Valerio Grutt

valerio grutt ignani

Quel qualcosa nel giallo dei campi
o sulle ciminiere, le pale eoliche
quel qualcosa che non si può dire
nei capelli delle ragazze, nei fermagli,
le sciarpe, nei cortili delle scuole
o dentro a una parola incastonata
in un romanzo che ho già letto.

Tu sola in mezzo al nulla
di un parcheggio lontano
ti fermi e ascolti senza capire,
pensi a me o a tua madre
a una cosa che hai dimenticato
di fare e che ti esplode addosso
tutto il tempo.

A volte quel qualcosa è in una musica
e mi trascina in un bar o per strada,
è un’immagine che prende fuoco.
Forse, quel qualcosa ci fa ciò che siamo:
animali strani che non stanno mai fermi,
bagagli dimenticati negli aeroporti
che girano ancora e girano
e nessuno li tira su.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Gilda Policastro

gilda policastro
Puzzle

Quando vai a trovare qualcuno malato
di solito passi davanti a un altro
malato nella stanza solo
nel letto sbagliato

Quando esci dalla stanza lo vedi
addormentato sul fianco uguale
al tuo malato soltanto
nel letto sbagliato

Te ne ricordi l’indomani
che sei passato dritto
non hai salutato
e nemmeno guardato
quell’altro
malato
uguale
solo
nel letto
sbagliato

 

© Inedito di Gilda Policastro

Valerio Grutt

grutt ignani
Come lavo questi piatti
fa che siano lavati
i rancori passati di Giulia.
Se lavo il coltello togli
dalla sua mente le ferite
familiari, gli sguardi taglienti
che le affondarono nel petto.
Se lavo il bicchiere toglile
la noia bastarda delle attese
la regolarità inutile di un giorno
senza squilli e senza visite.
Se lavo la pentola purifica il cuore
che sia libero da ogni delusione.

E questa parola non resti poesia
ma spacchi il vetro
risalga all’infinito e giunga dritta
al centro dell’universo.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Valerio Grutt

grutt ignani

Noi non siamo di quella specie
che si divora, che dà
solo quando riceve.
Di quelli che cercano
il punto debole del vetro
e fanno del mondo tutto
un agguato del nulla.
Noi siamo gli indomabili,
abbiamo un altro odore.
Siamo gli ingenui rimasti
ad ascoltare il cuore della terra
che batte nelle cicale
quando l’estate è pazza
per la sua festa di luce.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Gabriele Frasca

che piega espelle questa pulsazione
che plasma suoni sulle piaghe inferte
spingendo pece nelle falle aperte
per cui diventa affetto ogni emozione
e quale plesso ancora predispone
di percezioni che si dànno incerte
la nicchia dove si compone inerte
un pensiero per ogni repulsione
e poi da dove affiora questa forma
che viaggia voglie quanto più s’appresta
a raggelare vita nella norma
come se infine ciò che si protesta
vivo vivesse per calcare un’orma
la testa si risponde dalla testa

 

Lame (L’orma, 2016)

 

© Foto di Monica Biancardi

Pasquale Del Giudice

del giudice
Inventario 3.0.

Omessa la biografia, dimesso il tempo
la terza notte d’Aprile
abbandona il diario
per l’immaginario, muove le acque
con la forza della penna, l’ordine del paesaggio
aumenta il mondo, rimette
una sfera al mondo, ha una nuvola
e una mela sullo scrittoio

puerile e onnipotente, convoca
le particelle, combina
le sillabe, tornando a capo, al primo giorno
trauma dell’inizio, ritmo e sisma
d’ogni capoverso, vincolo e debito della parola

riga dopo riga, linea
su linea, raggiunge il creato
divide, giura, giocandosi la vita
il poco della sua storia
nella vita, per la vita, sua vita
mia vita, mia poesia, tua poesia

tutti i ciottoli, le cellule
vogliono moltiplicarsi, diffondersi nella scrittura
anche il limone, le biro fanno cenno
i muschi, i reperti, i rifiuti
sgomitano, si muovono per rientrare
nella pagina, espandere l’organismo
la sinfonia delle lettere, il quadernetto delle note.

 

Difetto di coincidenza (Poesia 2.0, 2016)

Francesco Iannone

iannone

Questo stare
nel gesto paziente
della maturazione
ci riguarda.
Aspetteremo
come dentro
una silenziosa conversazione.
Aspetteremo
come il fiore nel campo
la mano desiderata
del bambino.

Non puoi dire
che la goccia che squilla
sulla padella di rame
non è un suono
un timido modo
del cantare.

Devi fare
come l’aquila
che sconfigge gli sciami
col suo colpo d’ala.
Devi fare
come il ciliegio
che si compiace
della sua chioma
rossa

devi

devi

devi

ti avevo chiesto un bacio, un qualsiasi
avvertimento
dell’amore
invece mi lasci
come il figlio fermo
col secchiello sul molo e un mare
immenso davanti.

 

Pietra lavica (Aragno, 2016)

Valerio Grutt

grutt ignani
Voglio che tu sappia
che non sei qui per caso
e che capiterà sempre più spesso
di salutare le persone che ami
alla stazione, di non rivederle
per settimane e mesi…
Le vedrai cadere
nella voragine dei giorni
e ti verrà da piangere e maledire,
da spaccare le vetrine.
Ma le distanze sono ponti
non possono dividere noi
che abbiamo raccolto la luce
dal pozzo degli occhi, abbiamo
visitato il tronco rotto della notte.
Voglio che tu sappia
che non sei sola mai
e che in ogni centimetro di vuoto
c’è una festa, una moltitudine
e che ogni sorriso viene
-ricordatelo, mi raccomando-
dalla riserva segreta del bene.
Sappi che ci sarà da domandarsi
il senso di tutto, che alla fine
non ci sarà una vera fine
e capirai che l’amore
era l’unica domanda buona,
l’unica risposta giusta.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

Voglio cantare la tenerezza delle madri
e ogni tentativo ingenuo
di volere bene più del cielo.
Voglio cantare la caduta dell’uomo
e tendergli la mano
fino a che risalga, ritorni umano.
Voglio lanciare la parola
in ogni stanza nera
prendere queste dita come una spada
e senza tregua,
fino a quando il fiato
farà abbastanza mondo
e la luce avrà ancora
questa metà del giorno,
vincere ogni cosa meschina
tenere alto amore
poter guardare te negli occhi
e dire: non ti preoccupare,
a noi morte non ci avrà mai.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Bruno Galluccio

galluccio
il mondo ruota intorno alla fermata degli autobus
c’è una pausa che si dissolve per la stanchezza
l’incontro degli occhi che per un attimo si risvegliano

il circolo polare è verso la periferia
qui la rinuncia in appiattimenti e ombre
obiezioni che trascurate appassiscono

cerchi di salutarti nel chiarore mutevole
e nell’ipotesi di leggerezza
non ha peso chiederti se sei salvo

c’è la concretezza del panorama e dell’aria
c’è il cadere finalmente
il peso verticale fino all’impronta dei piedi

 

La misura dello zero (Einaudi, 2015)