Jiří Orten

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Di chi sono?

Io sono dei piovaschi e delle siepi
e delle erbe chinate dalla pioggia
e della chiara canzone che non gorgheggia,
del desiderio che sta chiuso in lei.
Di chi sono?
Io sono di ogni piccola cosa smussata
che mai spigoli ha conosciuto,
dei piccoli animali che reclinano la testa,
sono della nuvola quando è straziata.
Di chi sono?
Io sono del timore che mi ha tenuto
con le sue trasparenti dita,
del coniglietto che in un giardino in penombra
esercita il suo fiuto.
Di chi sono?
Io sono dell’inverno ostile ai frutti
e della morte, se il tempo lo chieda,
io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta,
al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.

 

La cosa chiamata poesia (Mondatori, 1991) a cura di G. Giudici, V. Mikes

Jan Skácel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesia

Abbiamo silenzio come i bimbi freddo
non si sa quando tanto tempo fa
rimandiamo accampando molte scuse
e troveremo scuse ancora a lungo

Siamo come un punto scucito al buio
e quanto non sappiamo e che promesse

Siamo pioggia rivolta verso l’alto
Siamo al rovescio nell’istante in cui
la verità è un dito sulle labbra.

 

Il colore del silenzio. Poesie 1957-1989 (Metauro, 2004), trad. it. A. Cosentino

Vladimír Holan

Vladimir_Holan_poeta

 

Una foglia che cade

Che non un’opportunità
si palesi è anche per stanchezza
dell’attenzione. Non più che di secondo
ordine è tutto quanto avverserebbe
i sensi. Invece la natura
si sovrastima a un tempo per la disparatezza
e tanto più quanto più
è a compimento. Una foglia che cade
è più alta dell’albero. E noi?
Conosciamo l’amore che superi
l’amore?

 

Il poeta murato (Garzanti, 1992), a cura di V. Justl, G. Raboni

Jaroslav Seifert

JAROSLAV SEIFERT3

 

Ho veduto solo una volta

Ho veduto solo una volta
un sole così insanguinato.
E poi mai più.
Scendeva funesto sull’orizzonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno.
Ho domandato alla spècola
e ora so il perché.

L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia null’altro
che un sorriso
atteso per lungo tempo,
e labbra
che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare velocemente
quell’inferno.

 

da Vestita di luce (Einaudi, 1986), trad. it. S. Corduas

Vítězslav Nezval

nezlaw

 

Lo spirito della depravazione

 

Mi ripugna questo mondo nel quale l’uomo domina sull’uomo
E ancor di più mi ripugna l’umanità che non vuole con ciò fare i conti
Ma più di tutto ancora mi ripugna la mia propria impotenza a fare i conti con i suoi assassini
Anche perché non sono poi neanche così tanti
Da non poterli strangolare a mani nude
Me le laverei poi come un medico
Mi aggiusterei un po’ i capelli
E me ne andrei a scrivere poesie

Mi ripugna questo mondo nel quale l’uomo domina sull’uomo
E ancor di più mi ripugna l’umanità che non vuole con ciò fare i conti
Ma più di tutto ancora mi ripugna lo sciocco che sorride di questa mia poesia disperata
Che porre dovrei a conclusione di tutti quanti i miei libri

 

La donna al plurale (Einaudi, 2002), trad. it. Giuseppe Dierna.