oggi che scrivo dopo tre giorni di pioggia
sento lo scricciolo cantare e il temporale finire
e m’inchino senza sapere a cosa

 

La biblioteca di Repubblica. Poesia straniera n. 15, (Gruppo editoriale L’Espresso, 2004), trad. it. Andrea Sirotti

Michela Zanarella

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Vengo a respirare

Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.
Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento
nella semina che sa di grano ormai maturo
e chiudo nel cuore quel colore
che ha l’odore del pane e delle stanze di casa.
Ti sento radice che indossa le mie vene
meta che ho lasciato troppo presto
sperando di trovare altrove
il senso del mio canto.
E intanto
vado con la mente dove il fiume si sveglia
in quel silenzio che cammina tra i campi
fino a sera.
E resto tra le distanze a cercare quel poco sole
sempre incerto
che mi ricorda che un giorno farò ritorno
tra i fili d’erba e le strade di polvere
dove sono stata bambina.

 

© Inedito da Le parole accanto

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet
De ce dimanche un seul moment nous a rejoints,
quand les vents avec notre fièvre sont tombés:
et sous la lampe de la rue, les hannetons
s’allument, puis s’éteignent. On dirait des lampions
lointains au fond d’un parc, peut-être pour ta fête…
Moi aussi j’avais cru en toi, et ta lumière
m’a fait brûler, puis m’a quitté. Leur coque sèche
craque en tombant dans la poussière. D’autres montent,
d’autres flamboient, et moi je suis resté dans l’ombre.

*

Di questa domenica un solo istante ci ha raggiunti,
quando la nostra febbre si è placata, e i venti:
e sotto le luci di strada le cetonie
si accendono, poi si spengono. Luminarie, diresti,
lontane in un parco, forse per la tua festa…
Anch’io avevo creduto in te, anch’io bruciavo
della tua luce, che poi mi ha lasciato. Il loro guscio
scricchiola secco mentre cade nella polvere. Altri salgono,
altri s’infiammano, e io sono rimasto nell’ombra.

 

I barbagianni. L’ignorante (Einaudi, 1992), trad. it. F. Pusterla

Yan Li

yan li

Canzone dell’eroe

Tutti i pericoli di fronte a lui non possono diventare la sua tomba
ed è un caso che ciò non possa diventare satira.
Continua a vivere anche perché i suoi genitori sono ancora giovani.
Il cimitero che egli elogia irritato dalla società
oggi accerchia il suo letto.
Vorrebbe toccare perfino il mezzogiorno.
È così che si strangolano gli incubi
ma il suo ruggito continua a sbattere sul muro
e appena la sua finestra apre bocca
ecco che
tutti i mobili vengono sputati fuori da questa casa.
Ama così intensamente questa società da non volere muri.
Tutte le tombe di fronte a lui non possono costituire un pericolo
non può che disperarsi
ha sopportato giorni fin troppo pacifici a oltre cento miglia all’ora
non fa più in tempo a frenare
i suoi occhi irritati dalla tempesta si chiudono.
Nell’oscurità del realismo
ha visto nell’incubo una fila di insonni impiccati ai tralicci
ha deciso di erigere una stele alle decine di nazioni mano nella mano
unite ai piedi del denaro
sente di non aver più bisogno di mettersi le scarpe
perché a bordo del suo letto può raggiungere i confini di cielo e mare.

 

Nuovi poeti cinesi (Einaudi, 1996), a cura di C. Pozzana

Gilda Policastro

gilda policastro
Puzzle

Quando vai a trovare qualcuno malato
di solito passi davanti a un altro
malato nella stanza solo
nel letto sbagliato

Quando esci dalla stanza lo vedi
addormentato sul fianco uguale
al tuo malato soltanto
nel letto sbagliato

Te ne ricordi l’indomani
che sei passato dritto
non hai salutato
e nemmeno guardato
quell’altro
malato
uguale
solo
nel letto
sbagliato

 

© Inedito di Gilda Policastro

Andrea Donaera

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C’è rifugio nel misticismo grezzo
che suscita il tramonto. Tramortito
vi lascio tutto – e questo sa di fine –
vecchi alle panchine di Piazza Candia,
bimbi aspiranti Del Piero giù al porto,
e pensionati all’ombra delle chiese.
Lascio il giallastro della Cattedrale,
la sabbia sporca della Purità,
e lo sgretolarsi delle fontane.
L’ideale dell’olio buono, lascio,
dei calamari ripieni, dei gamberi.
Questo nostro rifugio. Questo nostro
amarci di pietra e terra. Gallipoli,
cara, quanto sai di fine, così
simile a una Madonna che mai
appare.

 

Occhi rossi (‘Round midnight, 2015)

Gwyneth Lewis

Gwyneth Lewis

Ultimo giro alla Chiesa di Costantino Lips,
che aveva sette absidi e tre navate,
davvero inusuale. Come la mappa del corpo

sbilanciata sul cervello: sesso deforme,
collo sottile, membra trascurabili,
punte delle dita a spatola, codice tangibile

di come è la vita. Nel parco di Piazza
Taksim: “Madame, mica sono un cannibale,
voglio solo inviarle un kilim

della mia provincia natia”. E come una stupida io
l’ho lasciato fare. Non ci sono lettere mute
in turco, ed era così affabile…

I miei giri, noterete, non contengono errori,
per perdersi è necessaria una guida.

 

L’albero dei passeri (Elliot, 2016), a cura di P. Del Zoppo

© Foto di Murdo Macleod

Claudio Damiani

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Sì, ho cercato

Sì, ho cercato
ma adesso vorrei vagare
solo vagare
senza cercare.
Si, qualcosa ho trovato
cioè non proprio trovato,
qualcosa m’è passato vicino,
girandomi ho visto la coda
ma non mi va di inseguirlo,
ecco, lasciamolo stare, lasciamolo correre
dove gli pare.
Adesso vorrei essere io
questa cosa che appare non vista,
vorrei essere io questa cosa che vaga
e che ti sfiora, ti passa accanto nel sonno
mentre dormi, mentre mangi, mentre leggi
ti passa accanto e ti accarezza
o ti dà un bacio veloce
tu non fai a tempo a accorgertene
che già non mi vedi più.

 

© Inedito da Endimione

© Foto di Roberto Vignoli